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PROCESSO ALDROVANDI

La verità del magistrato
che ha lasciato l'inchiesta

L'atto di autodifesa del pm Guerra è stato acquisito al processo per la morte di Federico Aldrovandi dopo le dichiarazioni dei dirigenti della questura. E' la risposta che il magistrato ferrarese ha dato al Csm che le aveva chiesto conto di eventuali omissioni nello svolgimento dei propri doveri d'ufficio nelle prime fasi dell'inchiesta

«Ritengo di aver ottemperato a tutti i doveri incombenti al pm posto di fronte alla notizia di un decesso non particolarmente qualificato»: il linguaggio è in puro stile burocrato-giudiziario e non potrebbe che esser così visto che si tratta della corrispondenza, sul caso Aldrovandi, tra il pm Mariaemanuela Guerra che si «difende» e il Consiglio superiore della magistratura che «accusa», chiedendole conto di eventuali omissioni nello svolgimento dei propri doveri d'ufficio.
Si autoassolve il pm Guerra nella relazione inviata nel febbraio 2007, un anno dopo essere stata travolta dal caso Aldrovandi. Come del resto fece poi il Csm, che archiviò la vicenda, archiviazione ora agli atti del processo Aldrovandi e acquisita ieri su richiesta del pm Nicola Proto come atto di difesa dell'ufficio della procura, contro le dichiarazioni fornite nell'udienza scorsa dai dirigenti della polizia.
Fu informata per telefono - racconta il pm Guerra -, quella mattina del 25 sttembre 2005, dal dottor Paolo Marino, dirigente dell'Upg che le disse della morte del ragazzo, «colto da malore» in uno stato di alterazione psicofisica, che era aggressivo con gli agenti intervenuti su richiesta degli abitanti allarmati.
«Ricordo che rivolsi espressamente e più volte domanda al dott. Marino se era necessario ed opportuno il mio intervento sul posto...Il funzionario mi comunicò che il giovane era stato identificato, che il decesso era stato constatato dal 118, che la scientifica stava svolgendo i rilievi e che, a suo parere, considerata la pregressa condotta del giovane, la verosimile causa della morte era per overdose da sostanze stupefacenti e che pertanto il caso non evidenziava particolare complessità».
Poi parlò con il medico legale, la dottoressa Lumare, che «mi riferì che ad un primo esame esterno del corpo non emergevano elementi obiettivi che portassero a ricondurre il decesso del giovane a lesioni personali». Quindi nei giorni seguenti venne aperto il fascicolo, ordinata l'autopsia, che iniziò due giorni dopo, il 27 settembre. «Ricordo anche che disposi che venissero consegnati ai medici-legali i manganelli in dotazione degli agenti, che in base a quanto descritto nella relazione depositata, erano stati utilizzati nello scontro con il giovane, affinchè potessero valutare la compatibilità di eventuali lesioni riscontrate con l'uso di tali strumenti».
Fu il medico legale Stefano Malaguti, dopo l'esame esterno, racconta la Guerra, a valutare il quadro: «mi anticipò che durante l'autopsia avevano riscontrato alcune lesioni su alcune parti del corpo del giovane ma che nessuna di queste poteva essere casualmente ricollegabile all'evenuto decesso». E che la risposta sulle cause della morte, spiegò il medico alla pm, sarebbero emerse solo dagli esami chimico-tossicologici.

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