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il fondatore di viale k don domenico bedin

«La tragedia di Aldro conciliata col perdono»

Cinque sogni per Ferrara, con i piedi ben piantati per terra. Una società più solidale e accogliente sarebbe possibile, suggerisce don Domenico Bedin. Anzi lo è: basterebbe applicare il principio dei...

Cinque sogni per Ferrara, con i piedi ben piantati per terra. Una società più solidale e accogliente sarebbe possibile, suggerisce don Domenico Bedin. Anzi lo è: basterebbe applicare il principio dei vasi comunicanti a ricchezze e sentimenti per aggiustare qualche squilibrio di troppo, sostiene il fondatore della Comunità Viale K, sacerdote da sempre impegnato a fianco degli ultimi. Il primo sogno, però, va oltre tutto questo, perché tocca una delle ferite più sanguinanti della comunità, la morte di Federico Aldrovandi. «Nel 2014 - comincia don Domenico - vorrei che potesse avvenire una riconciliazione, attraverso il perdono. Un perdono richiesto dai poliziotti, oppure un perdono concesso inaspettatamente senza condizioni, con un atto di grandissima magnanimità, da una famiglia che ha tanto sofferto. È l’unica cosa che può svelenire una città avvelenata da questo dramma, sarebbe l’atto supremo di un percorso che va oltre la giustizia».

Don Bedin prosegue poi illustrando la sua personale manovra finanziaria: la spending review ideale è quella che passa per l’altruismo e la lungimiranza. A cominciare dalle case. Se ne contano tante sfitte e vuote, troppe. A don Domenico ne basterebbero un centinaio: «Vorrei che cento proprietari mettessero le case che restano vuote e inutilizzate a disposizione delle famiglie sfrattate. È un’emergenza continua, spesso invisibile ma devastante». Lo stesso per le ricchezze. Nelle banche ci sono tesoretti addormentati che la volontà di investire per il proprio territorio potrebbe svegliare. «Sarebbe già bellissimo se una cinquantina di persone facoltose, o enti, che possiedono somme consistenti immobilizzate, incontrassero cinquanta giovani portatori di idee per aiutarli a realizzarle. C’è una creatività inespressa che può produrre nuovi posti di lavoro ma che non trova sbocchi perché non c’è nessuno disposto a investire. E al tempo stesso ci sono tante risorse che rimangono ferme e ingessate».

Don Bedin immagina una città di cittadini, non importa se italiani o stranieri. E questa integrazione non può che partire dai bambini, e crescere insieme a loro, in un dialogo che non si limita al tempo trascorso in classe tra i banchi di scuola. La ricetta proposta dal sacerdote è semplice: «Organizzare per un paio di anni una serie di campi estivi con partecipanti suddivisi tra ferraresi e immigrati, per poter sperimentare una convivenza più complessa e non soltanto scolastica».

L’ultimo pensiero riguarda invece i “rapporti di forza” economici tra animali e uomini. Benissimo amare i primi e prendersi cura di una bestiola da affezione, conclude Bedin, «ma vorrei che la stessa cifra che viene spesa a Ferrara per gli animali domestici venisse impiegata anche per le persone bisognose».(a.m.)

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