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Processo Aldrovandi: scaribarile di compertenze
fra i poliziotti sotto l'incalzare del pm Proto

La deposizione-slalom dell’ex dirigente dell’ufficio Volanti Paolo Marino

La rottura dei due manganelli durante la colluttazione tra i quattro poliziotti e Federico Aldrovandi; i rapporti tra il suo ufficio (l’Upg) e i colleghi della Squadra Mobile che stavano indagando su disposizioni della procura; la condotta del pubblico ministero titolare della prima fase delle indagini, Mariaemanuela Guerra. Ha toccato questi tre punti nevralgici la deposizione dell’ispettore Paolo Marino, ieri alla settima udienza del processo Aldrovandi. Marino, che all’epoca della tragedia era dirigente delle Volanti (oggi è all’Ufficio personale), è rimasto per oltre tre ore davanti al giudice Francesco Maria Caruso a schivare - in una sorta di slalom continuo tra competenze e responsabilità - i colpi dell’accusa (pubblico ministero Nicola Proto), delle parti civili e del collegio della difesa dei quattro agenti di polizia imputati per eccesso colposo per la morte del diciottenne.

La deposizione di Marino è cominciata con un dettagliato racconto su quanto accadde quella sventurata mattina in via Ippodromo. Una “testimonianza indiretta” (peraltro già riferita più volte da diversi testi nelle precedenti udienze) perché basata sul resoconto fornito da uno dei quattro imputati (Enzo Pontani) poco dopo la morte del ragazzo, quando Marino - verso le 7 - arrivò in via Ippodromo.

Su questo il giudice Caruso ha espresso una riserva, dovuta alla presenza in aula dello stesso imputato, che in seguito dovrà essere a sua volta esaminato. La difesa però ha chiesto e ottenuto l’utilizzabilità del racconto, perché servirebbe a inquadrare i tempi e i modi in cui questa versione fu fornita, in sequenza, a diversi interlocutori. E cercare di dimostrare insomma, secondo la tesi difensiva, che non ci fu nessun tentativo di “confezionare” a freddo una spiegazione sulla morte del povero Federico.

Marino ha dunque descritto le fasi dello scontro tra il ragazzo e Luca Pollastri ed Enzo Pontani prima (su Alpha 3) e l’aggiunta di Paolo Forlani e Monica Segatto pochi minuti dopo (su Alpha 2). Ai manganelli però non ha accennato perché, ha detto, quella mattina «non li ho visti». Solo nel pomeriggio ne viene informato, in ufficio, dagli agenti di ritorno dall’ospedale Sant’Anna, dove si erano fatti refertare. «Ho chiesto 50.000 volte il motivo per cui si erano spezzati», ha detto. E la spiegazione, ha aggiunto, gli è parsa «plausibile» al punto da «non dubitare sul loro uso».

Quale è stata la spiegazione? Nella relazione di Pollastri e Pontani è scritto che lo sfollagente di Pollastri si ruppe nel parare un calcio sferrato dal ragazzo, quello di Forlani invece si spezzò quando lui gli cadde sopra durante la colluttazione. Nella relazione di Forlani e Segatto, invece, si «esclude categoricamente» che la rottura sia stata determinata da un colpo inferto alle gambe. In ogni caso, i due manganelli non vennero sequestrati ma rimasero per alcuni mesi, sigillati, all’Upg. In seguito, con un manganello intatto, vennero inviati alla Medicina Legale su richiesta del pm Guerra. Nel febbraio 2006 furono sequestrati e ora sono agli atti.

Anche Alpha 3, la Volante ammaccata dopo lo scontro in via Ippodromo, non venne sequestrata: «Una volta cristallizzato il quadro con le foto e i filmati non c’era bisogno di sequestro - si è giustificato Marino - La macchina è stata portata in caserma dove è rimasta un mese».

Secondo punto-chiave affrontato, quello relativo al pm Guerra. Marino ha detto che quella mattina sul luogo della tragedia il vicequestore Gennaro Sidero si occupò di dare le disposizioni e ad assegnare i compiti: a Tremamunno della Scientifica i rilievi foto e video, all’ispettore Cervi della Mobile di occuparsi del cellulare del ragazzo trovato su una panchina, all’ispettore dell’Upg Massimo Dossi di pensare al portafogli e al motorino trovato nel parchetto (poi risultato rubato ed estraneo alla vicenda) e a lui stesso, Marino, di avvisare il pm. Sempre stando a Marino, il magistrato quella mattina venne sollecitato più volte a recarsi in via Ippodromo ma la pm «rispose che non era il caso, chiedendo solo di essere messa in contatto con il medico legale».

Marino ha anche dichiarato di aver riferito al pm Guerra che il ragazzo sarebbe morto per un malore e che c’era stata una colluttazione: «Ma non ho nè legato nè slegato questi due fatti tra loro, mi sono limitato a riportarli, perché non stava a me stabilire delle connessioni». A questo punto il pm Nicola Proto ha chiarito che sarà necessario acquisire la “voce” della procura, e si è riservato di fornire al giudice gli elementi per una valutazione il più completa possibile, che spieghino cioè la posizione del pm Guerra.

Di fatto a quel punto, ha concluso Marino (mentre il papà di Federico, Lino, scuoteva sconsolato la testa) a suo avviso «la vicenda era chiusa», una volta consegnata l’informativa sull’attività di sopralluogo dell’Upg «l’indagine è passata alla Squadra Mobile e io non me ne sono più occupato. Nei mesi successivi nessuno mi ha più comunicato nulla, nessuno ha avanzato dubbi sul nostro operato». Insomma, compito dell’Upg fu solo quello di «cristallizzare» i risultati dei primi accertamenti». Qualche giorno dopo però è lo stesso Sidero, secondo Marino, a parlargli del registro della Centrale Operativa (quello al centro dell’inchiesta bis per le presunte manomissioni), ma il capo delle Volanti non è in grado di dire per quale motivo. Si limita a metterlo in cassaforte e, al suo posto, lascia un foglio in cui si spiega che il registro si trova all’Upg.

Ma nel gennaio del 2006 “scoppia” il blog: a metà mese l’ispettore capo di polizia giudiziaria, Marco Pirani, viene incaricato dal procuratore capo Severino Messina di affiancare il pm Guerra nelle indagini. In particolare, gli viene chiesto di acquisire dall’Upg la cassetta relativa alla chiamata al 113 e di identificare gli operatori sanitari intervenuti sul posto. Di sua iniziativa però Pirani, oltre alla cassetta, chiede e preleva dall’Upg anche il “famoso” brogliaccio 688 compilato dal responsabile della centrale operativa Marcello Bulgarelli: quello relativo all’intervento di Alpha 3 in via Ippodromo e che era stato ricopiato dal foglio 686 dopo che Bulgarelli si era accorto di aver sbagliato l’orario.

Lo stesso brogliaccio per il quale Bulgarelli è indagato nella cosiddetta inchiesta bis (per una presunta manomissione del registro) e per il quale Pirani è a sua volta indagato per omissione di atti d’ufficio. Il brogliaccio, infatti, non venne inserito nel fascicolo delle indagini preliminari ma rimase in quello della sezione di Pg. Pirani ha spiegato il perché: «E’ stata una semplice svista, ero convinto che il foglio fosse stato inserito nel fascicolo del pm». Sarà l’inchiesta parallela a fare chiarezza.

Erano quasi le quattro del pomeriggio quando è stato chiamato il terzo testimone dell’udienza, l’ultimo della lista dell’accusa, il dirigente della Squadra Mobile Pietro Scroccarello. Quando viene avvisato in via Ippodromo era già presente sul posto Paolo Marino, e Scroccarello stabilì che era opportuna anche la presenza di un ispettore della Mobile. Venne perciò inviato sul posto l’ispettore Alessandro Cervi, che era di turno. Scroccarello invece, su indicazione del questore, andò in ufficio per avviare le indagini allo scopo di ricostruire la serata del ragazzo e capire le circostanze che lo avevano portato a trovarsi a quell’ora in via Ippodromo e le ragioni del suo stato di alterazione descritto dalla donna che aveva richiesto l’intervento. Quando Cervi tornò in ufficio, ha sottolineato Scroccarello, «non fece ipotesi sulla morte del ragazzo».

Gli accertamenti vennero condotti basandosi su questi elementi: il “timbro” del centro sociale Link (indicato dai colleghi di Bologna come luogo di intenso spaccio) che il ragazzo aveva su una mano; e i numeri di telefono che Federico cercò invano di chiamare tra le 5.15 e le 5.23: nove telefonate in otto minuti, tutte rimaste senza esito perché i destinatari avevano il cellulare spento. E’ proprio seguendo questa traccia che viene stilato un elenco di persone indicate come coloro che avevano trascorso la serata con Federico o comunque erano suoi amici. Gli stessi che, tra le 11 e le 18.15 vennero convocati in Questura. A questo proposito, alcuni ragazzi nel corso delle precedenti udienze avevano denunciato di essere stati intimiditi e minacciati dagli inquirenti. Uno aveva anche riferito di essere stato prelevato a casa da un’auto della polizia. Scroccarello ha smentito categoricamente questa circostanza.

Si è poi parlato dei già citati manganelli. Perché non furono sequestrati? «A questo proposito contattai il pm e mi disse di attendere di leggere le carte e aspettare l’esito della prima perizia». Gli sfollagente rotti vennero dunque sigillati, consegnati il 6 febbraio 2006 al Medico Legale su delega del pm e sequestrati il 21 dello stesso mese. Infine, c’è stato scontro tra le parti sul defibrillatore. La presenza del macchinario per la rianimazione sulle Volanti, ha spiegato Scroccarello, è obbligatoria quando almeno uno degli operatori ha seguito l’apposito corso. Ma l’uso del defibrillatore resta facoltativo. Dei quattro imputati, Pollastri era “abilitato” all’uso. Le parti civili hanno contestato il mancato ricorso alla defibrillazione, Scroccarello ha replicato che Pollastri dopo la colluttazione non era nelle condizioni per poterlo fare.

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