Sei ex manager imputati per lesioni colpose e omissioni dolose sulla sicurezza Due operai ammalati di tumore al fegato. L’accusa: «Colpa del Cvm»
di Alessandra Mura
«Esiste un significativo nesso di causalità tra l’epatocarcinoma diagnosticato ai due ex operai Solvay e l’esposizione al cloruro vinil monomero, e l’azienda ha posto in essere con ritardo le misure di protezione, e solo quando la cancerogenicità del cvm non si poteva più negare nè nascondere». Sono questi i due “pilastri” che sorreggono l’accusa contro i sei ex componenti del consiglio d’amministrazione Solvic-Solvay imputati per lesioni colpose e omissione dolosa di cautele contro gli infortuni sul lavoro. E sono queste le premesse che hanno portato ieri il pubblico ministero Ombretta Volta a chiedere una condanna a 3 anni e 6 mesi nei confronti di Claude Lautrel, Auguste Arthur Gosselin, Cyryll Van Lierde, Pierre Vigneron, Gerard Michael Davis e Arthur William Barnes (oggi tutti ultraottantenni), in qualità di componenti del cda della multinazionale belga dal 1969 al 1974, e dunque responsabili della prevenzione e della sicurezza sui luoghi di lavoro.
In quegli anni Cipro Mazzoni e Michele Mantoan erano addetti alla pulizia delle autoclavi allo stabilimento Solvay di Ferrara, dove si eseguiva la polimerizzazione del Cvm per la produzione di Pvc. Nel 2003 a Mantoan è stato diagnosticato un epatocarcinoma, due anni più tardi la stessa diagnosi è arrivata per Cipro Mazzon: sono rimasti loro, tra la schiera di ex operai morti o ammalati, a tenere in piedi l’inchiesta e oggi il processo ferrarese . Il precedente di Marghera incombe per quasi 5 ore su tutta la requisitoria del pm. Da allora, ricorda più volte il magistrato, è intervenuta la monografia della Iarc di Lione (Agenzia internazionale per la ricerca sul cancro), che nel 2007 ha compreso anche l’epatocarcinoma (e non più solo l’angiosarcoma) tra le patologie ad elevato rischio per l’esposizione al cvm. Per il consulente della procura, il dottor Carlo Bracci, «pochi casi raggiungono livelli così alti di verosimiglianza» come quelli di Mazzoni e Mantoan per quel che riguarda il nesso tra malattia e esposizione al cvm. Il pm Volta ha poi ricordato il “patto di riservatezza” stretto tra le grandi aziende chimiche statunitensi ed europee quando, tra la fine degli anni 60 e l’inizio degli anni 70, gli studi dei professori Pier Luigi Viola e Cesare Maltone evidenziarono la pericolosità del cvm. «Fin dagli anni Sessanta - ha ribadito il pm Volta - le industrie italiane erano a conoscenza della tossicità del cvm e del suo ruolo nell’insorgenza di gravi malattie quali la sindrome di Raynaud e l’acrosteolisi». Già questo doveva essere sufficiente, ha detto l’accusa, a indurre le aziende a un maggior rigore nelle misure di sicurezza. In Italia invece solo nel 1979, il livello massimo di concentrazione di cvm ammesso venne abbassato a 5 parti per milione, ancora nel 1968 il livello era di 65 ppm per un pulitore di autoclavi. In via Marconi dall’ottobre al dicembre 1975 si registrarono fughe di cvm ogni due giorni, toccando per almeno 27 volte il fondiscala di 800ppm. Venendo alle misure di sicurezza, il pm Volta ha elencato gli «ingiustificati» ritardi con cui vennero introdotte gascromatografi, mascherine, puliture idrauliche, disincrostanti e manutenzione delle valvole di sicurezza. Misure, ha concluso il pm «che servivano a salvare la faccia, perché dalle testimonianze degli ex operai è emerso che ancora nel 1974-75 si entrava nelle autoclavi senza maschera, muniti solo di raschietto».