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"Io ho applaudito i tre colleghi". La lettera al Presidente Napolitano

L’ispettore capo della Polizia di Stato Luca Caprini sul caso Aldrovandi

L’ispettore Capo della Polizia di Stato Luca Caprini scrive al Presidente della Repubblica Giorgio Napolitano.

“Signor Presidente,

sono l'Ispettore Capo della Polizia di Stato Luca Caprini, tutt'ora in servizio operativo, con alle spalle oltre trent'anni di carriera.

Sono un iscritto al Sindacato Autonomo di Polizia e rivesto le cariche di Segretario Provinciale a Ferrara e Vice Segretario Regionale in Emilia Romagna.

Le scrivo dopo una lunga sofferta riflessione al termine della quale ho amaramente dovuto ammettere a me stesso che la mia categoria professionale, anche quando svolge con dedizione e spirito di sacrificio il proprio dovere, viene posta da vaste fasce della popolazione, ma anche da rappresentanti della politica, nel peggiore dei ruoli:

in quello di oppressori e torturatori della povera gente.

Non mi riconosco in siffatta definizione, la quale è frutto di anni di campagna mediatica di certa parte politica e di gruppi d'opinione che, a mio modestissimo parere, non hanno sicuramente a cuore la pacifica convivenza tra le persone, l'Ordine Sociale e Pubblico.

Ogni comportamento di un appartenente alle Forze dell'Ordine, in questo Paese, diviene oggetto di discussione, di critica, di attacco. Tutti si possono permettere di dire di tutto, senza che le Istituzioni ribattano e nessuno li difenda. Il timore di reazioni politiche da parte avversa, soprattutto in fasi pre-elettorali, frena ogni possibilità di replica.

Io sono tra quelli che hanno applaudito i tre colleghi condannati per reato colposo in seguito alla tristissima vicenda della morte di Federico Aldrovandi.

Mi creda,

Signor Presidente,

l'applauso nulla aveva a che vedere con quanto a loro contestato e se così fosse sarei giustamente da considerare un essere dall'animo mostruoso e di nessun onore.

L'applauso è nato al termine della presentazione di un'iniziativa che il mio Sindacato si appresta ad intraprendere, volta a fornire maggiori garanzie a cittadini e poliziotti. Si parlava di "verità e giustizia" e tutto ciò che si può fare affinchè queste due parole si possano tradurre in realtà.

In quel consesso, svoltosi a porte chiuse, erano presenti tre dei condannati per la vicenda Aldrovandi. Durante la citata presentazione, sono state illustrate anche alcune proposte, come l'utilizzo delle telecamere, che avrebbero certamente evitato qualsiasi polemica processuale, sulla dinamica degli eventi o il comportamento dei protagonisti.

Quando è stato dato conto della loro presenza alcuni delegati gli hanno indirizzato un applauso di vicinanza umana (di una trentina di secondi) a causa del pianto in cui sono scoppiati gli stessi. Tutti eravamo a conoscenza del fatto che i tre colleghi sono stati incarcerati, caso unico negli ultimi decenni, per un reato colposo avvenuto durante il servizio e durante un'operazione della quale nessuno ha mai contestato la legittimità.

Lo stimolo che mi ha portato a indirizzare una parte del mio applauso ai tre colleghi è, forse, il medesimo che porta Lei a recarsi nelle carceri non certo per avallare i crimini commessi o giustificarli e neppure per mancare di rispetto al dolore delle vittime dei crimini e alle loro famiglie. Il Suo gesto, per certo, è da ricondursi ad una doverosa manifestazione di carità umana e di misericordia nei confronti di chi soffre e patisce, fosse anche colpevolmente.

Ai miei colleghi non è stata concessa nessuna delle garanzie che vengono offerte ai peggiori delinquenti e nessuno dei benefici che vengono riconosciuti a tutti i cittadini, soprattutto se incensurati e con stati di servizio in Polizia immacolati.

Hanno subito e subiscono una campagna mediatica che li ha disumanizzati, vengono chiamati ASSASSINI in ogni occasione, nonostante che i due gradi di giudizio di merito e quello di legittimità abbiano parlato sempre di eccesso colposo, vale a dire di evento conseguente a condotta non dolosa e, dunque, non volontaria, e nonostante non siano stati ritenuti responsabili dei reati di falso, lesioni, abuso d'ufficio, omissioni, ecc.

I loro nomi e le loro fotografie sono sui siti di area antagonista e subiscono pressioni e minacce d'ogni sorta.

Il povero Federico Aldrovandi è la prima vittima di questa storia, la sua famiglia soffre tutt'ora per la gravissima perdita, ma anche i miei colleghi,

Signor Presidente,

pagheranno per tutto il resto della loro vita il fatto di essersi trovati per Dovere, in quel posto ed in quel momento in una situazione difficilmente gestibile.

Signor Presidente,

durante questi miei anni di servizio, tra gli altri riconoscimenti, ho ricevuto anche una medaglia al valor civile per aver tratto in salvo una donna dall'annegamento.

Ho fatto, nell'occasione, il mio Dovere e qualcuno ha mi ha ritenuto meritevole di encomio pubblico.

Le comunico che intendo restituire quella medaglia e il titolo di Cavaliere della Repubblica, in quanto comincio a dubitare di esserne degno.

Come anticipato all'inizio di questa lettera, svolgo tutt'ora mansioni operative. Stante le attuali condizioni e le dotazioni, potrei trovarmi a contenere persone in stato di alterazione psico-fisica. Mi è già successo tante volte e spesso mi sono reso conto che le cose sono andate bene unicamente per buona sorte; mi sono trovato coinvolto in colluttazioni che ho fatto di tutto per evitare. Durante le stesse l'incolumità dei soggetti da fermare e quella degli operatori ha corso gravi rischi. Fortunatamente le cose, almeno nei casi in cui sono stato coinvolto, sono andate bene. In caso contrario sarei stato messo alla berlina come il peggiore degli esseri umani.

Signor Presidente,

rimetto nelle Sue mani la Medaglia di Bronzo al Valore Civile e il titolo di Cavaliere della Repubblica.

A Lei valutare se io sia ancora degno di appuntare queste onorificenze sul mio petto.”

Ossequiosamente.

Ferrara, 6 maggio 2014

Il Poliziotto

Luca Caprini

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