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Rabbia e dolore Vasco Brondi replica in musica

Ha presentato in anteprima live il suo secondo disco, "Per ora noi la chiameremo felicità", in un teatro quasi esaurito da giovani suoi concittadini

FERRARA. È stato amato e criticato, sacralizzato e crocifisso. Persino da chi scrive e da chi pensa ancora, con decisione e onestà intellettuale, che Vasco Brondi (ovvero Le Luci della Centrale Elettrica) non diventerà il simbolo cantautorale di una nuova rivoluzione di pensiero. Nonostante il successo che ha fatto seguito al suo primo lavoro, il premio Tenco, le apparizioni televisive e non. Ne abbiamo avuto conferma l'altra sera al Teatro Comunale.

L'occasione di presentare in anteprima live il suo secondo disco, "Per ora noi la chiameremo felicità", in un teatro quasi esaurito da giovani suoi concittadini (ora Brondi è tornato a vivere a Ferrara abbandonando la cementificata Milano), non ha fatto altro che rinsaldare le convinzioni di chi lo ha sempre esaltato e, per contro, anche di chi non è mai stato convinto del suo talento. La tanto temuta prova del secondo album ha molto il sapore di un già visto e soprattutto già sentito, senza però l'attenuante di quella scintilla di speranza che si era insinuata in chi ha creduto, con "Canzoni da spiaggia deturpata", nella forza di una novità che si stava stagliando nel panorama musicale italiano. Il fatto è che ciò che è nuovo non deve essere necessariamente interessante.

Ancor meno se le canzoni di "Per ora noi la chiameremo felicità" non aggiungono nulla a quanto mostrato nel precedente disco. Sembra, anzi, di risentire le stesse canzoni interpretate alla stessa maniera, con le stesse inflessioni e la stessa cantilena così lontana, forse anche volutamente, dal concetto di canto. Una litania di rabbia e dolore, sofferenze interiori e paesaggi deturpati, che ripete se stessa, e le stesse immagini, per altri dieci brani tanto da risultare quasi controproducente anche, probabilmente, nei confronti dei fan della prima ora.  Al di là delle considerazioni meramente tecnico-artistiche v'è da dire che l'aver calcato per mesi il palco ha giovato alla maturazione di Vasco Brondi, quantomeno nella capacità di comunicare con il suo pubblico.

In scena appare come sempre spaesato, introverso, eppure è in grado di affrontare con stile anche l'"emergenza" di un fan un po' troppo entusiasta che, se non fosse stato bloccato per tempo, sarebbe riuscito a salire sul palco per "ballare con Vasco". Lui, Brondi, non fa una piega e ironizza sulla situazione e su se stesso, intelligentemente, presentando il brano successivo come un po' più "ballabile" (nulla di più lontano dallo stile "vascobdrondiano") suscitando così l'ilarità del pubblico e degli stessi suoi musicisti. Così, tra consueti giochi di parole e similitudini forzate, atmosfere claustrofobiche (accentuate dalla scenografia di un grattacielo-condominio sullo sfondo) e accordi rantolanti, impareremo a prendere Vasco Brondi un po' meno sul serio.

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