Muore di freddo in un misero garage

Nicu aveva 52 anni, veniva dalla Romania. Si era addormentato sabato sera e non si è più svegliato. Un suo amico ha chiamato la polizia, ma era tardi

    di Marcello Pradarelli

    FERRARA

    Deve essere andato tutto storto nella vita di Nicu, che all’anagrafe faceva Nicolae Moise. Anche nel garage del Barco dove l’hanno trovato morto di freddo e di stenti è tutto obliquo, fuori posto, sottosopra. Sono messi di traverso i lerci materassi sui quali si è rannicchiato l’ultima volta, azzoppato è un vecchio e scassato frigorifero sopra il quale sono appoggiati alla rinfusa barattoli di pelati, di fagioli e cartacce. Per terra o su ripiani improvvisati spuntano bottiglie di vino vuote e cartoni di vino altrettanto vuoti di marche rintracciabili negli scaffali low cost dei discount. Da una coperta spunta una scarpa da tennis, che è quanto basta per richiamare alla mente il malinconico “barbun” di Enzo Jannacci. Squallore, degrado, disperazione? Non è facile trovare la parola che descrive la casa di Nicu. Forse miseria. Una misera spogliata di ogni aggettivo. Nicu, che non aveva nemmeno documenti in tasca, riconosciuto nel pomeriggio di ieri quando la polizia gli ha dato un nome e cognome sicuri Nicolae Moise, nato nel 1959 in Romania.

    Da qualche anno Nicu trascinava la sua esistenza a Ferrara e nella sua periferia. Adesso la sua residenza era al Barco, in un garage in muratura con porta in lamiera che dà su via Temistocle Solera, ma che è di pertinenza della casa di via Stefano Gatti Casazza 11. Questa e altre case popolari sono da anni disabitate e attendono di essere ristrutturate dall’Acer. Ora sono circondate da una vistosa recinzione arancione, che non impediva certo a Nicu e ai suoi amici di raggiungere il garage, il tetto per ripararsi, il posto letto. Secondo Dario Pellizzari, che da sempre abita al Barco e risiede proprio in queste strade, quel garage dissestato era dall’estate scorsa la casa di tre uomini e una donna. I più assidui frequentatori del garage erano Nicu e un altro amico rumeno. «A volte stavano su quella panchina a bere vino, in qualche modo dovevano scaldarsi».

    La telefonata alla polizia è arrivata lunedì alle 21.30.

    Il retroscena della telefonata è una tragicommedia. Il “coinquilino” di Nicu lunedì sera racconta a un amico che Nicu sabato sera si è addormentato, che non si è ancora svegliato ed è sempre nella stessa posizione. Il “coinquilino” si era spaventato vedendo Nicu che non si svegliava e si era allontanato dal garage. Chi ascolta il racconto capisce che è il caso di dare l’allarme e fa il 113. Ma nessuno potrà svegliare Nicu dal suo lungo sonno. Lunedì sera in via Solera, piccola strada incastrata fra via Bentivoglio e via Gatti Casazza, con la polizia sono arrivati la guardia medica, il medico legale e infine i necrofori dell’Amsef che hanno portato la salma a Medicina Legale per l’autopsia. Questione di ore, al massimo giorni, e si saprà di cosa è morto Nicu. Se di freddo o di qualche accidente, così si potrà riempire la casella giusta della statistica: morto per assideramento, per infarto...Il cadavere era gelido, la temperatura era ormai prossima a quella dell’ambiente, che da giorni è sottozero. Di fronte al garage di Nicu c’è una casa popolare abitata. Due pensionati, un uomo e una donna, stanno entrando in casa. Non sapevano che il garage fosse abitato. Sanno, come tutta la gente del Barco, che le vecchie e abbandonate case popolari sono diventate negli anni scorsi il rifugio di tanti senzatetto: tunisini, africani in genere, gente dell’est, perfino qualche italiano e italiana. Poi l’Acer ha murato porte e finestre e per i disperati sono rimasti a disposizione box e garage come quello di Temistocle Solera. E’ una storia che conosce bene anche Graziano Pescantin, ex operaio Aniene e Solvay, da diversi in pensione. Pescantin abita a pochi passi dal garage di Nicu, ma non si è accorto del trambusto della sera prima. «E’ morto qualcuno? Lo imparo adesso? Ero in casa, non ho sentito niente», dice mentre spala la neve con un badile di sua produzione. «Una volta, sarà un anno e mezzo o due, ho avuto una discussione in strada con le autorità per gli extracomunutari, gli slavi che giravano qui, possibile, gli ho detto, hanno costruito Venezia sull’acqua e qui non siamo capaci di tirare su una tramezza per chiudere porte e finestre delle case disabitate». Di Nicu e della sua morte non sapeva niente anche don Silvio Arduini, il parroco del Barco.

    Tutto questo accade tra le 10.40 e le 11.30. Due ore in via Solera, davanti alla “casa” di Nicu c’è una donna alta imbacuccata dentro una sciarpa di lana. La indicano come un’amica di Nicu ed è vero. Ti ascolta, ti capisce, ma è difficile capirla. Dice che è in Italia da cinque anni, ma parla poco l’italiano: «Nicu, uomo buono, buono...». poi si avventura in un discorso incomprensibile, dai gesti si arguisce che sta dicendo qualcosa a proposito di come Nicu giaceva morto nel garage. Dice una parola che assomiglia alla parola “piangere”. Ti viene da piangere? «Sì, piangere». Le spunta una lacrima. In mano ha una sigaretta, nell’altra un accendino. Prova e riprova ad accendere. Niente da fare. Va sempre tutto storto.

    08 febbraio 2012

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