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Scambiarsi un segno di pace a Mizzana

Don Paolo dall’altare: «Il gesto di queste brave persone deve rimanere scolpito nel cuore di ognuno di noi»

FERRARA. A Mizzana si dice ancora messa all’aperto, la chiesa “rossa” è inagibile per il terremoto e i fedeli si ritrovano nella provvisoria struttura addossata alla canonica: è bianca, leggera, trasparente e spalancata su più lati per contrastare il caldo. Quando alle dieci e dieci, a messa da poco iniziata, arrivano Osama, Hassan, Aissa, Fathi e Salem e si piazzano a qualche metro di distanza in timida e rispettosa attesa vengono subito avvistati. Un solerte parrocchiano li avvicina per concordare le modalità dell’ingresso dei musulmani nell’immacolato gazebo che funge da chiesa: «Alla fine della messa...». Non fa in tempo a finire la frase. Don Paolo Cavallari dall’altare fa loro un cenno d’invito e i cinque uomini provenienti dalla moschea di via Traversagno varcano la soglia in punta di piedi: «Buongiorno» dicono. «Buongiorno», gli rispondono qua e là. Si siedono in una fila di sedie di fianco all’altare e don Paolo fa gli onori di casa: «Sono molto contento che siano venute a trovarci queste brave persone in segno di solidarietà per il dolore che i cristiani hanno provato per quanto è avvenuto pochi giorni fa in Francia, dove un anziano prete è stato ucciso. Ieri mi hanno chiesto se potevano venire e sono stato ben contento di dire di sì. È un gesto che anche qui, a Mizzana, deve rimanere scolpito nel cuore di ogni di noi, di noi cristiani e di voi musulmani. Questo gesto significa che siamo tutti figli dello stesso Dio».

A suonare in parrocchia sabato era stato Hassan Samid, 29 anni, arrivato dal Marocco quando ne aveva 6; ora è il responsabile dei giovani che frequentano il Centro di cultura islamica di via Traversagno 22. È qui che alle 10 si sono dati appuntamento i cinque per formare la delegazione diretta alla chiesa di Mizzana, «Abbiamo pensato che era giusto andare a trovare i nostri vicini» dice Osama Murshed, il rappresentante legale del Centro di cultura islamica, che commenta anche le parole pronunciate da Papa Francesco all’indomani dei fatti di Rouen: «È vero, non è una guerra di religione, c’è invece una manipolazione e una strumentalizzazione della religione...». Una chiamata sul cellulare spezza il filo del discorso. Lo riprende poco dopo: «Era don Domenica Bedin, ha detto che stiamo facendo una cosa giusta, sarebbe venuto anche lui oggi, ma è in montagna, la prossima settimana torna e passerà a salutarci». Anche Hassan ha apprezzato il discorso del Papa: «Non ha mai detto una parola sbagliata su questi temi delicati dove davvero basta una parola fuori posto, solo una, specie se la dice il Papa , per suscitare reazioni sbagliate. Questa è una cosa importante».

Don Paolo nell’omelia per affrontare il tema del terrorismo e metterlo in contrapposizione alla religione cita un versetto del Corano: «“Chiunque uccida un uomo, sarà come se avesse ucciso l'umanità intera . E chi ne abbia salvato uno, sarà come se avesse salvato tutta l'umanità”. Vuol dire che chi uccide non ha capito niente di questo messaggio e vuol dire che in questa terra abbiamo bisogno gli uni degli altri, dobbiamo essere fratelli gli uni degli altri».

La messa cristiana è disseminata di gesti e simboli, come quello dello scambiarsi un segno di pace. Quando arriva il momento don Paolo va a stringere la mano ai cinque musulmani. Il contatto produce un effetto. Fino ad allora i cinque musulmani erano rimasti seduti, quasi incollati alle sedie da quel comprensibile impaccio che imbriglia i movimenti di chi è ospite per la prima volta a casa d’altri e non sa dove posare lo sguardo. Ora si alzano vanno a stringere altre mani, scambiano parole e sorrisi. Ora sono tutti meno guardinghi, i 5 musulmani e i 100 cristianì Il contatto è servito a sgranchire le membra, forse servirà anche a rimuovere le incrostazioni mentali. «Vi ringraziamo di averci voluto qui - dice Osama ai fedeli cristiani - noi siamo venuti per portare solidarietà e fratellanza. Il versetto di prima dice che per fare una strage basta uccidere un solo uomo, purtroppo in questo periodo tante stragi sono state fatte. Noi come Islam protestiamo contro queste stragi e questo sangue. Come ha detto il Papa non c’è religione che dica di fare la guerra. Dobbiamo combattere l’ignoranza e la tenebra dell’informazione. Le parole che oggi ho sentito qui sono le stesse che sentiamo nelle moschee e le stesse che dicono gli ebrei». Poi chiede se può parlare anche il giovane Hassan. Un applauso è la risposta. «Siamo dispiaciuti che non ci sia stato prima questo incontro...». Una parrocchiana interrompe Hassan: «Ma noi siamo venuti quando avete inaugurato il centro islamico» (è accaduto nel 2011). Per Hassan, che ha confidenza con il pallone, è come un assist in area di rigore: «Lo so, me l’hanno detto. Il mio è anche un “mea culpa”, purtroppo non abbiamo dato seguito a quell’incontro, per cui sembra che siamo qui solo sotto la spinta mediatica e perché abbiamo il fiato sul collo dopo i recenti atti terroristici. Il profeta Maometto dice che noi dobbiamo essere messaggeri di misericordia, ma per essere tali bisogna uscire, andare fuori, non basta pregare se vogliamo cambiare questa società e questo mondo. Da cristiani e musulmani possiamo anche parlare ai tanti non credenti. Siamo a duecento metri da qui, le porte sono aperte».

L’ultimo gesto è di don Paolo. Preleva da dietro l’altare un quadro: «Ve lo voglio regalare a ricordo di questo giorno, L’ho preso in Russia un anno fa, rappresenta “il ritorno del figliol prodigo”». È un dipinto di Rembrandt. Mentre lo consegna a Osama, don Paolo stempera il clima troppo serioso con una battuta: «È una copia, naturalmente».

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