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Assolto per l'omicidio della ex moglie
dopo sentenza confessa: "L'ho uccisa io"

L'uomo era stato assolto con sentenza definitiva a febbraio. Adesso, nonostante la confessione, non potrà più essere processato

Le Feste di Natale hanno riacceso in lui il tormento di questi ultimi anni. Un pensiero fisso, il suo, rivolto alla morte dell’ex moglie, Giada Anteghini. Per quel decesso, Denis Occhi, 33 anni, processato per omicidio, è stato assolto con sentenza definitiva. Ma i suoi pensieri lo tormentano ancora. A Natale, a Capodanno. Così ha deciso di rivelare il suo segreto. Il 2 gennaio, venerdì scorso, si è presentato in questura a Ferrara e davanti agli ispettori di turno della polizia, sorpresi ed allibiti, ha dichiarato: «Voglio confessare l’omicidio di mia moglie».

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Giada Anteghini, 27 anni, era stata aggredita il 25 novembre 2004 nella casa che divideva col nuovo compagno e massacrata durante il sonno nella camera accanto a quella dove dormiva la figlia di 6 anni che aveva avuto con Occhi. La donna, entrata subito in coma per la gravità delle ferite alla testa, era morta 14 mesi più tardi. Denis Occhi in un primo momento aveva confessato il delitto, ma subito dopo aveva ritrattato. Al processo di primo grado l'uomo era stato condannato a 20 anni, ma la Corte d'appello, a febbraio del 2008, aveva rovesciato la sentenza e lo aveva assolto.

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Gli ispettori di turno in questura hanno colto all’istante la gravità di quelle dichiarazioni e «hanno preso a verbale» Occhi - come si dice in gergo - raccogliendo la sua autoaccusa con l’assistenza di un legale d’ufficio. Autoaccusa che, per paradosso, non cambierà nulla della sua vita attuale: Occhi, infatti, pur confessando l’omicidio non potrà più essere processato per questo fatto, per il principio del «ne bis in idem», affermazione fondamentale del diritto internazionale che significa «non due volte per la medesima cosa». Nessun nuovo processo, dunque, nessuna sentenza che potrà portarlo in carcere.

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Palese è la gravità della vicenda, in quanto nonostante le dichiarazioni di Occhi dopo l’assoluzione e le sue promesse «di non far male a nessuno», le carte processuali indicano che l’uomo - come è stato definito dagli psichiatri che lo hanno esaminato - è persona border line, socialmente pericolosa. Ora, pur essendosi autoaccusato dell’omicidio dell’ex moglie, potrà vivere in libertà come se nulla fosse successo. Ci si può chiedere se, al di là del «ne bis in idem», non sarebbe possibile processarlo con una revisione del processo, nonostante la sentenza di assoluzione.

Ma nel nostro sistema giudiziario la revisione di un processo prevista all’articolo 629 del codice di procedura penale è possibile solo qualora la persona «condannata» (e non assolta) presenti nuove prove per tentare di ottenere il prosciogliemento dal reato per cui è stata punita. Il paradosso e l’apparente assurdità del caso Occhi, destinato - si può già ipotizzare - a diventare un precedente giudiziario nazionale (e forse non solo), è che non è possibile chiedere ed ottenere il rifacimento di un processo per la situazione contraria, cioè per una persona assolta che chiede un nuovo giudizio per essere condannata. Sarebbe, secondo gli esperti, il sovvertimento basilare dei principi del diritto. Si tratta di una circostanza non prevista neanche in altri ordinamenti, pertanto è improprio persino parlare di «buco normativo». Difficile “saltare” un principio cardine del diritto. Ma è attendibile la nuova confessione di Occhi?

Gli inquirenti si trincerano dietro il «no comment» e rimandano alla copiosa documentazione processuale: Occhi non è mai stato dichiarato incapace di intendere e volere, e dunque le nuove affermazioni sono ritenute del tutto attendibili, anche alla luce del travagliato e discutibile iter processuale che ha portato un «colpevole» ad essere assolto. E’ probabile che verranno cercati riscontri alle sue dichiarazioni. Del resto, Occhi era stato ritenuto del tutto credibile in merito alla prima confessione, che aveva presentato con una lettera, il giorno dopo che trovarono la moglie massacrata nella camera da letto della casa di Jolanda dove la donna abitava col suo nuovo compagno, Maurizio Fiore, e sua figlia. Aveva già confessato tutto, anche allora, logorato dai pensieri e tormentato da una verità che lui stesso ha più volte negato. Venerdì scorso ha ripetuto quelle stesse parole («Ho ucciso io mia moglie») che il tribunale di Ferrara aveva ritenuto valide e credibili. I giudici d’appello le avevano invece sconfessate, con una sentenza di assoluzione.

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