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Caccia all’assassino E c’è già un sospettato

Venerdì la morte di Spadari. Labianco: «Siamo sulla buona strada» L’imprenditore viveva da solo in un container all’interno del suo vivaio

SAN GIUSEPPE. La caccia all’assassino è iniziata venerdì sera dopo le 20 ed è continuata per tutta la giornata di ieri: gli inquirenti hanno già un sospettato su cui indagare, un lavorante rumeno del vivaista, Luciano Spadari, 74 anni, trovato morto a pochi metri dalla sua casa, all’interno del vivaio. San Giuseppe è sotto choc, e si è svegliata, ieri mattina, attonita e sconvolta da quello che sembrerebbe uno degli omicidi più crudi degli ultimi tempi. Luciano Spadari, separato da diverso tempo e con tre figlie, viveva in una sorta di container all’interno del vivaio che ha condiviso per qualche tempo con una compagna. L’ingresso dell’azienda affaccia sulla statale Romea, nella zona artigianale, in una sorta di non luogo caratterizzato da immensi capannoni, centri commerciali e aree verdi lasciate incolte. La casa di Spadari è nascosta tra le serre e le piante, immersa nel buio più nero, senza nemmeno la flebile luce di un lampione. Non è stato facile per gli inquirenti muoversi tra la terra e la sabbia, tra sassi e enormi vasi, dovendo fare a gara con la luce che stava andando via. Una corsa contro il tempo, da parte del fratello di Luciano Spadari arrivato da Treviso perché senza notizie della vittima ormai dal giorno prima. Ma anche dei carabinieri, che da subito hanno intuito la portata della tragedia. Il grande cancello in ferro, al civico 72/A, si è aperto decine e decine di volte, facendo scorrere in maniera sistematica il cartellone bianco con la scritta blu “Luciano Spadari piante e fiori” affisso alla buona sullo stesso, con tanto di numero di cellulare.

Il corpo dell’imprenditore è stato trovato quasi subito, nascosto sotto una catasta di tubi di gomma e coperto alla meno peggio con qualche pianta. Sulle cause della morte l’ultima parola spetta al medico legale Rosa Maria Gaudio ma fuori dalla precaria recinzione, sul bordo della statale, in tanti hanno avanzato ipotesi e ricostruzioni di ogni genere, provando di tanto in tanto a chiedere conferma ai militari rimasti per ore ed ore davanti al cancello per controllare che nessuno varcasse la soglia e accompagnando invece inquirenti e familiari fin davanti al piccolo capannone fatto di coperture di plastica logorate dalla pioggia e dal sole. La prima ad arrivare una delle figlie, capelli castani e giubbotto nero, scortata dal marito. Quindi le altre due, bionde e piccoline, chiuse in una macchina grigia e protette dal calore degli altri familiari. Difficile dire se abbiano pianto o gridato, se si siano in qualche modo sfogate: il rumore assordante dei tir in corsa sulla Romea copriva qualsiasi altro suono, per fortuna. L’ambulanza, chiamata quando il corpo è stato trovato, è andata via vuota e a sirene spente attorno alle 22, segnale di conferma dell’avvenuta tragedia per tutti coloro che aspettavano fuori, in pochi metri quadri, infreddoliti e spaventati. L’arrivo del furgoncino delle onoranze funebri, rimasto fermo per oltre due ore nel parcheggio sul retro dell’azienda, non ha lasciato spazio a dubbi, dubbi volati via con le parole del comandante provinciale dei carabinieri Antonio Labianco e del pubblico ministero Barbara Cavallo: «Luciano Spadari è stato colpito più volte con un oggetto contundente». Quando, perché e soprattutto da chi? «Al momento non possiamo aggiungere altro, ma ci sentiamo di tranquillizzare i cittadini: siamo sulla buona strada». E il cancello, ancora una volta, si richiude. Solo quando sono andati via i parenti e gli amici più stretti, solo quando il corpo di Spadari è chiuso nella fredda bara di metallo e la notte è ormai fonda, il passaggio resta per qualche minuto senza sorveglianza e la scena che si presenta davanti agli occhi è la stessa di quella vista decine di volte nei film, con l’aggiunta dell’enorme peso di una realtà inspiegabile e inaccettabile, con l’odore strano e intenso di motori rimasti accesi per ore e di piante che soprattutto di notte sprigionano il profumo più intenso. I cartellini gialli con grosse lettere nere posizionati in terra, le tute bianche degli uomini della scientifica in netto contrasto con le divise nere dei carabinieri ed una luce forte, mirata e artificiale che rende la notte ancora più nera. All’alba i militari stanno ancora lavorando, così come all’ora di pranzo e nel primo pomeriggio. Con il giorno, il vivaio si risveglia, i fiori hanno bisogno d’acqua e l’impianto di irrigazione deve partire. Gli operai arrivano puntuali, come ogni mattina, e senza fare domande si mettono al lavoro, mentre le figlie, visibilmente provate, cercano di capire, assieme agli inquirenti. Il nastro bianco e rosso avvolge ormai buona parte del vivaio, gli investigatori caricano tutti gli attrezzi sulla piccola jeep, si tolgono le tute ed escono in silenzio. I carabinieri restano ancora a controllare che nessuno entri dal cancello senza chiave e ormai mezzo sgangherato dai continui colpi della sera prima. E’ come se il vivaio, la piccola azienda nata e cresciuta con Luciani Spadari, fosse andata via assieme a lui.

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