Lo zoo del Rinascimento artistico

Tante indicazioni animali nella Pala dell’Osservanza realizzata da Francesco del Cossa attorno al 1470

    di Micaela Torboli

    FERRARA. Il più straordinario tra i rari dipinti certi di Francesco del Cossa, pittore ferrarese (1436-78), è la Pala dell'Osservanza, composta da una Annunciazione e dalla predella con la Natività, dipinte intorno al 1470. Le opere si trovano a Dresda dal 1750 perché furono comprate dall'Elettore di Sassonia. Cossa lavorava tra la sua città e Bologna, e i frati Minori del santuario dell'Osservanza petroniana gli avrebbero commissionato l'opera, anche se questo dato rimane tuttora ipotetico. Chiamarla "pala" è quasi eccessivo, perché si tratta di una tavola alta meno di un metro e mezzo - la predella aggiunge poco -, ma la monumentalità dell'effetto visivo è tale da giustificarne il nome. L'Annunciazione è un piccolo "zoo del Rinascimento". Partiamo dalla presenza maestosa dell'arcangelo Gabriele dalle variopinte ali composte da penne di strascico di pavone. Troviamo angeli simili nel Giudizio Universale e nella Madonna del roseto del tedesco Stefan Lochner (1450 ca., Köln, Wallraf-Richartz Museum); Filippo Lippi dipinse radiosi arcangeli-pavoni, ancora sul tema dell'Annunciazione, in due opere diverse; la prima ora alla National Gallery di Londra, e l'altra alla Galleria Nazionale di Palazzo Barberini di Roma, senza dimenticare l'angelo della Pala Barbadori del Louvre, tutte dedicate a Maria, compiute tra 1437 e 1460. Secondo S.Macioce (in Immagine dell'invisibile, 2009) "i cherubini poi, sono raffigurati con quattro ali fatte di penne di pavone", ma purtroppo non offre esempi utili per noi. L'ottima scheda di A.Oberer del catalogo della mostra ferrarese Il trionfo di Bacco (Castello Estense 2002-3), accenna in breve alle ali di pavone del Gabriele di Cossa, come "simbolo di vita eterna", senza altro aggiungere. Nella cultura estense, imbevuta di interesse per la mitologia spesso adattata al cristianesimo, il pavone doveva evocare il mostro dai cento occhi, Argo, messo da Era a guardia della bella Io amata da Zeus, perché il dio non giacesse con lei. Mercurio uccise poi Argo, ed Era ne riportò gli occhi sulla coda del pavone, che divenne il suo animale sacro: Virgilio (Aen. VII,791) chiama Argo "custode della vergine", così come potrebbe essere definito Gabriele, in una temperie cristiana che sentiva il poeta mantovano come colui che nella sua Bucolica IV avrebbe previsto l'arrivo sulla terra di Gesù. Secondo credenze narrate già da Plinio il Vecchio, la carne del pavone era incorruttibile. Sant'Agostino (La Città di Dio, XXI,4) sperimentò questo prodigio, a suo vedere voluto dal Cielo: a Cartagine gli fu servito un pavone arrosto (piatto classico dell'antica Roma), e chiese che una parte del petto fosse conservata, per verificare l'effetto del tempo su di esso. Passati molti giorni, mentre altre carni avrebbero avuto cattivo odore, quella del pavone era ancora perfetta, e così ancora un anno dopo. Ma il legame pavone-angelo si trova esplicito nel Trattatello in laude di Dante di Boccaccio (1350ca.). L'autore paragona la Divina Commedia al pavone, per certe sue caratteristiche simboliche, poi ragiona che, siccome gli angeli volano (anche se ammette di non aver mai visto un angelo), devono avere le penne, e, dato che nessun'altra penna è bella come quella del pavone, essa è la vera "angelica penna". Gli aspetti simbolici negativi del pavone (per Boccaccio "la voce del paone è sonora e orribile" e nei Bestiari era portatore di vanità e alludeva alla concupiscenza) arretrano davanti alla ulteriore accezione anche cristologica, per la quale il pavone ricorda lo Spirito Santo e la Resurrezione, poiché l'uccello in autunno perde il magnifico strascico che ricresce poi con i primi tepori, ricordando il tema gioioso della rinascita.

    24 giugno 2012

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