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«Niente pub, ho brindato a spumante»

Il ferrarese Federico Varese da 20 vive a Oxford: in molti qui hanno celebrato la sconfitta con una dose disumana di birra

di FEDERICO VARESE*

È raro per me sentire una contraddizione tra le mie due patrie, l’Italia dove sono nato e l’Inghilterra dove vivo da più di vent’anni. Di norma, questa condizione si palesa solo quando le due nazioni si affrontano sul campo durante i Mondiali di Calcio. E così venerdì mattina, alla vigilia della partita Italia-Inghilterra, mi trovo all’ingresso dell’asilo del piccolo paese dove vivo con la mia famiglia, a qualche miglio da Oxford. Il padre del migliore amico di mio figlio mi dice: «Ieri sera ci chiedevamo per quale squadra farà il tifo Varese junior ...» La mia pronta risposta è stata: «spero che a quell’ora sia già nel mondo dei sogni!». Il giovane padre aggiunge che lui raggiungerà il suo pub preferito alle otto di sera e vi rimarrà fino alle prime ore del giorno successivo. Fa molta attenzione a non estendere un invito... Quello stesso venerdì The Sun, il tabloid conservatore più venduto nel paese, fa arrivare una copia del giornale a tutte le famiglie inglesi. Il numero speciale è dedicato a “ciò che ci rende orgogliosi di essere inglesi”. Dopo il dovuto omaggio alla Regina, a pagina due si possono ammirare le forme di Kelly Brook e, poco più avanti, un editorialista ci intrattiene con un pezzo dal titolo: “Nessuno sul pianeta ha un genio pari al nostro”.

Sabato è il giorno della grande sfida. Alla luce delle mie esperienze passate, decido di non guardare la partita in un luogo pubblico, come un pub o la sala degli studenti del mio Collegio di Oxford, il Nuffield College. Conosco abbastanza bene i miei polli per sapere che la linea che separa la civiltà dall’insulto si assottiglia molto in queste occasioni, anche nella rarefatta atmosfera della più prestigiosa università d’Europa. E dunque con un gruppo di colleghi italiani ci organizziamo per vedere la partita a casa di un cattedratico di demografia. Tutti rigorosamente tifano Italia. Io arrivo appena prima del fatidico fischio di inizio. Prima mi aggiro per il centro di Oxford, nella strada dove vi sono una ventina di locali tra bar, ristoranti e pub. Vi sono centinaia di persone che entrano ed escono, ed una buona fetta di questa umanità ha disegnato sul volto la bandiera inglese. All’improvviso esce da una strada laterale quello che i ferraresi di una certa età (e cultura) potrebbero definire come il “Tunin” locale, un giovane un po’ strano vestito interamente di azzurro, con una grande bandiera dell’Italia. Appena fa la sua comparsa nella tana del leone, i passanti cominciano ad intonare “God Save the Queen” e “Forza Inghilterra”. Per fortuna la polizia è dietro l’angolo e non succede nulla. L’atmosfera è carica, ma i fiumi di alcol devono ancora scorrere nelle vene dei tifosi.

Il resto è storia. La Nazionale azzecca la strategia e Marchisio infila uno splendido goal, anche se la squadra fa qualche errore in difesa (sopratutto prende un gol in contropiede quando è in vantaggio!). Alla fine SuperMario ci salva e noi si finisce per brindare con spumante rigorosamente italiano. Quando ritorno sui miei passi nelle prime ore di domenica, i pu. b sono ormai chiusi e sui marciapiedi trovo una decina di ubriachi che hanno celebrato la sconfitta con una dose disumana di birra. Mentre mi faccio largo tra quei corpi puzzolenti, non posso non interrogarmi ancora una volta su cosa significhi essere italiani, inglesi, cittadini di Oxford o di Ferrara. La mia mente annebbiata cerca di correre all’attualità politica, alla possibile disgregazione del Regno Unito a seguito di una vittoria del referendum nazionalista in Scozia, oppure al successo del partito razzista di Nigel Farage, lo UKIP, alleato del M5S di Grillo in Europa. Nonostante i miei sforzi, non riesco a formulare alcun pensiero coerente. Riesco solo a pensare alla miseria e alla grandezza di questo nostro mondo assurdo, che produce cialtroni, ladri e pericolosi capipopolo, ma anche persone che meritano di essere amate, come un bambino di quattro anni anglo-ferrarese che ancora non ha deciso se tifare Italia o Inghilterra.

*Professore di Criminologia presso l’Università di Oxford

e Senior Research Fellow

del Nuffield College, Oxford.

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