SAHID BELAMEL
"Morto nell'indifferenza generale"
il necrologio de La Nuova Ferrara
Un grande necrologio "provocatorio" sulla prima pagina del nostro quotidiano 'la Nuova Ferrara', dedicato a Sahid Belamel, straniero e clandestino, morto dal freddo a San Valentino dopo essere stato per molte ore nudo e ferito ai bordi di una strada senza che nessuno lo soccorresse. Voluto dal direttore Paolo Boldrini per scuotere la città su tanta indifferenza
Il necrologio de La Nuova Ferrara
FERRARA. Ha scosso la coscienza della città il
grande necrologio pubblicato sulla prima pagina della "Nuova
Ferrara" dedicato a Sahid Belamel, straniero e clandestino, morto
per il freddo la mattina di San Valentino dopo essere stato per
molte ore nudo e ferito ai bordi di una strada senza che nessuno lo
soccorresse. Il necrologio che ricorda lo sconcertante episodio ha
fatto sobbalzare molti ferraresi che hanno inviato al giornale
riflessioni e interventi sul caso del giovane magrebino morto
perchè nessuno ha chiamato i soccorsi. «Sono amareggiato
dall'indifferenza dei miei concittadini» scrive un ragazzo
ferrarese che vive in una grande città europea. «Se l'intolleranza
nei confronti degli immigrati - scrive un'altra lettrice - è salita
a livelli inconcepibili, è perché sono state alimentate ad arte le
paure inconsce della popolazione che si sente autorizzata ad
esternare i pensieri più biechi e sempre più spesso dalle parole ai
fatti».
Il necrologio provocatorio è stato apprezato anche da Roberto
Natale, presidente della Fnsi che ha inviato alla redazione una
lettera in cui «ringraziazia il direttore Boldrini e tutta la
redazione de "La Nuova Ferrara" per la scelta di ricordare, in
maniera giornalisticamente così incisiva, il giovane nordafricano.
La nostra informazione - prosegue Natale - sui temi
dell'immigrazione è troppo spesso un moltiplicatore dei germi di
razzismo e xenofobia: quasi sempre senza rendercene conto,
diffondiamo paure, stereotipi, pregiudizi. Proprio per contrastare
questa deriva la Fnsi ha deciso - insieme all'Ordine - di varare la
"Carta di Roma", cioè un protocollo deontologico che richiama ogni
giornalista ad usare con precisione i termini, a non ridurre il
fenomeno dell'immigrazione ad una questione di sicurezza, a non
parlare soltanto di singole vicende di cronaca ma a dare la
consistenza reale della questione, nelle sue ombre e nelle sue
luci».
Il giornale pubblica anche l'intervento del sindaco Tiziano
Tagliani, dell'arcivescovo monsignor Paolo Rabitti e di don
Domenico Bedin, sacerdote di "frontiera" che si occupa dei problemi
di immigrazione e gestisce un'associazione per la prima coglienza
di chi si trova in difficoltà. «Stiamo perdendo di vista il vero
senso della vita - scrive il sindaco Tagliani - con un forte
individualismo a scapito dei valori comuni e universali che ci sono
stati consegnati dai nostri antenati e che abbiamo il dovere di
mantenere vivi per noi e per i nostri figli. La morte di Sahid
Belamel ci costringe a meditare». L'arcivescovo Paolo Rabitti nel
suo fondo scrive «Così muore la pietà» e paragona l'episodio
ferrarese alla parabola evangelica del Buon Samaritano... «fui
visto da molti e lasciato nello stato di abbandono, senza vestiti e
malfermo e, perciò, abbandonato al suo destino. Così anche Ferrara,
dopo altre città, entra nel novero delle comunità umane ad alto
tasso di disumanità. Così i giovani, che sembrano tutt'uno quando
varcono le discoteche, nel momento in cui uno di loro sballa e
"sbiella", lo lasciano al loro destino».
Don Domenico Bedin lancia un confronto con un'altra giovane morte
che ha scosso i ferraresi, quella di Federico Aldrovandi. «Il far
finta di non vedere - scrive il sacerdote - per non compromettersi,
è stata la costante anche della vicenda di Federico, rotta solo da
una camerunense che in qualche modo ci ha redenti. Ma non abbiamo
imparato la lezione».
«Non avevo fatto questa associazione, ma è vero - commenta
Patrizia Moretti, la mamma di Federico - ripensando ad Anne Marie e
al suo senso civico, mi viene da dire che molto più di noi gli
immigrati hanno mantenuto intatto quel senso di solidarietà e
fratellanza che da noi è andato perduto. Siamo diventati più chiusi
e individualisti, abbiamo perso la capacità di empatia nei
confronti del prossimo. Qualità che invece le popolazioni più
povere hanno conservato, come i bambini. Mi fa pensare ai racconti
di mio nonno, quando mi parlava della guerra e dei pericoli e delle
privazioni che la gente allora doveva affrontare. Ma che proprio
per quei pericoli e quelle privazioni era più portata a tendere la
mano verso gli altri, a sostenersi l'un l'altro. Ecco, questo credo
sia il grande insegnamento che gli immigrati possono riuscire a
darci».
(20 febbraio 2010)