L'università di Ferrara
orgogliosamente pubblica

Movimentata apertura del nuovo anno accademico dell'Università di Ferrara nel segno dei precari che prima hanno contestato poi applaudito il magnifico rettore Patrizio Bianchi, per poi andarsene.Il rettore ha sottolineato che l'ateneo di Ferrara è pubblico, orgogliosamente pubblico e che è contro l'idea di università e di Paese che si vuole imporre. Da Patrizio Bianchi un forte no alla trasformazione in fondazione dell'università di Ferrara. In serata una fiaccolata dei sindacati contro la riforma Gelmini.

    di Marcello Pradarelli

    Se il solito marziano fosse capitato all'inaugurazione dell'anno accademico sarebbe rimasto non poco frastornato. Forse dipende dal fatto che se la politica italiana è difficilmente incasellabile, l'università costituisce la quintessenza di questo rebus.
    Alle 11.20 la scena è questa. Il rettore Patrizio Bianchi va al microfono e ripete una sua frase celebre pronunciata il 5 novembre 2004: «Siamo per l'università pubblica, ma orgogliosamente pubblica...». Non riesce a continuare. Gli oltre duecento ricercatori precari, assegnisti, dottorandi che fino a un attimo prima se la raccontavano nel verde cortile di Palazzo Renata di Francia, stanno salendo le scale al ritmo di uni-ver-sità pub-blica, uni-ver-sità pub-blica. Bianchi li fa accomodare nell'aula magna. Li sistema pure: «Ragazzi, anche da questa parte». Il coro uni-ver-sità pub-blica si placa e Bianchi riprende il filo: «Bene..» ma la contestazione lo blocca: Bene niente, non c'è niente da festeggiare. Applausi, cori, dileggi silenzio. Bianchi ricomincia da capo: «Siamo stati i primi in Italia a parlare di università pubblica, ma orgogliosamente pubblica, non è da oggi che lo diciamo e quotidianamente abbiamo praticato questa scelta. La situazione di oggi - dice alludendo ai provvedimenti del governo - ci vede contrari perchè va contro la nostra idea di università e di Paese». L'effetto è micidiale. Applaudono anche quelli che prima contestavano. La cosa si ripete un minuto dopo. Poi qualcuno intona fuo-ri, fuo-ri e precari, dottorandi, ricercatori lasciano l'aula magna per ritornare nel cortile.
    Tutti a difendere l'università pubblica, a sacramentare contro la legge 133 di Gelmini e Tremoni, ma ognuno a modo suo. Decisi e divisi: duecento in piedi nel prato verde, altrettanti seduti al piano nobile. E il marziano s'interroga.
    Bianchi ci rimane male e continua come se i ragazzi fossero ancora lì: «Bisogna dire no, ma non basta dire no». E spiega che l'Università di Ferrara per far fronte ai quattrini che scarseggiano ha indicato la via, quella del coinvolgimento totale della città e del territorio, delle istituzioni, della camera di commercio e delle imprese. Il risultato è che l'ateneo, grazie al comitato dei sostenitori, oggi è meno dipendente di ieri dai fondi ministeriali per svolgere «in piena autonomia» la sua funzione pubblica nella didattica e nella ricerca. «La distinzione tra cda dell'università e senato accademico non è stata decisa per ridurre il potere dei professori, ma per fissare dei limiti prima che arrivi l'uomo della Provvidenza a imporceli».
    Giù i ragazzi diffondono e leggono al megafono l'articolo di Guido Barbujani (docente di genetica) pubblicato dal Sole 24 Ore, che fa a pezzi la legge del centro destra. Al piano nobile il rettore cita lo stesso articolo. «Ha ragione Barbujaini, il blocco delle assunzioni per 5 anni significa che l'Italia resterà tagliata fuori dalla ricerca internazionale». Barbujani nell'articolo e i ragazzi che occupano il prato, però, insistono soprattutto nel no alla trasformazione delle università in fondazioni. Molti dei manifestanti portano al collo lo slogan: trasformiamo l'università dalle fondamenta non con le fondazioni. I duemila che hanno sottoscritto il documento della Cgil »Una firma per salvare l'università pubblica« chiedono al governo di rinunciare ai tagli e al rettore di dire comunque no all'ipotesi di trasformare l'ateneo di Ferrara in fondazione. Secondo Fausto Chiarioni, dirigente della Cgil-Flc, «il rettore ha fatto intendere di volere andare in questa direzione».
    Bianchi, che prima di entrare nell'aula magna, aveva detto «non capisco perchè Chiarioni voglia che faccia a tutti i costi la fondazione, quando io non la voglio fare», tratta il tema anche durante il discorso per il 618º anno accademico: «Il giorno dopo che è uscito il decreto ce ne siamo occupati, il professor Nappi ci ha spiegato» l'intrinseca debolezza dell'articolo 16 (quello che parla delle fondazioni). «La nostra risposta è quella di andare avanti sulla strada dell'autonomia responsabile».
    Ma la governance dell'Università, ammonisce il rettore, è il problema dei problemi. La questione delle risorse e dei costi non può essere elusa. Anche se respinge l'idea di una università e di una scuola italiana sull'orlo del fallimento. «Non siamo l'Alitalia, non stiamo fallendo, ma se ci sparano nei motori cadiamo giù». Aggiunge che la buona didattica ha bisogno di severa valutazione: «I professori vanno valutati». Annuncia che c'è qualcosa da rivedere con Ergo (l'ente regionale per il diritto alla studio universitario): «Qualcosa non ha funzionato, gli studenti stranieri, che sono una risorsa, stanno soffrendo». Quasi si commuove quando confessa di aver avuto la tentazione di mollare tutto: «Ma noi non possiamo permetterci momenti di abbandono, siamo qui, non fuori, qui per i nostri figli, per i nostri ragazzi, siamo qui e ci stiamo». Standing ovation. Ma la mattinata delle controversie non è finita. Dal cortile sale di nuovo la protesta, stavolta per consegnare al rettore il malloppo delle duemila firme. Bianchi invita Chiarioni e company a depositarle sul suo tavolo. Ma i ragazzi vogliono anche leggere il documento, la ricercatrice Silvia Borelli chiede di parlare. Bianchi s'irrigidisce: «Su questo non c'era accordo». Ognuno resta sulle sue. Quando esce dall'aula magna Chiarioni è indignato: «Quello del rettore è un atteggiamento autoritario che non si giustifica, un atto vergognoso. Non può negare la parola ai chi lavora nell'università, ricercatori e studenti hanno il diritto di far conoscere le loro preoccupazioni. L'università non è mica il salotto del rettore».
    La protesta dei precari - promossa anche da Cisl, Uil, Cisapuni, comitato ricercatori, coordinamento ricercatori precari, studenti Rua, consiglio personale tecnico amministrativo - era partita alle 10 dal sagrato della chiesa di S. Francesco. A Ferrara i precari sono circa 400, cui si aggiungono circa 250 dottorandi di ricerca. Federica Masieri appartiene a quest'ultima categoria. Sono i migliori, quelli bravi bravi. Prendono mille euro al mese, grazie a un recente aumento. Ma al terminme dei tre anni con questa legge 133 sanno già cosa li attende: «Dopo tre anni ci diranno grazie, vi abbiamo anche trattato bene (l'aumento di giugno), ora tanti saluti. I più fortunati forse otterranno una borsa di studio di altri sei mesi. Vede - dice la dottoranda Masieri per rappresentare l'assurdità della sua condizione - il nostro è il più alto titolo assegnato dall'università». Tra lo stuolo di ricercatori precari forever e di dottorandi senza futuro appaiono anche dei docenti. Che ci fate qui? Pasquale Nappi (Giurisprudenza): «C'è un progetto che sta tentando di sabotare l'università, di trasformarla in qualcosa di diverso da quella che conosciamo: tagli al fondo finanziamento ordinario, blocco delle assunzioni, sospensione degli scatti stipendiali e infine fondazioni come rimedio a tutti i mali». Francesco Bernardi (Biochimica): «Alcuni dicono che le fondazioni siano dei derivati». Mauro Gambaccini (docente di fisica): «Forse questo è il risultato di un lungo periodo di attacchi all'università, tutta dipinta come una Famigliopoli o un luogo pieno di nullafacenti, ma l'università è anche lavoro serio, impegno». Franco Scandola e Andrea Marchi (Chimica): «La valutazione è sacrosanta, che ci valutino allora, così invece si spara nel mucchio e si colpisce alla cieca». Poi il corteo dei precari parte per il breve tragitto fino al Rettorato. La Digos non li fa entrare. Arriva il rettore: «L'università è aperta a tutti. Volete andare nel cortile? Apriamo la vetrata». Poi sale per inaugurare. Senza coro, però. I coristi stavano con i precari.

    20 ottobre 2008

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