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«Medicina resterá a Ferrara»

Nappi: il prof. Zamboni ci è invidiato in tutto il mondo

 Medicina? Resterá a Ferrara, dichiara il rettore Pasquale Nappi, da sei mesi alla guida dell'ateneo. «Quella della chiusura della facoltá e del suo trasferimento in Romagna è una leggenda metropolitana», commenta. La facoltá estense - sottolinea con orgoglio - ha molti fiori all'occhiello. Tra essi il ricercatore ferrarese Paolo Zamboni, «la cui collaborazione è ormai richiesta da istituzioni scientifiche di tutto il mondo».  Rettore Nappi, l'ipotesi di un trasferimento in Romagna della facoltá di Medicina si è fatta particolarmente insistente negli ultimi mesi. Cosa c'è di vero in queste voci?  «Sono voci e restano voci».  Lei dice che è solo una leggenda metropolitana?  «Sì, la facoltá di Medicina da sei secoli è una delle punte di diamante di questa universitá. E' sempre stata una istituzione autonoma e vogliamo continuare a garantire la sua autonomia».  Eppure nell'ultimo anno qualche segnale di difficoltá c'è stato.  «Non nascondo che sia un periodo difficile per l'Universitá. Penso che qualche responsabilitá in questo grido d'allarme possa averla avuta la cessazione, nel 2010, di 54 docenti di tutto l'ateneo».  Una specie di fuga.  «La normativa sulle pensioni e sulla rateizzazione delle liquidazioni ha spinto una parte del personale a compiere questa scelta. Ma l'universitá non è stata con le mani in mano. L'anno scorso abbiamo provveduto a sostituire tutto il personale in uscita, 54 su 54. Il problema si presenterá quest'anno, potremo infatti sostituire solo il 50% dei dipendenti che usciranno dall'organico».  Il presidente dell'Ordine dei medici Bruno Di Lascio ha dichiarato che nei prossimi 10 anni in provincia andranno in pensione un migliaio di medici.  «Non conosco la fonte di questi dati, posso solo dire che stiamo lavorando sull'ipotesi di innalzare il tetto del numero chiuso a Medicina da 120 matricole a 140-150».  In tutta questa partita l'apertura dell'ospedale di Cona che ruolo avrá?  «Tutti i traslochi comportano qualche disagio, ma l'ospedale di Cona sará una struttura nuova e ben organizzata, potrá garantire anche molti vantaggi».  C'è l'incognita della mobilitá.  «Abbiamo sottoposto al personale (docenti, studenti, tecnico-amministrativi) un questionario proprio su questo tema».  Quali risposte avete avuto?  «Sono molto differenziate. L'orientamento degli intervistati è che se i collegamenti saranno efficienti si potrá lasciare a casa l'auto. Ci sará un problema di costi, ci stiamo muovendo per rendere lo spostamento più 'leggero'».  Nel 2011 lo Stato vi taglierá le risorse.  «I 4 milioni stimati in meno per quest'anno sono diventati 2 grazie alle quote premiali riconosciute per la qualitá della didattica e della ricerca (in una classifica risultiamo quinti, in un'altra addirittura primi). Vogliamo mantenere e, se possibile, migliorare ulteriormente questi risultati».  Ma li avete i soldi per costruire il polo didattico di Cona?  «Dobbiamo acquisire l'area, poi potremo fare il progetto. Per ora ci concentreremo sull'acquisto degli arredi negli spazi giá esistenti. Successivamente accenderemo un mutuo e apriremo il cantiere».  A Ferrara è nato lo studio che potrebbe rivoluzionare le conoscenze sulla sclerosi multipla.  «E' un progetto gestito in prima persona dall'azienda S. Anna, si stanno definendo gli ultimi dettagli del protocollo (il Comitato etico ha espresso un primo parere positivo quattro mesi fa seguito da un nuovo pronunciamento su alcune proposte di modifica, ndr). E' una ricerca che ha calamitato l'attenzione di tutto il mondo, Zamboni ha esposto un'ipotesi scientifica che deve essere testata attraverso una sperimentazione».  I tempi, peró, sembrano piuttosto lenti.  «Il prof. Zamboni si sta impegnando molto, ha ricevuto proposte di lavoro da tutto il mondo ma ha deciso di continuare a lavorare per l'universitá di Ferrara, che è fiera di averlo tra i suoi ricercatori. C'è un problema legato ai fondi, è vero, ma io spero che con l'aiuto della Regione, della Fondazione Hilarescere e dell'Aism potremo superarlo e avviare lo studio. Ora bisogna rendere più veloce la definizione del protocollo e avviare la fase operativa. Altrimenti rischiamo di arrivare secondi. E ad aspettare ci sono i pazienti».

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