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sabato 20.03.2010 ore 15.21
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La testimonianza dell'ex questore Graziano

di Alessandra Mura
«Fin da subito pensai che le circostanze della morte di quel ragazzo erano strane e che si doveva fare di tutto per sapere esattamente cosa fosse successo da persone estranee alla polizia. Per questo per prima cosa chiesi al personale sul posto di cercare possibili testimoni».
E' cominciata così, ieri all'ottava udienza del processo Aldrovandi, la deposizione dell'ex questore di Ferrara Elio Graziano, chiamato a testimoniare dalle parti civili. Graziano la mattina del 25 settembre 2005 - quando il diciottenne Federico Aldrovandi morì durante un intervento di quattro agenti di polizia ora imputati - non si trovava a Ferrara.
LE INDAGINI. A informarlo di quanto era accaduto, ha ricordato, fu il dirigente delle Volanti Paolo Marino, con una prima telefonata attorno alle 7.30. Un resoconto che Graziano ha definito «sommario»: Marino gli parlò di un giovane agitato che dava in escandescenze, gli accennò alla colluttazione con i quattro poliziotti, gli disse che il ragazzo era stato immobilizzato e che poi improvvisamente era morto, perché aveva avuto un malore». Dall'esigenza di capire cosa fosse successo esattamente, ha spiegato Graziano, sono nate le disposizioni immediate: ovvero la ricerca di possibili testimoni esterni alla polizia e i rilievi della Scientifica per »congelare« la scena della tragedia. Riccardo Venturi (parte civile) ha chiesto se fosse «opportuno mandare personale in divisa a casa della gente a quell'ora». Su questo punto, in passato, non sono mancate polemiche su possibili intimidazioni ai testimoni: «Se era necessario acquisire informazioni era lecito e opportuno presentarsi dai residenti - è stata la risposta - tutto dipende dal comportamento da parte dei poliziotti».
I MANGANELLI. E se quelle furono le necessità immediate, nel pomeriggio se ne aggiunse una terza: i due manganelli rotti. Graziano ne fu informato da Marino e ordinò di «avvertire subito il pm e documentare lo stato degli sfollagente». Nessuno, fino a quel momento, aveva visto i due manganelli perché erano rimasti su una delle Volanti. Graziano però - ha detto rispondendo a una domanda dell'avvocato Fabio Anselmo (parte civile) - ha ipotizzato «che la morte potesse essere collegata all'uso degli sfollagente. A questo proposito ho insistito con Marino, lui mi ha ribadito che i quattro agenti gli avevano raccontato che c'era stata una colluttazione. Certo che mi sono venuti dei dubbi. Ma ero anche convinto che dall'ispezione del cadavere le conseguenze riconducibili all'azione dei nostri operatori sarebbero emerse». Anche alla vista delle foto di Federico che presentava una tumefazione sulla fronte «fui assillato dai dubbi, mi preoccupai di ciò che poteva dipendere da noi, e di eventuali comportamenti censurabili dal punto di vista penale o disciplinare. E per risolvere questi dubbi mi rivolsi anche a medici legali». Tanto più che, se «l'uso dello sfollagente è ammesso per immobilizzare persone esagitate che possono far male a se stessi e agli altri, il ricorso alla violenza gratuita non è ammessa nè tollerabile». E, ancora: «Se la rottura di un manganello capita anche spesso negli interventi di ordine pubblico, può comunque essere un elemento da cui si può dedurre una responsabilità penale o disciplinare. Ma non si può formulare un giudizio univoco». Nei giorni successivi «ebbi modo di sapere l'esito dell'esame esterno sul cadavere, che escludeva che la morte potesse essere ricondotta all'uso dei manganelli».

AZIONE DISCIPLINARE. Nei confronti dei quattro agenti non furono presi provvedimenti, ha spiegato ancora Graziano, «perché era importante che prima si concludesse l'indagine giudiziaria e che fossero acquisiti gli atti dell'autopsia, dell'esame esterno del medico legale e della perizia tossicologica». Incalzato dagli avvocati della difesa Trombini e Pellegrini, Vecchi e Bordoni, il teste ha poi ribadito che «dalla lettura delle relazioni dei consulenti, anche quelli di parte civile, emergeva che la morte non poteva essere ricondotta alle percosse. Tutti gli atti lo dicevano. Ma una responsabilità disciplinare dei quattro agenti poteva prescindere dall'esito dell'autopsia, perché le percosse potevano non essere giustificate da necessità operative». A questo proposito lo stesso giudice Caruso ha voluto sapere quali regole si devono adottare intervenendo su una persona agitata: «Va chiesto l'arrivo del personale sanitario. Nel frattempo gli agenti si regolano in base alla circostanze e alla situazione concreta. Si deve impedire alla persona di fare o farsi del male immobilizzandola. Come? Mettendogli le manette per prima cosa. Anche con l'uso di manganelli, ma senza infliggere lesioni gratuite. Ma è difficile giudicare. Dalle relazioni di servizio emerge che il ragazzo si è scagliato contro gli agenti, al punto che sono tornati in macchina e hanno chiamato l'ambulanza».
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