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«Quanto mi costa parlare di Federico»

La mamma: «Ma lo faccio e oggi mi confronto anche con un poliziotto». Il papà: «Si faccia la legge contro la tortura»

«Mai avrei pensato che mi sarei trovata, nel giorno dell’anniversario della morte di mio figlio, a parlare con dei poliziotti: però questa adesso penso sia l’unica strada». Patrizia Moretti, la mamma di Federico Aldrovandi, morto 10 anni fa durante un fermo di Polizia, si riferisce al dibattito promosso dalla Commissione straordinaria per la tutela e la promozione dei diritti umani del Senato che stasera aprirà la due giorni di eventi in occasione del decennale della scomparsa del figlio (vedi programma in fondo a questa pagina).

«Le persone che hanno ucciso mio figlio sono ancora in servizio - ricorda la Moretti - però c’è qualcuno che le cose forse le vuole cambiare. Credo che la possibilità di cambiamento sia solo dall’interno delle istituzioni per cui è particolarmente importate questo l’incontro».

Il rapporto di Patrizia Moretti con le istituzioni è stato tormentato e doloroso, ma non si è rotto: «Non pensavo però ci volesse del coraggio per rapportarsi con le istituzioni. Pensavo fosse una cosa semplice, che non lo è. Questo coraggio serve perchè l’istituzione in sè è qualcosa di astratto- spiega in una dichiarazione resa all’Agi - in realtà ti devi rapportare con delle persone e ne trovi di corrette, oneste e bravissime, altre no...».

Non va oltre, per ora, mamma Patrizia, che aspetta l’incontro di stasera «per rendere pubbliche le sue riflessioni, non credo ora di poter aggiungere tanto, perchè a me costa davvero tanto approfondire, ogni volta e parlare di Federico. Tengo le forze per quella fase che è necessaria», per oggi e domani. Accenna anche al dolore per la morte del figlio, che non passa mai: «Non c’è soluzione a questo».

Domani c’è il concerto e la mamma di Federico ringrazia cantanti e gruppi: «Li ringrazio tantissimo, purtroppo abbiamo dovuto dire no a tanti gruppi, a tanti musicisti che ci chiedevano di partecipare, perché il tempo non era proprio sufficiente. Sarà un evento molto bello, ci sarà anche un’assemblea con delle letture: un bel ricordo con le cose che piacevano a Federico».

Lino Aldrovandi, padre di Federico, ha una speranza: «Vorrei che la morte di Federico non sia stata vana. Lo Stato deve tutelare tutti i nostri figli e il reato di tortura deve essere una cosa chiara, seria, senza paletti e senza filtri». L’appello alle istituzioni e al Parlamento per colmare il vuoto legislativo denunciato anche della Corte di Strasburgo, Lino Aldrovandi lo ha nel corso di un’interfvista all’Agi. «Vogliamo ricordare Federico - ha spiegato Lino Aldrovandi - non solo per restituire dignità e rispetto alla sua figura ma anche per far riflettere tutte le componenti della società». Lino Aldrovandi, ispettore di polizia municpale nonchè figlio di un carabiniere, ancora non si è rassegnato al fatto che i quattro agenti condannati facciano ancora parte dellaPolizia, sia pure senza ricoprire ruoli operativi. «Quale datore di lavoro - ha detto il padre di Federico - avrebbe tenuto in polizia delle persone così? C’erano tutti i presupposti per mandarli fuori dal Corpo. Per me Indossare una divisa significa prima di tutto onestà e lealtà verso se stessi e verso i cittadini. Non capisco perchè alcuni si inorridiscano per la proposta del numero identificativo per le forze dell’ordine. Io mai mi sono sognato in tanti anni di lavoro di mettere le mani addosso a qualcuno. Mi viene la pelle d’oca quando penso che mio figlio si è trovato da solo in quella situazione. Nei loro panni - ha detto riferendosi agli agenti condannati - mi sarei strappato i vestiti, sarei stato disperato. Invece mai una volta sono venuti a parlare con noi».

Di Federico dice che «era un ragazzo semplice e buono. Ogni giorno mi dava gioia come mi riempie di felicità l’altro mio figlio Stefano».

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