La testimonianza dell'ex questore Graziano
di Alessandra Mura
«Fin da subito pensai che le circostanze della morte di quel
ragazzo erano strane e che si doveva fare di tutto per sapere
esattamente cosa fosse successo da persone estranee alla polizia.
Per questo per prima cosa chiesi al personale sul posto di cercare
possibili testimoni».
E' cominciata così, ieri all'ottava udienza del processo
Aldrovandi, la deposizione dell'ex questore di Ferrara Elio
Graziano, chiamato a testimoniare dalle parti civili. Graziano la
mattina del 25 settembre 2005 - quando il diciottenne Federico
Aldrovandi morì durante un intervento di quattro agenti di polizia
ora imputati - non si trovava a Ferrara.
LE INDAGINI. A informarlo di quanto era accaduto, ha ricordato, fu
il dirigente delle Volanti Paolo Marino, con una prima telefonata
attorno alle 7.30. Un resoconto che Graziano ha definito
«sommario»: Marino gli parlò di un giovane agitato che dava in
escandescenze, gli accennò alla colluttazione con i quattro
poliziotti, gli disse che il ragazzo era stato immobilizzato e che
poi improvvisamente era morto, perché aveva avuto un malore».
Dall'esigenza di capire cosa fosse successo esattamente, ha
spiegato Graziano, sono nate le disposizioni immediate: ovvero la
ricerca di possibili testimoni esterni alla polizia e i rilievi
della Scientifica per »congelare« la scena della tragedia. Riccardo
Venturi (parte civile) ha chiesto se fosse «opportuno mandare
personale in divisa a casa della gente a quell'ora». Su questo
punto, in passato, non sono mancate polemiche su possibili
intimidazioni ai testimoni: «Se era necessario acquisire
informazioni era lecito e opportuno presentarsi dai residenti - è
stata la risposta - tutto dipende dal comportamento da parte dei
poliziotti».
I MANGANELLI. E se quelle furono le necessità immediate, nel
pomeriggio se ne aggiunse una terza: i due manganelli rotti.
Graziano ne fu informato da Marino e ordinò di «avvertire subito il
pm e documentare lo stato degli sfollagente». Nessuno, fino a quel
momento, aveva visto i due manganelli perché erano rimasti su una
delle Volanti. Graziano però - ha detto rispondendo a una domanda
dell'avvocato Fabio Anselmo (parte civile) - ha ipotizzato «che la
morte potesse essere collegata all'uso degli sfollagente. A questo
proposito ho insistito con Marino, lui mi ha ribadito che i quattro
agenti gli avevano raccontato che c'era stata una colluttazione.
Certo che mi sono venuti dei dubbi. Ma ero anche convinto che
dall'ispezione del cadavere le conseguenze riconducibili all'azione
dei nostri operatori sarebbero emerse». Anche alla vista delle foto
di Federico che presentava una tumefazione sulla fronte «fui
assillato dai dubbi, mi preoccupai di ciò che poteva dipendere da
noi, e di eventuali comportamenti censurabili dal punto di vista
penale o disciplinare. E per risolvere questi dubbi mi rivolsi
anche a medici legali». Tanto più che, se «l'uso dello sfollagente
è ammesso per immobilizzare persone esagitate che possono far male
a se stessi e agli altri, il ricorso alla violenza gratuita non è
ammessa nè tollerabile». E, ancora: «Se la rottura di un manganello
capita anche spesso negli interventi di ordine pubblico, può
comunque essere un elemento da cui si può dedurre una
responsabilità penale o disciplinare. Ma non si può formulare un
giudizio univoco». Nei giorni successivi «ebbi modo di sapere
l'esito dell'esame esterno sul cadavere, che escludeva che la morte
potesse essere ricondotta all'uso dei manganelli».
AZIONE DISCIPLINARE. Nei confronti dei quattro agenti non furono
presi provvedimenti, ha spiegato ancora Graziano, «perché era
importante che prima si concludesse l'indagine giudiziaria e che
fossero acquisiti gli atti dell'autopsia, dell'esame esterno del
medico legale e della perizia tossicologica». Incalzato dagli
avvocati della difesa Trombini e Pellegrini, Vecchi e Bordoni, il
teste ha poi ribadito che «dalla lettura delle relazioni dei
consulenti, anche quelli di parte civile, emergeva che la morte non
poteva essere ricondotta alle percosse. Tutti gli atti lo dicevano.
Ma una responsabilità disciplinare dei quattro agenti poteva
prescindere dall'esito dell'autopsia, perché le percosse potevano
non essere giustificate da necessità operative». A questo proposito
lo stesso giudice Caruso ha voluto sapere quali regole si devono
adottare intervenendo su una persona agitata: «Va chiesto l'arrivo
del personale sanitario. Nel frattempo gli agenti si regolano in
base alla circostanze e alla situazione concreta. Si deve impedire
alla persona di fare o farsi del male immobilizzandola. Come?
Mettendogli le manette per prima cosa. Anche con l'uso di
manganelli, ma senza infliggere lesioni gratuite. Ma è difficile
giudicare. Dalle relazioni di servizio emerge che il ragazzo si è
scagliato contro gli agenti, al punto che sono tornati in macchina
e hanno chiamato l'ambulanza».