Federico è stato tradito
dal suo stato di agitazione
Federico Aldrovandi è stato »tradito« dal suo stesso stato di agitazione psicofisica. Che lo ha portato a un eccezionale dispendio di energie e a una maggiore richiesta di ossigeno. E che, al tempo stesso, lo ha privato degli strumenti necessari per percepire la »fame d'aria« prima che diventasse irreversibile. Ieri alla ventesima udienza del processo Aldrovandi sono stati chiamati a esporre le loro conclusioni i consulenti della difesa.
Federico Aldrovandi è stato »tradito« dal suo stesso stato di
agitazione psicofisica. Che lo ha portato a un eccezionale
dispendio di energie e a una maggiore richiesta di ossigeno. E che,
al tempo stesso, lo ha privato degli strumenti necessari per
percepire la »fame d'aria« prima che diventasse irreversibile.
Altre sei ore di udienza - la ventesima - del processo Aldrovandi,
con le relazioni dei primi tre consulenti della difesa, hanno
»sezionato« e dettagliato la »tesi« della morte da arresto
elettrico del cuore già contrapposta, nel corso del lungo
dibattimento, a quella della morte asfittica sostenuta dai
consulenti di parte civile.
Su quest'ultima ipotesi - processualmente più pesante per i
quattro agenti di polizia imputati - il professor Claudio Rago,
ordinario di Medicina Legale, è stato lapidario: «Sono i dati
anatomo patologici in sè a escludere la morte per asfissia
meccanica. E anche il ruolo concausale resta una mera eventualità.
Nel senso che non ci sono gli elementi nè per escluderlo nè per
avvalorarlo».
Allora perché è morto Federico? Secondo la tossicologa Giovanna
Donini non va scartato nemmeno il ruolo avuto dalle sostanze
assunte dal ragazzo come causa del decesso in sè. Le dosi di
morfina rilevate nel sangue, anche in quelle più basse delle
analisi torinesi - secondo la consulente - possono risultare
letali, soprattutto per un assuntore saltuario come Federico. E a
sostegno delle sue affermazioni ha citato numerosi studi che
attestano casi di morte anche in presenza di dosi molto inferiori a
quelle di Aldrovandi. «Va considerata la variabilità della risposta
- ha puntualizzato - Alcuni soggetti non sopravvivono a dosi
minime, altri resistono con quantità molto più elevate». Al punto
che in questi casi non si parla di «overdose», ma di «morte da»
eroina. Ma soprattutto, ha osservato Donini, finora non è stato
dato il giusto rilievo al sinergismo tra sostanze - ketamina e
eroina in questo caso - che fa sì che «uno più uno fa quattro».
Moltiplicati dunque gli effetti delle due sostanze: allucinazione,
alterazione psicomotoria, aumento della pressione sanguigna,
aumento della pressione endocranica e maggiore richiesta di
ossigeno da parte del cuore con la ketamina; e invece effetti
analgesici (assenza di percezione di dolore) e inibizione dei
centri della respirazione con la morfina. Si torna dunque alla tesi
della morte »cardiotossica« già delineata in aula dal professor
Avato, consulente dell'accusa. Una tesi ripresa e dettagliata ieri
dal professor Giampiero Giron, ordinario di anestesia e
rianimazione all'Università di Padova e a lungo coordinatore del
servizio del 118.
Federico, ha spiegato, si trovava in uno stato di agitazione
psicomotoria (indotto in questo caso dalle sostanze) che gli
impediva di avvertire sia la fatica che il dolore. Citando altri
casi trattati nella sua lunga esperienza nel 118, Giron ha detto
che «trattare questi pazienti è difficilissimo. Il soggetto va
immobilizzato e per far questo non esiste una tecnica specifica:
occorrono fino a quattro persone per riuscire a bloccarlo e
impedirgli di distruggere l'ambiente circostante. La persona in
questo stato consuma una grande quantità di energia e si trova in
debito di ossigeno. L'organismo finché può compensa »cercando«
ossigeno dentro di sè demolendo glucosio. Questo comporta la
produzione di acido lattico e l'acidosi a sua volta si ripercuote
sui muscoli». Una catena che arriva fino al cuore, un muscolo
appunto, fino all'arresto cardiaco. «Questo caso specifico, nella
sua dinamica, è stato lampante. Tanto più prolungato è lo stato di
agitazione tanto più si aggrava l'acidosi che porta all'arresto
elettrico del cuore». Un meccanismo che se non fermato in tempo può
arrivare fino a un punto di non ritorno «perché l'alterazione
psicofisica priva il cervello del »timone« che guida le sue
percezioni e fa scattare gli istinti di autoconservazione». Per
questo, ha concluso Giron rispondendo a una domanda del pm Proto
«la postura non ha avuto nessun ruolo. Primo perché la posizione
prona in sè non impedisce la respirazione». Ma soprattutto, ha
sottolineato anche il medico legale Claudio Rago, «perché a quel
punto il ragazzo non era più in grado di soddisfare la richiesta di
ossigeno, e non ci sarebbe riuscito nemmeno se fosse stata
modificata la sua posizione».
La prossima udienza è stata fissata per l'11 novembre, quando
saranno ascoltati gli ultimi tre consulenti della difesa. Poi si
tornerà in aula il 24 novembre con i periti del giudice.
(10 ottobre 2008)