IL 6 LUGLIO LE EVENTUALI REPLICHE E L'ATTESA SENTENZA
Ultima arringa della difesa
al processo Aldrovandi
di Alessandra Mura
Nella sua lunga arringa, ieri l'avvocato Michela Vecchi - del collegio difensivo - ha affrontato due dei punti chiave del dibattimento. Per arrivare alle stesse conclusioni dei colleghi della difesa che l'hanno preceduta: l'accusa al proposito non è stata in grado di fornire alcuna prova certa, a definire una coerente causa del decesso del diciottenne, avventurandosi per questo nel terreno processualmente molto insidioso della concausalità. Non solo: «A fronte di una prova debole, è stato allestito un teorema accusatorio che vede implicati in un complotto di copertura la questura, la procura e la medicina legale. Un impianto sfociato in un procedimento parallelo (l'inchiesta bis) che ha portato a indagare per falso e favoreggiamento altri quattro poliziotti (Marco Pirani, Marcello Bulgarelli, Paolo Marino e Luca Casoni, ndr) della questura di Ferrara». Al punto, ha aggiunto Vecchi, «che temo che l'accusa abbia confuso lo zelo della giustizia con quello della condanna». Per convincere il giudice dell'innocenza dei suoi assistiti, l'avvocato ha così "sezionato" il capo di imputazione, l'eccesso colposo. «Per capire se c'è stato travalicamento dei limiti dobbiamo individuare la regola cautelare», ha ribadito Vecchi. Per farlo non è risultato d'aiuto l'ispettore Capodicasa (citato dall'accusa) «esperto di difesa personale e non di tecniche operative, e risultato quantomai contraddittorio». I 9 testi chiamati dalla difesa (agenti di diverse questure d'Italia), invece «sono stati tutti concordi nel dire di non aver ricevuto mai nessuna indicazione sulla pericolosità della posizione prona» (uno dei punti della contestazione dell'accusa, per cui il ragazzo è stato mantenuto ammanettato a pancia in giù, non riuscendo a respirare). Anzi, ha incalzato Vecchi, «secondo i manuali approvati dal ministero non costituisce pericolo nemmeno ciò che i quattro imputati non hanno fatto, ovvero bloccare la persona con un ginocchio sul collo e uno sul dorso. Qui non c'è alcun elemento che provi che i quattro agenti abbiamo sormontato il corpo di Federico. C'era Monica Segatto che lo teneva per i piedi, Paolo
Forlani a ponte sopra di lui che gli teneva un braccio e lo porgeva a Enzo Pontani che stringeva l'altro, per ammanettarlo. Lo dicono i carabinieri arrivati subito dopo sul posto, e che hanno visto i quattro chini sul ragazzo coi ginocchi a terra, ma anche gli operatori del 118». Dunque nella fase del "post ammanettamento", conclude Vecchi «non si può ravvisare alcuna condotta colposa da parte dei nostri assistiti, che hanno invece adottato la posizione di garanzia». E la testimonianza di Lucia Bassi, che dice di aver visto (nella versione fronita in aula) le gambe di un poliziotto sopra quelle di Federico?. «La Bassi sente la richiesta di un'ambulanza, quindi siamo alle ore 6.04. Poi dichiara di non aver visto più nulla. Secondo l'accusa Federico è rimasto ammanettato a terra alla presenza dei soli poliziotti dalle 6.04 alle 6.09 (quando arrivano i carabinieri, ndr): quindi la Bassi non ha visto nulla della fase post-ammanettamento». C'è però la fase pre ammanettamento, ovvero quella della colluttazione, «la più rischiosa. Ma anche in questa fase i nostri assistiti hanno rispettato tutte le regole cautelare». Vecchi ha insistito su questo punto, rinfacciando all'accusa di «insistere sulle lesioni proprio perché le condotte omissive contestate, il ritardo nel chiamare i soccorsi e non aver spostato il ragazzo dalla posizione prona, sono cadute sotto i colpi delle testimonianze e delle perizie: sono gli stessi periti del giudice Testi e Bignamini a escludere che Federico poteva salvarsi se fosse stato messo seduto» L'avvocato ha così passato in rassegna le ferite riscontrate sul corpo di Federico per escludere il loro nesso con il decesso e soprattutto che le lesioni al volto e alla testa siano state prodotte dagli sfollagente. Poi è passata a elencare quelle che considera le dimostrazioni del comportamento prudente degli agenti. A cominciare dalla contestata superiorità numerica («lo dicono le linee guida degli ospedali Niguarda e San Matteo di Pavia, prodotte dalla parte civile, che indicano proprio nel maggior numero di operatori una garanzia sia per chi deve essere fermato, sia per chi deve compiere l'intervento») e per proseguire con la decisione di mettere nel baule dell'auto le pistole e con l'uso dei manganelli: «Sono strumenti dati in dotazione alla polizia per destabilizzare, e così sono stati usati. Nessun colpo alla testa, solo alle gambe». La prova dell'eccesso colposo, ha concluso Vecchi, «non è stata prodotta in due anni di dibattimento, ed è per questo che, al di là di ogni ragionevole dubbio, i nostri assistiti devono essere assolti». Ha poi preso