Le testimonianze degli ex operai Solvay

    ARLOTTI MARIO, addetto alle autoclavi.
    «Per molto tempo ho sempre lavorato senza sapere che il CVM fosse tossico. La prima volta che mi dissero che il CVM era tossico fu in occasione dell'indagine FULC, quando ci recammo al dispensario di via Mortara a fare degli accertamenti sanitari».
    «Dopo l'indagine FULC sono state fatte delle modifiche all'impianto e sono state introdotte delle migliorie per limitare l'esposizione al CVM, sono state eliminate le guardie idrauliche, sono stati predisposti dei sistemi di aspirazioni sui filtri e all'interno degli autoclavi, è stato introdotto il sistema di pulizia idraulica dell'autoclave, è stato messo a punto il sistema gascromatografico per rilevare la concentrazione di CVM in situazioni normali e in caso di fuga. Per cui la situazione è migliorata col passare del tempo».
    «In genere, quando si interveniva nel reparto, l'impianto era già stato bonificato dal CVM (dove si verificava la rottura o fuoriuscita), però è capitato tante volte di intervenire anche in situazioni con presenza di CVM che si avvertiva all'olfatto, noi ce ne accorgevamo anche perché nel punto in cui usciva si congelava, si formava del ghiaccio. OMISSIS Un'altra causa di esposizione al CVM era costituita dallo svuotamento degli autoclavi che producevano »LATEX« (emulsioni) allorquando il flusso di degasaggio era troppo elevato. Precisamente, per recuperare il CVM che non aveva reagito alla polimerizzazione, questo attraversava una condotta per il suo recupero e successivo reimpiego. Per evitare sovrappressioni nel circuito, esisteva una valvola ad acqua chiamata guardia idraulica, che in caso di eccesso del flusso idraulico, »saltava« permettendo la fuoriuscita del CVM nell'ambiente di lavoro. Questo avveniva mediamente un paio di volte a settimana.
    OMISISS Mi ricordo benissimo che un giorno, a me personalmente, mentro ero di turno, guardando all'interno di un'autoclave, mi accorsi che vi era un mio collega che si stava addormentando, io lo chiamavo ma lui mi rispondeva a fatica. Immediatamente diedi l'allarme; chiamai l'assistente di turno che insieme ad un altro operaio azionarono la pompa del vuoto (per togliere il CVM dall'autoclave) e poi lo tirarono fuori di peso. Questo collega si chiama BARBIERI Leonello, di Ferrara, che dopo qualche anno gli fu dato un nuovo incarico in portineria. Altri episodi del genere mi furono raccontati da altri miei colleghi. OMISSIS Delle perdite di CVM ci accorgevamo o dall'odore o per la formazione di ghiaccio sulle zone di fuoriuscite. OMISSIS Ciò nonostante, anche successivamente all'indagine FULC e dopo le migliorie sopra descritte, apportate progressivamente all'impianto, quando si verificavano situazioni di emergenza comunque si interveniva così come lo si faceva prima dell'indagine FULC, ad esempio, ci mettevamo alla ricerca della perdita e veniva riparata o dal meccanico di turno se non era un giorno festivo o da noi stessi se si trattava di una piccola perdita. Anche quando interveniva il meccanico noi comunque eravamo lì presenti o in aiuto a quest'ultimo o continuavamo il nostro lavoro. In quella circostanza nessuno utilizzava strumenti di protezione perché per noi era un fatto di assoluta normalità anche dopo l'essere venuti a conoscenza della tossicità del CVM».
    «OMISSIS. Nei primi anni '70 sono stato addetto alla pulizia degli autoclavi. Mi ricordo che all'epoca erano in funzione circa 30 autoclavi e noi eravamo 4 per turno. Dunque ognuno di noi aveva il compito di provvedere (per ogni turno di lavoro) alla pulizia di 6/8 autoclavi. Per la pulizia di ogni autoclave ci voleva in media circa 30 minuti (dipendeva ovviamente dalla grandezza). Capitava che durante il proprio turno di lavoro, che si articolava su otto ore, sei ore venivano trascorse all'interno di questi autoclavi. Prima di pulire l'autoclave, bisognava scaricarlo. Questa operazione veniva effettuata aprendo una valvola di scarico azionata dallo stesso pulitore (dunque anche da me) e facendo così passare il prodotto (polimero) attraverso un filtro metallico a maglie strette che serviva per trattenere i grumi, mentre il liquido andava nel suo serbatoio. Quindi manualmente, con dei rastrelli raccoglievamo questi grumi; preciso che queste operazioni venivano eseguite a diretto contatto col prodotto essendo la struttura aperta. Non vi era alcun tipo di aspirazione. Questi grumi venivano raccolti all'interno di bidoni in metallo posizionati al piano inferiore. Questi bidoni, una volta riempiti, venivano svuotati in un'area la cui base era di cemento. Questa operazione veniva eseguita di giorno da un operaio appositamente incaricato, mentre di notte e nei giorni festivi veniva effettuato da noi addetti agli autoclavi. Durante queste operazioni non veniva adoperata alcun tipo di protezione. OMISSIS. La principale causa di esposizione al CVM era costituito dall'ingresso di noi operai all'interno degli autoclavi. Dopo averlo scaricato dal prodotto contenuto, iniziava la fase di bonifica. Si aprivano le valvole dell'acqua e si riempiva l'autoclave per effettuare la bonifica ovvero per consentire la fuoriuscita del residuo di CVM ancora presente all'interno dell'autoclave. I vapori residui della bonifica, venivano aspirati da una manichetta di aspirazione inserita all'interno dell'autoclave dall'alto, posizionata proprio in corrispondenza del passo d'uomo. Preciso che essendo l'autoclave a forma di cupola, il passo d'uomo era posto più in basso rispetto all'apice dell'autoclave per cui l'acqua inserita nel suo interno non poteva raggiungere la cupola e quindi il CVM ivi presente, non veniva aspirato del tutto dalla manichetta di aspirazione. Una volta che l'autoclave era stato bonificato, io entravo dentro attraverso una scaletta che veniva posizionata all'interno per procedere alla pulizia manuale mediante un raschietto per rimuovere la pellicola di PVC che si era depositata sulle pareti dell'autoclave. Questa pellicola era molto dura da togliere e in alcuni punti formava dei veri e propri grumi che bisognava rompere con martello e scalpello. In particolare, nella produzione dello »Slurry« sull'albero dell'agitatore si formava una specie di corona di PVC molto grande e pesante che bisognava fare a pezzi per asportarla. Date le dimensioni, eravamo costretti ad utilizzare una carrucula per tirarle su; infatti alcune pesavano anche 20 kg. Quando si stuccavano questi grumi, si liberavano delle bolle di CVM che erano rimaste imprigionate nel grumo. Durante queste operazioni adoperavo una normale tuta da lavoro ed indossavo dei guanti e scarpe da ciclista e non ho mai avuto a disposizione delle maschere di protezione o dei respiratori perché non esistevano. Solo negli ultimi periodi che favevo il pulitore, ci fornirono una maschera a pieno facciale a cui si poteva collegare un tubo d'aria pulita in pressione. Questa maschera veniva utilizzata sia durante la pulizia dell'autoclave e sia quando si procedeva al caricamento dello stesso con la sostanza X16. Preciso che le autoclavi erano suddivisi in 4/5 gruppi e per ogni gruppo c'erano 4 tubi d'aria pulita filtrata per cui non sempre erano sufficienti per il fabbisogno degli operatori».

    CASTALDI GABRIELE, rappresentante sindacale.
    «Fin dal 1969-70 i lavoratori presero gradualmente coscienza dei problemi legati alla salute anche perché nel frattempo vennero divulgati i risultati di ricerche scientifiche svolte all'estero che segnalavano il rischio cancerogeno del VCM. I lavoratori si sensibilizzarono attorno a questi problemi e vennero presi contatti con la Direzione di Stabilimento al fine di ottenere migliori condizioni di lavoro. Nel contempo anche la struttura medica di fabbrica presieduta dal prof. Viola ammise il rischio cancerogeno ed avviò una propria ricerca. Sono altresì a conoscenza del fatto che nel 1973 in un incontro avvenuto a Roma presso il Ministero della Sanità il prof. Maltoni illustrò i suoi studi sul VCM e denunciò in quell'ambito istituzionale l'alta nocività del prodotto».
    «Nella prima metà degli anni 70 il sindacato pretese pertanto che l'aziende adottasse misure di sicurezza, ricordo che ottenemmo le informazioni scritte in ordine alle sostanze chimiche con le quali venivamo in contatto per motivi di lavoro, chiedemmo la dotazione di mezzi protettivi individuali quali maschere ad apporto d'aria ed adeguati indumenti e maschere autoalimentate per i manutentori che intervenivano per rimuovere le perdite di VCM, rammento inoltre che chiedemmo il registro dei dati ambientali, il registro dei dati bio-statistici, il libretto sanitario personale ed il libretto personale di rischio, tutta documentazione che doveva essere tenuta ed aggiornata a cura del servizio sanitario di fabbrica. A seguito dell'azione sindacale e delle lotte si ottennero gradualmente dei risultati. Si era venuti a conoscenza che su alcuni reparti di produzione di PVC presenti all'estero gli impianti erano pressurizzati e non consentivano perciò l'inalazione del VCM, le lotte sindacali furono quindi indirizzate al fine di ottenere migliorie anche sugli impianti di fabbrica, questo non solo per la tutela dei lavoratori, ma anche per la tutela dell'abiente esterno».
    «Relativamente al mio trascorso lavorativo in ambito Solvay rammento che attorno al 1970 feci parte della cosiddetta »Commissione Ambiente«, un organismo sindacale che si occupava degli aspetti della salute dei lavoratori e dei problemi ambientali più in generale, connessi alle produzioni dell'industria chimica di via Marconi. Ricordo che fino al 1969 la nocività del lavoro era un elemento che veniva monetizzato, ossia chi era adibito ai lavori nocivi od insalubri riceveva dei premi in denaro rapportati a quel specifico incarico lavorativo che esponeva il rischio. OMISSIS.
    Gli anni di maggior pericolo secondo me furono gli anni antecedenti al 1970, affermo questo considerando: la mancanza di conoscenza dei rischi specifici dei prodotti in lavorazione, la scarsa professionalità e scolarizzazione delle maestranze (molti provenivano dal settore agricolo), l'assenza di formazione del personale sui rischi specifici, le condizioni tecnologiche degli impianti; tutto ciò determinava un mix di condizioni sfavorevoli che comportavano esposizioni dirette e pericolose con il VCM. A titolo esemplificativo posso dire che io stesso, emulando altri lavoratori, nel 1962 o '63, nel periodo estivo utilizzavo il VCM come refrigerante per alimenti e bevande».

    CATOZZI LORENZO, autoclavista.
    «Io ho appreso che il CVM è una sostanza cancerogena attorno al 1975, quando abbiamo fatto l'indagine F.U.L.C: (Federazione Unitaria Lavoratori Chimici), in precedenza l'azienda non mi aveva mai informato anche se sono sempre stato sottoposto a visite da parte del medico competente della azienda, con controlli di laboratorio ematici e radiologici».
    «Negli anni '80 venne introdotto il sistema di pulizia idraulica mediante pompe ad acqua a rotazione, per cui la presenza dell'uomo divenne solo occasionale».
    «Fino a metà degli anni '70 questo flusso di CVM prima di arrivare al Gasometro attraverso una guardia idraulica, per cui in particolari circostanze, quando il flusso era troppo elevato, il CVM si disperdeva nell'ambiente sotto forma gassosa, raggiungendo concentrazioni talmente elevate che erano avvertibili all'olfatto. L'odore era dolciastro di mandorle amare. Questi episodi accadevano con una frequenza settimanale. OMISSIS. Personalmente ricordo di alcuni episodi durante i quali non riuscivo a coordinare i movimenti per cui capivo di aver respirato troppo CVM e dovevo uscire dall'autoclave (pulizia autoclave). OMISSIS con una frequenza di 1-2 volte alla settimana, accadevano guasti e rotture che provocavano fughe di CVM dagli impianti. L'incidente più frequente era il cedimento del premistoppa delle valvole, presenti nell'impianto in numero elevato, per usura e vetustà. Ciò provocava fuoriuscite di gas delle quali ce ne accorgevamo per l'odore o per la formazione di ghiaccio sulle valvole rotte. Poi accadevano rotture di flange dei collettori, di premistoppa di tenuta delle pompe e altre rotture. L'emergenza fuga veniva affrontata nel seguente modo: il conduttore avvertiva l'assistente di turno e il capoturno, e metteva in sicurezza (sottovuoto) la parte interessata per interrompere la fuga e la successiva riparazione. Durante l'emergenza le maschere venivano utilizzate solo se si sentiva l'odore del CVM. Solo negli anni 'S0 (errore nel testo, ndr) vennero introdotte delle procedure di sicurezza per regolamentare meglio queste situazioni di emergenza e in seguito vennero introdotti anche i Gascromatografi».
    «Le mie mansioni sono state: dal maggio 1972 al dicembre 1980: Pulitore di autoclavi presso il reparto polimerizzazione PVC denominato POI. OMISSIS. Al termine della reazione di polimerizzazione si procedeva alla fase di »degasaggio«, per riportare l'autoclave a pressione ambiente, questo per fa produzione del Latex (emulsione) avveniva aprendo lentalmente la valvola di uscita gas in un circuito chiuso di scarico, che andava a un Gasometro e veniva poi recuperato per altri cicli. Fino a metà degli anni '70 questo flusso di CVM prima di arrivare al Gasometro attraversava una guardia idraulica, per cui in particolari circostanze, quando il flusso era troppo elevato, il CVM di disperdeva nell'ambiente sotto forma gassosa, raggiungendo concentrazioni talmente elevate che erano avvertibili con l'olfatto. L'odore era dolciastro di mandorle amare. Questi episodi accadevano con una frequenza settimanale. All'epoca si poneva rimedio a queste situazioni mediante l'accensione di grossi ventilatori aspiranti presenti a soffitto. La fase di »degasaggio« poteva durare 2-3 ore. Raggiunta pressione ambiente si procedeva all'apertura delle valvole dell'autoclave, poste sotto i macchinari, per effettuare lo scarico del prodotto, che si presenta in forma di liquido biancastro, contenente granuli, ciò avveniva per caduta attraverso un filtro metallico a maglie molto strette dove i granuli venivano allontanati manualmente con un rastrello metallico. In questa fase di asportazione dei grumi l'operatore non indossava alcun mezzo di protezione per l'apparato respiratorio, ma solo dei guanti. Avevamo in dotazione delle maschere che potevano essere utilizzate sia con collegamento a un tubo di alimentazione aria che con filtri, che però venivano usate solo in situazioni di alta esposizione. OMISSIS.
    Per quanto riguarda la produzione di Slurry il »degasaggio« avviene rapidamente in circa 15 minuti, mediante l'apertura di una valvola che immette sia il prodotto che i gas in un circuito chiuso che portava a un (fasometro) e ai depositi verticali (silos) del prodotto. Il lavoro di pulizia manuale delle autoclavi, consisteva nell'apertura del »passo d'uomo«, nella messa in aspirazione dell'aria interna mediante una bocchetta, nel reimpimento dell'autoclave di acqua e successivo svuotamento (l'acqua di scarico veniva incanalata nel sistema fognario comunale), dopodiché l'addetto si introduceva all'interno, indossando una tuta da lavoro perché le maschere ad aria vennero introdotte dopo il 1975, e manualmente si raschiava la pellicola di polimero che aderiva alle pareti dell'autoclave. Mediamente queste operazioni di pulizia manuale duravano circa 2 ore. Personalmente ricordo di alcuni episodi durante i quali non riuscivo a coordinare i movimenti per cui capivo di aver respirato troppo CVM e dovevo uscire dall'autoclave. Tali episodi avvennero fino a che non si adottarono le maschere ad aria. Negli anni '80 venne introdotto il sistema di pulizia idraulica mediante pompe ad acqua a rotazione, per cui la presenza dell'uomo divenne solo occasionale».

    GUITTI FRANCO, autoclavista.
    «Per l'esperienza da me maturata nel corso della mia attività lavorativa in Solvay, posso dire che nei primi anni '70 le maestranze non conoscevano gli effetti dannosi del cloruro di vinile manomero, eseguivano operazioni che li esponevano a rischi rilevanti, ricordo che ho sentito dire che veniva utilizzato per refrigerare le bevande, il personale non era edotto circa la pericolosità del VCM. Credo che sia stato proprio il decesso di Vanni ad apportare il necessario interessere in ordine alla pericolosità del VCM, e dal '75 in poi l'interesse dell'azienda attorno a questo fattore di rischio è stato crescente».
    «Se ricordo bene la data il mio collega di lavoro Vanni Giovanni morì nel 1975 a causa di un angiosarcoma al fegato, questo infausto evento ricordo che rappresentò un campanello di allarme che venne colto dal Consiglio di Fabbrica ed anche dalla Direzione Aziendale e quindi in seguito, vennero installati gas cromatografi. Come anzidetto detta apparecchiatura di controllo venne messa in opera nel 1976 circa, a quel tempo operavo ancora come quadrista e ricordo che l'addetto alla sala quadri da quel momento aveva il compito anche intervenire quando il gas cromatografo rilevava m un punto una determinata concentrazione di VCM».
    «Negli anni novanta, oltre ai rapportini relativi alle fughe, so che l'USL riceveva i rapportini redatti dal capo turno in occasione dell'entrata dei pulitori all'interno delle autoclavi. Al riguardo faccio presente che prima che il pulitore entrasse in autoclave venivano effettuate diverse campionature dell'aria presente nel reattore e questi accedeva solo quando la concentrazione era scesa a 3 o 5 p.p.m.. L'analisi dell'aria interna all'autoclave veniva effettuava utilizzando un punto di rilevamento collegato al gas cromatografo, la sonda rimaneva posta all'interno dell'autoclave finché durava l'operazione e se la concentrazione di VCM saliva per qualche motivo, il quadrista provvedeva a richiamare all'esterno l'operaio che si era introdotto in autoclave, poi veniva ripetuta la rilevazione e l'operatore poteva rientrare all'interno dell'autoclave quando la concentrazione era tornata a valori bassi».
    «Dopo la pulizia interna delle autoclavi si provvedeva, periodicamente, alla pulizia interna di altri serbatoi quali i degasatori e le riserve. La pulizia avveniva sempre dopo la bonifica ed a volte la effettuavano operai delle imprese: in tal caso nel relativo rapporto veniva indicato il nominativo dell'impresa. Durante la pulizia della autoclavi da parte dell'aiuto conduttore qualora si fosse verificata una concentrazione superiore ai 15 ppm l'operatore era invitato ad uscire e questo di regola veniva annotato sul rapporto compilato dal capo turno. Per quanto attiene la pulizia all'interno delle autoclavi ricordo che prima dell'utilizzo del NOXOL ossia nel 1991, le operazioni erano alquanto prolungate nel tempo. Infatti, i sistemi di pulizia adottati prima del 1991, non consentivano una efficace rimozione del prodotto depositatosi all'interno dell'autoclave. Quindi l'utilizzo del NOXOL modificò in modo sostanziale le condizioni di lavori dei pulitori».

    ONESTINI LUIGI, rappresentante sindacale.
    «Noi iniziammo ad occuparci dei rischi derivanti dalla lavorazione del CVM con l'indagine FULC nel 1974 circa, ma anche prima come Consiglio di Fabbrica avevamo cercato un contatto con la dirigenza per chiarire queste preoccupazioni sul CVM. Nel luglio 1975 un operaio Conduttore di autoclavi nel Reparto PO1, Vanni Giovanni, morì per un »Angiosarcoma epatico« e questo fu l'episodio di svolta nella trattazione dell'argomento CVM. Questo portò al primo accordo, dell'agosto 1975, tra la Società, l'Unione Industriali e la FULC provinciale, per il riconoscimento della Commissione Ambiente e sulla possibilità di partecipare al controllo, taratura, posizionamento dei Gascromatografi e fissazione della soglia di allarme in 30 ppm in quanto sapevamo che dagli studi condotti dal Prof. Maltoni, un medico di Bologna che studiava il problema, quella soglia di concentrazione poteva essere non dannosa».
    «Nel corso degli anni e almeno fino agli anni'80, sono capitati vari incidenti con perdite più o meno rilevanti. È capitato che per problemi tecnici di reazione del prodotto, la membrana di sicurezza di qualche autoclave sia esplosa con fuoriuscita di CVM nell'ambiente circostante. La fuoriuscita si notava per l'effetto neve nella zona circostante. Altro problema lamentato dagli abitanti della zona è la presenza di polvere di PVC nell'ambiente, dovuto alla non tempestiva sostituzioni dei filtri a manica dagli scarichi».
    «Dall'accordo del 1975 al 1985, anno nel quale ritengo che rimpianto sia stato messo completamente in regola, sono state adottate varie modalità di sicurezza nella trattazione del CVM, quali l'adozione dei gascromatografi nell'ambiente lavorativo, l'utilizzo di una sonda del gascromatografo per la rilevazione all'interno delle autoclave prima dell'ingresso dell'addetto alla pulizia (in quanto l'apparecchiatura portatile precedentemente usata non era affidabile per la rilevazione), l'impiego di maschere alimentate ad aria, l'adozione di aspiratori dal letto, poi convertiti in ventilatori per tenere i gas schiacciati a terra e farli defluire dalle porte dei capannoni che erano sempre aperte, l'adozione della sonda per la rilevazione all'interno delle autoclavi prima della pulizia avvenne a seguito di un esperimento condotto nella seconda metà degli anni '70 dal Prof. Viola, che si introdusse dentro una autoclave munito di respiratore con bombole, vestito dei soli indumenti intimi e praticandosi dei prelievi ematici onde verificare l'eventuale assorbimento per via epidermica del CVM. Tale esperimento diede un esito positivo per cui venne data la direttiva di riempire e poi svuotare la autoclave con acqua prima dell'ingresso dell'addetto alla pulizia. Vennero adottate delle modalità di sicurezza per cui all'eventuale allarme che doveva essere confermato per tre battute di allarme della stessa sonda, era previsto anche l'evacuazione del Reparto ed a tale scopo, durante gli anni, vennero installati numerosi allarmi acustici nei vari reparti».

    QUERZOLI MAURIZIO, autoclavista.
    «Già negli anni attorno al 1974/75 o anche prima sono stato informato con gli altri operai durante una assemblea organizzata dalla Società e dal sindacato, tenuta dal Prof. Viola capo medico di fabbrica, che il CVM era cancerogeno e che bisognava adottare delle precauzioni. Da quel periodo vennero introdotte progressivamente misure di sicurezza volte a limitare l'esposizione diretta al CVM. Dalla seconda metà degli anni '70 vennero introdotti apparecchi denominati Gascromatografi utilizzati per la rilevazione della presenza di CVM nell'ambiente e nell'autoclave prima dell'ingresso dell'operatore. OMISSIS. Per quello che mi era stato detto il CVM era fortemente nocivo ma solo per inalazione».
    «OMISSIS. Da quel periodo (1974/75) vennero introdotte progressivamente misure di sicurezza volte a limitare l'esposizione diretta al CVM. Dalla seconda metà degli anni '70 venenro introdotti apparecchi denominati Gascromatrografi utilizzati per la rilevazione della presenza di CVM nell'ambiente e nell'autoclave prima dell'ingresso dell'operatore. OMISSIS. Rammento inoltre che a decorrere dal 1992/93 venne introdotto un sistema di pulizia chimica delle autoclavi con un prodotto chiamato »NOXOL« che veniva versato manualmente dentro un contenitore e introdotto in pressione con azoto all'interno dell'autoclave. Tale innovazione portò alla eliminazione della necessità di introdursi all'interno delle autoclavi».
    «In caso di rilevazione di presenza nell'aria di lavoro di CVM, il personale del reparto veniva allontanato in un locale idoneo in sala quadri, ma solo dopo che l'assistente accertava che l'allarme era dovuto al superamento dei limiti di CVM. L'assistente si occupava quindi, con un strumento chiamato Century, della rilevazione del punto di fuga per il successivo intervento, tale operazione veniva effettuata spesso senza maschera di protezione. Mi ricordo che anche io sono intervenuto in simili circostanze per riparare la perdita da un premistoppa senza utilizzare la maschera, ma questa operazione si concludeva in alcuni minuti. OMISSIS. Negli anni 1990 feci parte della squadra interna di Pronto Intervento Incendi ed in una circostanza, nel 1993 circa, intervenni per raccogliere le polveri di PVC che fuoriuscite da un silos si erano depositate sulle acque del canale Boicelli. In quella circostanza provvedemmo a circoscrivere la zona con le barriere galleggianti, una volta raggruppate le polveri, so che sono state aspirate con un camion cisterna del tipo utilizzato per i pozzi neri».
    «Dal 1974 al 1978 passai alle mansioni di Pulitore di autoclavi presso il Reparto P02 dove veniva prodotto PVC in sospensione denominato »SLURRY« OMISSIS. Le operazioni di pulizia avvenivano dopo lo svuotamento che veniva effettuato in maniera rapida, in circa 10 minuti, il prodotto veniva convogliato in un degasatore collegato a un gasometro che raccoglieva il CVM che non aveva reagito, entrambi posti all'aperto, fuori dal Reparto. A questo punto l'autoclave veniva bonificata mediante messa sotto vuoto per estrarre il gas residuo, dopo di che si apriva il passo d'uomo e si introduceva la proboscide aspirante. A quel punto si introduceva un apparecchio per la pulizia idraulica a forma di piovra con quattro gambe che si fissavano contro le pareli dell'autoclave e con una testa rotante munita di ugelli dalla quale fuoriusciva acqua ad alta pressione di circa 200 atm. che scendendo lungo l'interno puliva le pareli dai residui di lavorazione. L'acqua di lavaggio fuorisciva da una apertura sul fondo che scaricava su un filtro metallico per la raccolta dei grumi e veniva incanalato verso le vasche di decantazione. Finita la pulizia si verificava la perfetta tenuta della valvola di fondo dell'autoclave mediante acqua in pressione, altrimenti si interveniva manualmente per la rimozione di eventuali grumi e residui entrando all'interno dell'autoclave. Mediamente la rimozione manuale dei grumi avveniva 1/2 volte per turno o comunque sempre al fine campagna di produzione di un dato prodotto. La durata delle »campagne« variava da una a due settimane. A fine »campagna« si effettuava anche la pulizia manuale del degasatore mediante un getto d'acqua che fuoriscuva da un tubo di gomma temilo a mano dall'operatore. Raramente si verificava la necessità di intervenire all'interno del degasatore per rimuovere grumi di materiale. Durante le operazioni di lavaggio tenevamo le pompe di aspirazione in funzione per la dispersione dei vapori e di eventuali gas residui, che venivano scaricati direttamente nell'atmosfera. Tali operazioni venivano effettuate senza utilizzo di alcuna maschera. Nei casi di necessità entravo nella autoclave indossando una normale tuta da lavoro in cotone, scarpe con suola antisdrucciolo e maschera a pieno facciale collegata ad aria con tubo di gomma filtrata che negli anni che seguirono venne controllata con gascromatografo. OMISSIS. Dalla seconda metà degli anni '70 vennero introdotti apparecchi denominati gascromatografi utilizzati per la rilevazione della presenza di CVM nell'ambiente e nell'autoclave prima dell'ingresso dell'operatore. In quegli anni si introdusse un processo di stripping nel degasatore, cioé di asportazione del CVM non reagito, rimasto intrappolato nel polimero, mediante riscaldamento del prodotto con l'immissione di vapore che lo portava ad ebollizione, facilitando la fase di degasazione. Il pulitore di autoclave aveva autorizzazione ad entrare quando la concentrazione di CVM era inferiore a 50 ppm (parte per milione) mentre nell'ambiente di reparto il sistema era tarato a 15 ppm. È successo un episodio in cui, trovandomi all'interno dell'autoclave per la pulizia, si verifica un superamento del limite di 50 ppm e nessuno mi avvertì, questo lo appurai una volta uscito controllando il grafico di rilevazione. In quel periodo le misure di sicurezza adottate per il pulitore in rapporto all'esposizione al CVM erano l'uso della maschera alimentata ad aria».

    VUK GIOVANNI, capo reparto officina meccanica.
    «Il personale dello stabilimento Solvay, come me del resto, venimmo a conoscenza della pericolosità del VCM verso la metà degli anni Settanta in quanto vennero divulgate le conoscenze e gli studi fatti dal prof. Viola».
    «Dal 1960 fino alla fine del 1967 ho operato in qualità di impiegato tecnico progettista. Successivamente fino al termine del mio lavoro sono stato occupato in qualità di capo reparto dell'officina meccanica. In relazione a quest'ultimo incarico io provvedevo a predisporre gli interventi di assistenza agli impianti di fabbricazione a seguito delle segnalazioni che mi pervenivano dai responsabili degli impianti di fabbricazione nonché il coordinamento e la programmazione degli interventi di manutenzione ordinaria e straordinaria. In capo al mio ufficio ricadeva pure il compito di controllare i lavori eseguiti dalle varie aziende meccaniche esterne. Provvedevo alla contabilità dei lavori. OMISSIS. Ogni giorno provvedevo a pianificare gli interventi che devevano essere eseguiti il giorno succesivo. Annotavo l'attività programmata su dei rapportini prestampati che non venivano conservati anche perché le attività descritte e realizzate erano pressoché ripetitive. OMISSIS. Io per l'incarico che rivestivo all'epoca fui interessato alla questione in quanto il mio capo servizio mi comunicò che la direzione aveva disposto la sostituzione di tutte le valvole a premi treccia con delle altre valvole a soffietto interessate al passaggio del VCM. L'operazione consisteva nello smontare le valvole a treccia facendole revisionare e apponendo un soffetto che garantiva la tenuta della valvola qualora la treccia non avesse fatto tenuta. Ovviamente quelle di non conveniente riparazione venivano sostituite con delle altre nuove. Oltre alle valvole a soffietto furono installati gli impianti di strippaggio e l'aria fisiologica. A quell'epoca il personale fu sottoposto anche ad accertamenti salutari ripetuti nel tempo. Gli interventi tecnici che vennero effettuati a seguito delle informazioni sulla pericolosità del VCM vennero decisi a livello di direzione tecnica. Io non partecipai a queste scelte per cui non sono a conoscenza degli aspetti tecnici valutati per l'individuazione delle soluzioni adottate. Come officina meccanica non eravamo a conoscenza dei fatti descritti nei rapportini redatti dai capo turno dei reparti di fabbricazione inerenti le perdite o le fughe nell'ambiente di lavoro. Questi rapportini venivano »gestiti« dai responsabili dei reparti di fabbricazione. Noi della manutenzione intervenivamo sull'impianto allorquando perveniva una richiesa esplicita dei responsabili del reparto di fabbricazione. Noi non programmavamo direttamente i nostri interventi in relazione a detti rapportini ma solo a seguito delle segnalazioni di richiesta del reparto interessato. Faccio presente, peraltro, che il reparto di fabbricazione aveva a disposizione un meccanico di turno che poteva anche sostituire una treccia di una valvola premistoppa. OMISSIS. Il reparto di manutenzione interveniva per tutte le operazioni di manutenzione di una determinata complessità, come quella ad esempio della sostituzione delle valvole di fondo delle autoclavi o della revisione del movimento delle autoclavi, lavori quindi, che comportavano interventi di non semplice esecuzione. I lavori di minore entità potevano, come anzidetto, essere eseguiti anche dal meccanico di turno di cui disponeva il reparto di fabbricazione. Non ricordo la marca del fabbricante delle valvole a soffietto. Il personale dell'officina meccanica poteva effettuare gli interventi di manutenzione al reparto di fabbricazione solo se erano muniti di una consegna scritta che gli consentiva l'accesso agli ambienti.
    Ricordo che furono sostituiti i filtri del »Latex« che si presentavano inizialmente aperti e poi vennero realizzati chiusi ed a tenuta. Non ricordo esattamente ma mi pare che detto intervento venne fatto nella seconda metà degli anni Ottanta. Rammento anche che vennero installati dei compressori per il CVM dotati di tenuta rotante. Ricordo altresì che nel corso degli anni vennero effettuati numerosi lavori e modifiche agli impianti esistenti, nonché costruite nuove parti d'impianto, nuove linee, venne realizzato un processo di ammodernamento costante, ma non so se le strategie aziendali muovessero dalla necessità di innovare il processo produttivo o dalla necessità di messa in sicurezza degli impianti o da entrambe. Ricordo tra l'altro l'ampiamente dell'impianto di liquefazione».
    «Ricordo che quando lavoravo ancora all'ufficio tecnico ebbi modo di notare una perdita della guardia idraulica del gasometro. L'unica volta, per quanto ricordo e di mia conoscenza, che si è verificata la rottura della guardia idraulica è stata quella descritta nella precedente domanda».

    BARBIERI LEONELLO, autoclavista.
    «Nei primi tempi, ossia dalla mia data di assunzione (1969) e fino ai primi anni '70, le condizioni dell'ambiente di lavoro non erano buone, l'esposizione al VCM era elevata, nessuno di noi del reparto aveva conoscenza della pericolosità del prodotto, per cui anche durante la comune attività lavorativa non veniva prestata alcuna cautela nell'esporsi al VCM, talché alcuni operatori prima della pulizia dell'autoclave e nell'attesa che la stessa venisse riempita di acqua (sistema di bonifica all'epoca in uso) si affacciava sul boccaporto per controllare il riempimento dell'autoclave ed esponendosi quindi, all'inalazione dei vapori di VCM. In quegli anni era frequente scorgere in reparto una nebbiolina che si sviluppava allorché si verificavano fughe del VCM».
    «In seguito si prese coscienza della pericolosità del prodotto, e vennero adottate le misure atte a migliorare le condizioni ambientali del reparto di fabbricazione: vennero sostituite gradualmente valvole a soffietto in sostituzione delle vecchie valvole con premistoppa, vennero installati i gas cromatografi, venne migliorata l'aerazione del reparto aprendo le aperture già esistenti, nonché realizzando le grandi finestre. Le fughe di VCM erano dovute sia a casi accidentali come improvvise rotture di tubazioni, sia a falli più strutturali come perdite conseguenti alla fuoriuscita dell'acqua nella guardia idraulica dovuta al degasaggio troppo rapido dell'autoclave, sia alle vecchie valvole che come elemento di tenuta avevano una treccia costituita da amianto. La sostituzione di queste valvole con quelle a soffietto, l'eliminazione delle guardie idrauliche consentità nel tempo di evitare le numerose perdite che si verificavano in precedenza. L'installazione dei gas cromatografi diede la possibilità di rilevare in modo sequenziale le concentrazioni di VCM, d'intervenire quando si verificavano le perdite ed anche di adottare con prontezza misure idonee, quali l'allontamento del personale che lavorava in prossimità della perdita, nonché l'adozione di mezzi di protezione quali maschere ed autoprotettori per il personale che doveva intervenire per rimuovere l'inconveniente. Peraltro, nel tempo vennero anche migliorate le procedure adottate per la pulizia dell'autoclave, vennero utilizzati dei sistemi di pulizia idraulica per cui l'entrata dei pulitori all'interno dell'autoclave divenne più saltuaria».
    «Le fughe di VCM erano dovute sia a casi accidentali come improvvise rotture di tubazioni, sia a fatti più strutturali come perdite conseguenti alla fuoriuscita dell'acqua nella guardia idraulica dovuta al degasaggio troppo rapido dell'autoclave, sia alle vecchie valvole che come elemento di tenuta avevano una treccia costituita da amianto. OMISSIS. Io personalmente sono stato interessato ad un evento particolare che si verifica nei miei primi anni di lavoro, attorno al 1970, ricordo che mi trovavno all'interno di una autoclave, stavo in piedi sul fondo, dovevo eseguire la pulizia delle pareti interne, improvvisamente avertii un capogiro e persi coscienza e mi svegliai a seguito dell'intervento dell'assistente di turno e del mio compagno di lavoro Catozzi Lorenzo. A seguito dell'occorso non fui sottoposto ad alcun accertamento sanitario, mi fu detto dal capo turno di uscire all'esterno del reparto a prendere un po' d'aria perché mi venne un forte mal di testa che perdurò per circa un'ora e mezza accompagnato da un indolenzimento degli arti inferiori».

    BARBONI GINO.
    «Riguardo alle condizioni degli ambienti di lavoro presso gli stabilmenti di via Marconi ricordo che verso la metà degli anni '70 le ricerche effettuate dal prof. Viola evidenziarono la pericolosità del cloruro di vinile monomero, la società colse le indicazioni del prof. Viola ed anche a seguito delle sollecitazioni che provenivano dall'ambiente sindacale apportò gradualmente delle migliorie che contribuirono a migliorare le condizioni dell'ambiente di lavoro. OMISSIS. Già alla data della mia assunzione (1962) venni edotto personalmente dall'ing. Muzzati circa il fatto che il VCM era un gas pericoloso».
    «La società colse le indicazioni del prof. Viola ed anche a seguito delle sollecitazioni che provenivano dall'ambiente sindacale apportò gradualmente delle migliorie che contribuirono a migliorare le condizioni dell'ambiente di lavoro. Vennero installati i gas cromatografi; venne incaricato un impiegato (nome omesso dalla redazione) che con un analizzatore portatile (Century) quotidianamente faceva controlli nei reparti di fabbricazione; vennero adottate procedure atte a limitare il più possibile le perdite di VCM; vennero adottate procedure particolari a tutela dei pulitori, era previsto che prima dell'introduzione del pulitore in autoclave venisse rilevata la concentrazione di VCM residuo in autoclave ed inoltre il pulitore veniva dotato di mezzi personali di protezione. Nel tempo gli interventi di bonifica dei reparti di fabbricazione portarono al progressivo miglioramento delle condizioni del reparto. OMISSIS Da quel momento (incontro con il dott. Viola - anni '70) l'attenzione del sindacato, della società ed anche delle stesse maestranze fu rivolta ad evitare l'esposizione al VCM. Negli anni che seguirono migliorarono le condizioni e le procedure di lavoro, venne dedicata attenzione in particolare all'areazione dell'ambiente, all'eliminazione immediata delle perdite, all'uso di mezzi di protezione individuali adeguati, si creò gradualmente una cultura di sicurezza che coinvolse i lavoratori addetti ai vari reparti. A mio avviso i direttori di stabilimento dimostrarono sensibilità attorno a questo problema in particolare il dott. Manca che evidenziò la politica della società in relazione al problema più generale della sicurezza».
    «Il problema dell'emissione di VCM in prossimità dei filtri aperti siti a valle delle autoclavi, sui quali si raccoglievano grumi di latex, rimase fino al 1983 quando io venni spostato a PO2. In seguito venne risolto con l'installazione di una cappa aspirante e poi attraverso modifiche strutturali in quel tratto dell'impianto. OMISSIS. Ricordo che fino al '68 circa, le perdite di VCM dalla guardia idraulica si avvertivano visivamente in reparto. Le fughe causate della perdita di un premistoppa di una valvolva venivano scoperte quando si udiva un sibilo dovuto alla perdita del gas in pressione, si notava anche la presenza di gelo attorno al punto in cui fuoriusciva. In quei casi si provvedeva a stringere il premistoppa, se ciò non era sufficiente si degasava l'autoclave per poter intervenire su quel punto, ricordo che il meccanico che interveniva per rimuovere l'inconveniente non utilizzata sistemi di protezione. Io ricordo che conoscevo l'odore del VCM, era un odore dolciastro tipico del VCM, gas incolore, sentivo l'odore del VCM quando c'erano delle perdite. Sentivo l'odore anche quando si scaricava il prodotto dall'autoclave».

    BARATTONI ANDREA.
    «Si può effettivamente sostenere che l'installazione dei gascromatografi ha costituito, dal punto di vista della sicurezza, una svolta importante, perché da quel momento è stato possibile fissare i limiti di soglia e definire gradualmente le procedure. Peraltro nel tempo migliorò la manutenzione degli impianti e le migliorie e gli ammodernamenti si ripeterono nel tempo. OMISSIS. In seguito vennero adottati accorgimenti tecnici che impedirono le fughe di VCM nell'ambiente esterno, quali l'uso di inibitori che fermavano la reazione o l'installazione di una valvola di sicurezza a valle della membrana che faceva fuoriuscire solo la quantità di gas utile per mantenere ad un determinato valore la pressione interna all'autoclave».
    «Il limite di soglia di 30 p.p.m. veniva osservato per predisporre le eventuali evacuazioni od allontamenti del personale o di parte di esso dal reparto, questo avvenne dopo l'installazione dei gascromatografi, ma non so indicare date più precise. Precedentemente non era fissato alcun limite di soglia, ci accorgevamo delle fughe vedendo la nebbiolina dovuta all'effetto refrigerante dei VCM allo stato liquido in cui si verificava un guasto all'impianto, in presenza di fughe importanti si avvertiva l'odore di mandorla tipico del VCM. OMISSIS. Le situazioni di maggior pericolo che io ricordo appartengono ai miei primi anni di lavoro in Solvay. Le condizioni di maggior pericolo per me si realizzavano quando la reazione di polimerizzazione provocava un aumento anomalo di pressione, talché il quadrista non riusciva più a controllarla, al raggiungimento di una pressione pericolosa accadeva che si rompeva la membrana di sicurezza e fuoriusciva il VCM nell'ambiente esterno. In seguito vennero adottati accorgimenti tecnici che impedirono le fughe di VCM nell'ambiente esterno, quali l'uso di inibitori che fermavano la reazione o l'installazione di una valvola di sicurezza a valle della membrana che faceva fuoriuscire solo la quantità di gas utile per mantenere ad un determinato valore la pressione interna all'autoclave».

    TALMELLI GIANNI, autoclavista.
    «Dal punto di vista della sicurezza degli addetti alla fabbricazione del PVC, ritengo che l'installazione dei gas-cromatografi abbia realizzato un mutamento radicale rispetto al passato, anche perché dal 1975 potevamo avere coscienza dell'entità delle fughe di VCM e quindi del pericolo a cui eravamo sottoposti. Prima dell'introduzione dei gas cromatografi avvertivamo la presenza del VCM solo quando la concentrazione in aria raggiungeva la soglia olfattiva, ricordo un odore dolciastro, oppure quando nel punto in cui verificava la perdita constatavamo la presenza di ghiaccio o una nebbia dovuta all'evaporazione del gas. OMISSIS Anche l'azienda a fronte delle concentrazioni rilevate dall'apposita apparecchiatura iniziò seppur gradualmente ad adottare crescenti misure di sicurezza. Ricordo che vennero introdotti limiti di allarme, ma non so indicare date precise, ricordo che altresì che in seguito i limiti furono ridotti, credo a seguito d'istanze sindacali. Quando venni addetto alla sala quadri avevo il compito di controllare il processo di polimerizzazione ed inoltre controllavo anche gli allarmi del gas cromatografo, se venivano riscontrate tre, successive, concentrazioni pericolose veniva data immediata notizia al capo turno affinché venissero adottati gli interventi del caso. Successivamente all'85 le procedure vennero modificate e quindi, veniva data possibilità al quadrista di allontanare direttamente le maestranze di reparto dalla zona pericolosa alla verifica del superamento del limite di soglia (per tre volte) presso lo stesso punto di rilevamento. Per quel che rammento, solo a decorrere dalla metà degli anni '80 i capi turno dovevano redigere rapportini a seguito del verificarsi di una perdita di VCM ed inoltre solo da quell'epoca veniva costantemente rilevata la concentrazione di VCM durante la pulizia delle autoclavi o durante le operazioni di manutenzione o riparazione. OMISSIS. A mio avviso sotto il profilo della sicurezza gli impianti raggiungerso condizioni ottimali attorno al 1996, quando gli impianti vennero automatizzati completamente; solo l'automazione consentì di evitare l'errore umano che invece in precedenza provocava, quando accadeva fughe di VCM nell'ambiente di fabbrica e nell'ambiente esterno. Attorno al 1990-92 si iniziò ad utilizzare il »noxol«, un prodotto in forma liquida che permetteva di pulire efficamente le pareti interne delle autoclavi. L'introduzione di questo prodotto migliorò le condizioni di lavoro degli addetti al reparto, in quanto divenivano rare le occasioni che necessitavano la pulizia manuale».
    «Sia nel periodo in cui operavo come pulitore, sia in seguito come conduttore, trascorrevo il tempo di lavoro nel reparto PO1 o PO2 e ricordo che le fughe di VCM si verificavano principalmente a causa della scarsa tenuta del passo d'uomo o a causa di perdite dei premistoppa delle valvole. Fino al 1980 erano in uso sull'impianto delle valvole che come materiale di tenuta avevano della treccia di tessuto tessile tipo canapa trattata con coibentante, verso l'inizio degli anni '80 queste valvole vennero gradualmente sostituite con valvole a doppio soffietto, dotate di due sistemi di tenuta e che garantivano più efficacemente la tenuta del VCM, rammento che il mio collega Zambonati Antonio, meccanico addetto alla riserva generale, aveva promosso in sede sindacale l'adozione di queste valvole a soffietto, ritenute molto più efficaci rispetto a quelle in uso. Su ogni autoclave erano presenti una decina di valvole, inoltre altre valvole erano presenti nel reparto di fabbricazione, in genere in prossimità delle pompe e delle riserve. La situazione migliorò ulteriormente con l'utilizzo, a metà anni '90, delle valvole cosiddette a sfera. OMISSIS. Prima dell'introduzione dei gas cromatografi avvertivamo la presenza del VCM solo quando la concentrazione in aria raggiungeva la soglia olfattiva, ricordo un odore dolciastro, oppure quando nel punto in cui si verificava un perdita constatavamo la presenza di ghiaccio o una nebbia dovuta all'evaporazione del gas. OMISSIS Riguardo ai sistemi di rilevamento adottati ritengo che alcuni aspetti influivano circa l'efficacia del sistema sotto il profilo della sicurezza. Per esempio, faccio menzione del fatto che il quadrista aveva il compito di controllare il processo di polimerizzazione ed altre operazioni, era presente un solo quadrista per turno, quindi non verificava in modo continuo il grafico del gas cromatografo, interveniva senz'altro quando veniva riscontrato su tre battute la concentrazione massima di taratura perché interveniva l'allarme acustico, ma poteva accadere che una sonda prelevasse, per un certo periodo concentrazioni di VCM leggermente inferiori alla soglia di allarme e che nessuno se ne accorgeva. A mio avviso sotto il profilo della sicurezza gli impianti raggiunsero condizioni ottimali attorno al 1996, quando gli impianti vennero automatizzati completamente gli impianti, solo l'automazione consentì di evitare l'errore umano che invece in precedenza provocava, quando accadeva fughe di VCM nell'ambiente di fabbrica e nell'ambiente esterno. OMISSIS.
    Relativamente alla condotta tenuta dai Dirigenti di stabilimento rammento questi episodi: nel 1985, l'anno in cui il periodo invernale si presentò particolarmente freddo, si verificò che in qualunque parte dell'impianto ove vi era la presenza di acqua a causa delle basse temperature la stessa ghiacciava provocando la fuoriuscita del VCM dalle »guardie idrauliche« e di conseguenza dai gasometri, da tutti i vari filtri e serbatoi dove era contenuto acqua e VCM. Il verificarsi di questi inconvenienti venne rappresentato a (nome omesso dalla redazione), all'epoca Capo servizio, con proposta di fermare gli impianti; lo stesso ribadì nella circostanza che non avrebbe provveduto a far fermare gli impianti giustificando che non sarebbero più ripartiti perché i danni agli impianti fermi, provocati dal ghiaccio, sarebbero stati innumerevoli. Il secondo episodio verificatosi nel 1987 circa ha come protagonista sempre il predetto (capo servizio). In questa occasione si verifica che una autoclave fece una reazione anomala a seguito della quale all'interno della stessa si mantennero valori attorno ai 200 p.p.m. dovute alla presenza di alcune grosse croste di PVC. Il detto valore si mantenne tale per circa due giorni e poiché nessuno degli operai intendeva introdursi all'interno del reattore il (capo servizio) si introdusse lui stesso all'interno per estirpare i grumi di PVC dimostrando che il nostro comportamento era semplicemente pretestuoso».
    «Dal 1973 al 1974 ho lavorato nel reparto premix, dal 1975 al 1982 ho lavorato nei reparti di polimerizzazione per la fabbricazione di PVC, sono stato occupato inizialmente in qualità di pulitore, poi in qualità di conduttore di autoclave, dal 1983 al 1984 ho operato come quadrista, addetto alla sala quadri, in seguito mi è stato assegnato l'incarico di impiegato tecnico assistente di turno e poi di tecnico di sala controllo. OMISSIS. Negli anni in cui lavoravo come pulitore l'operazione di pulizia la svolgevo entrando all'interno dell'autoclave, indossavo normali indumenti da lavoro ed utilizzavo una maschera di protezione ad apporto d'aria, i miei superiori mi avevano detto che dovevo utilizzare la maschera. Ricordo che alcuni pulitori soprattutto quando la temperatura ambientale era elevata non utilizzavano la maschera. OMISSIS. Attorno al 1990-92 si inizia ad utilizzare il »noxol« un prodotto in forma liquida che permetteva di pulire efficamente le pareti interne delle autoclavi. L'introduzione di questo prodotto migliorò le condizioni di lavoro degli addetti al reparto, in quanto divenivano rare le occasioni che necessitavano di pulizia manuale».

    CAVALLARI PIER LUIGI, imballatore e autoclavista.
    «Relativamente al periodo trascorso presso il reparto imballaggio voglio sottolineare che seppure all'epoca l'operazione fosse prettamente manuale, per cui l'operatore manualmente poneva il sacco da riempire con il PVC in polvere all'imbocco della tramoggia ed una volta riempito lo trasportava sempre manualmente sulla cucitrice e provvedere poi a chiuderlo con detta cucitrice manuale, il prodotto imballato aveva una temperatura molto elevata, in quanto il PVC usciva dall'essicatore, l'imballaggio avveniva in un ambiente interno non areato nel quale si sviluppava una grande quantità di polvere al PVC, io né gli altri operatori di quel reparto avevamo in dotazione maschere protettive. Infatti, in quel reparto non ho mai visto utilizzare la maschere, non mi era stato detto di utilizzare la maschera anche perché io come anzidetto non l'avevo in dotazione. OMISSIS. Prima d'introdurmi all'interno dell'autoclave veniva effettuata la misurazione della concentrazione di VCM residua, utilizzando una sonda portatile collegata al gascromatrografo, io potevo introdurmi solamente se la concentrazione di VCM era inferiore a 3(1 p.p.m., però, succedeva a volte che anche se la concentrazione era superiore a tale limite, ma era già trascorso molto tempo dopo l'apertura del boccaporto la sonda veniva estratta e misurava quindi la concentrazione all'esterno dell'autoclave, senz'altro inferiore a 30 p.p.m., questo per consentirmi di entrare ugualmente. Questa era una prassi abituale in quanto dovevamo attendere circa venti minuti dopo l'apertura, chi attendeva troppo correva di rischio di venire richiamato, ciò comportava conseguenze sia di ordine disciplinare, sia di tipo economico in quanto il comportamento delle maestranze influiva notevolmente sul trattamento salariale. Sono a conoscenza del fatto che succedeva che l'apparecchiatura di rilevamento del VCM a volte entrava in avaria, si riteneva all'epoca che il non funzionamento del gascromatografo dipendesse dal fatto che veniva appositamente messo fuori funzione al raggiungimento dei limiti di soglia per evitare l'evacuazione dei reparti».
    «Riguardo al mio trascorso lavorativo presso il reparto PO1 faccio presente che in quel reparto venni utilizzato esclusivamente come pulitore di autoclavi. Per eseguire il mio compito dovevo calarmi all'interno dell'autoclave a mezzo di una scala metallica, ciò avveniva al termine del processo di polimerizzazione, quando il prodotto era già fuoriuscito dall'autoclave. Prima d'introdurmi all'interno dell'autoclave veniva aperto il passo d'uomo presente alla sommità dell'autoclave, rimaneva aperto circa venti minuti, nel frattempo lavavamo la superficie interna dell'autoclave a mezzo di un attrezzo idraulico costituito da un pistone, che veniva calato nell'autoclave, questo era dotato alla sua estremità di un braccio snodato sul erano presenti degli ugelli dai quali fuoriusciva acqua a pressione. Inoltre era in dotazione un braccio aspirante. Prima d'introdurmi all'interno dell'autoclave veniva effettuata la misurazione della concentrazione di VCM residua, utilizzando una sonda portatile collegata al gascromatrografo. Io potevo introdurmi solamente se la concentrazione di VCM era inferiore a 30 p.p.m. però succedeva che a volte che anche se la concentrazione era superiroe a tale limite, ma era già trascorso molto tempo dopo l'apertura del boccaporto la sonda veniva estratta e misurava quindi la con contrazione all'esterno dell'autoclave, senz'altro inferiore a 30 p.p.m., questo per consentirmi di entrare ugualmente. Questa era una prassi abituale in quanto dovevamo attendere circa venti minuti dopo l'apertura, chi attendeva troppo correva il rischio di venire richiamato, ciò comportava conseguenze sia di ordine disciplinare, sia di tipo economico in quanto il comportamento delle maestranze influiva notevolmente sul trattamento salariale. OMISSIS».
    01 marzo 2008

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