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Ferrara ingrata con Bassani e Antonioni

La figlia dello scrittore: è quasi una comica che la nostra Fondazione non sia in città

DI FABIO ZIOSI

Parlare con Paola Bassani, figlia del grande scrittore e presidente della Fondazione Giorgio Bassani, è sempre interessante e trasmette immediatamente una carica contagiosa.

Se poi insieme a lei c'è anche Silvana Onofri, colonna dell'Associazione Arch'è, il fiume è inarrestabile.

Si parla, naturalmente, di Giorgio Bassani, ma anche delle iniziative della Fondazione, delle difficoltà, ma anche delle buone notizie. E spunta anche il rapporto con un altro grande ferrarese: Michelangelo Antonioni.

Questa volta siamo noi ad iniziare con un ringraziamento alla Fondazione e ai fratelli Bassani per aver concesso di pubblicare sulla Nuova Ferrara (il 29 novembre) l'importante intervista inedita che lo scrittore rilasciò in Francia ad Elisabeth Kertesz-Vial per Chroniques italiennes.

Lei ricorda quell'intervista?

«Ero presente a Parigi nel 1984 - anche se allora abitavo a Bruxelles - e papà veniva da Roma perchè c'era un importante convegno. La Kertesz-Vial lo intervistò alla Ecole Normale, fu un'intervista molto intensa nella quale mio padre si espresse con forza su temi importanti. Quei giorni parigini furono molto intensi. Chiesi a mio padre di andare a fare una passeggiata, avevo voglia di stare un po' con lui, ma si sentiva molto stanco e la cosa mi angosciò parecchio».

Che impressione le ha fatto rivedere l'intervista sulla Nuova Ferrara?

«E' stata una cosa molto bella, un regalo a Ferrara e a mio padre. L'altro giorno ero in un ristorante di via Cortevecchia e c'era un gruppo d'insegnanti che mi si sono avvicinati parlando in modo entusiasta di mio padre».

Le fanno sentire la vicinanza di Ferrara a Bassani?

«Da una parte mi fa una grande ottima impressione, dall'altra provo una certa amarezza».

In che senso?

«Mio padre si trova sempre più sulla bocca della gente, questo anche perché come Fondazione, attraverso le sue opere, cerchiamo di tenerlo vivo. Guardi, alla fine di gennaio vado, grazie all'Istituto di cultura italiana, all'Università di Boston a parlare di lui. Parlerò nel Giorno della Shoah perché lui si sentiva un italiano ebreo e non un ebreo italiano. Ci teneva molto a questo, a sentirsi innanzitutto cittadino italiano».

Ma quella sua nota d'amarezza?

«E' in parte dovuta alla mancanza di una sede primaria della Fondazione Bassani a Ferrara. »

Perché non c'è in città questa sede?

«Me lo chiedo anch'io. E' un fatto che ci lascia sorpresi, è quasi una cosa comica. C'è una sorta di piccola dependance all'Università. Eppure ho parlato con il sindaco Tagliani, che mi sembra una persona simpatica e comprensiva, e mi ha assicurato che molto presto avremo una vera sede dove poter mettere i nostri documenti e accogliere persone che vogliono studiare Bassani».

Questo senza abbandonare l'attuale sede di Codigoro?

«No, noi non dimentichiamo quanto ha fatto il Comune di Codigoro e lo stretto legame che c'è con quella realtà anche dal punto di vita ambientale».

Volete un luogo che possa accogliere documenti e opere dello scrittore?

«Sì, ci sono, ad esempio, le biblioteche di Bassani che potrebbero essere concentrate in questa nuova sede. Esiste il catalogo critico di Bassani, sono libri che lui ha letto, studiato, ai quali ha aggiunto note e commenti. Ora bisognerebbe studiare tutto questo».

Un contributo importante potrebbe venire dall'Università?

«L'Università con noi è stata straordinaria, vedi per esempio la mostra che è stata realizzata lo scorso anno a Palazzo Turchi Di Bagno e che ha avuto tanto successo. Ma proprio dall'Università dovrebbe partire uno studio. A Ferrara non esiste una cattedra di letteratura contemporanea, creandola, si potrebbe occupare, con docenti e studenti, di questo aspetto. Ma abbiamo in cantiere altre iniziative».

Qualche anticipazione?

«Dopo il convegno fatto su Bassani, il prossimo anno ci sarà, ad esempio, una iniziativa per il cinquantesimo del libro 'Il giardino dei Finzi Contini'. Ci si occuperà anche dell'attività di Bassani come insegnante alla scuola ebraica di via Vignatagliata, poi del suo impegno antifascista e civico. Promotori delle iniziative sono la Fondazione, l'Università, la Comunità ebraica e Arch'è».

Non le pare che ci siano molti più studiosi stranieri che italiani che si occupano di suo padre?

«Molti stranieri sono venuti a Ferrara per studiare l'opera di Bassani. Due ricercatrici americane sono venute da Boston e stanno curando un'antologia critica mondiale su Bassani che verrà presto presentata a New York e poi successivamente a Ferrara».

Insomma, ogni tanto sembra spuntare una sorta di freddezza della nostra città.

«Il rapporto Bassani-Ferrara è a volte surreale… dovrebbe essere per primo il Comune ad offrire uno spazio alla Fondazione Bassani. A Ferrara si sta parlando molto di mio padre dopo la mostra fatta lo scorso anno. E' stata un successo inaspettato, da notare che è stata gestita tutta con il volontariato. Una mostra che ha visto anche una diretta collaborazione con gli studenti del Liceo Ariosto. Molto belli e interessanti i due libri che raccolgono le frasi lasciate dai lettori alla fine del percorso, che ci spingono ad andare avanti».

(*Estatto dell'intervista esclusiva rilasciata a La Nuova Ferrara. La versione integrale è pubblicata sul giornale del 22 dicembre)


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