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In fuga da morte e abusi, ecco le ragazze respinte da Gorino

Le donne migranti raccontano senza filtri le loro storie d’orrore. Dalla Nigeria e Sierra Leone alla Libia e poi finalmente in Italia

Fa male. Trovarsi davanti ai volti delle undici migranti chiuse in felpe enormi e abiti di fortuna mette in soggezione e la loro sofferenza schiaccia in un attimo ogni tipo di giustificazione che si cerca di dare davanti ad una tragedia che non conosce confini, in ogni senso. Belinda, Andrew, Faith, Esther, Dooshena, Elle, Abidemi, Anima, Afoke, Sanogo e Dosso raccontano le loro storie senza filtri, con lo sguardo fisso negli occhi di chi le intervista, riuscendo a raccontare l’orrore senza versare una lacrima, senza mostrare pieghe nel viso mettendo in soggezione chi ascolta che altro non può fare che chiedere scusa. Chi sono le donne che non abbiamo voluto e che nessuno di noi, alla fine, è sceso in piazza a difendere? Sono ragazzine di vent’anni che hanno conosciuto ogni tipo di orrore.

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Il prefetto Tortora ha requisito l'ostello Amore-Natura, i cittadini scendono in piazza, lunga mediazione tra le forze dell'ordine e i blocchi, a mezzanotte la decisione di dirottare altrove il bus con a bordo solo donne provenienti da Nigeria, Guinea e Costa D'Avorio. Le dodici migranti, di cui una incinta all'ottavo mese, sono state ospitate in strutture di Fiscaglia (4), Ferrara (4) e Comacchio (4).

Belinda Nylander ha 22 anni: «Sono nata nella Sierra Leone. Mio marito è finito in carcere da dove è fuggito dopo qualche mese. Un giorno, alle sei del mattino, un gruppo di persone è venuto a casa chiedendomi dove fosse. Io non lo so. Mi volevano uccidere e sono scappata. Ho viaggiato per sei mesi e due settimane e sono arrivata in Italia. Da Bologna ci hanno portate a Ferrara, saremmo dovuto arrivare in ostello e quando ci hanno detto che c’erano problemi, che non ci volevano, sono quasi svenuta. Non ci conoscono, non conoscono le nostre storie».

Faith Ahimler, 20 anni viene dalla Nigeria. «Abitavo nel nord e la mia famiglia è stata attaccata e decimata dal gruppo di Boko Haram. Durante l’attacco io sono scappata, alcuni uomini mi hanno presa e mi hanno portata in Libia, è stato tremendo. Un latro uomo è venuto a liberarmi e mi ha accompagnata in campo profughi dove mi hanno dato da mangiare, mi trattavano abbastanza bene. Ci sono rimasta per due mesi, finchè sono riuscita a uscire e ho preso la nave. Mi hanno accompagnata in Italia venerdì. Ci hanno detto che avremmo avuto una stanza. Nella notte l’autobus si è fermato, abbiamo capito che non ci volevano e sono scoppiata a piangere. Per fortuna ci hanno aiutate tanto lo stesso».

I volti e le storie delle donne respinte da Goro/2 Le donne migranti raccontano senza filtri le loro storie d'orrore. Dalla Nigeria e Sierra Leone alla Libia e poi finalmente l'Italia

Esther Obezze, 22 anni anche lei nigeriana. «Sono fuggita perché mio marito voleva uccidermi ma purtroppo sono finita in Libia». Non riesce ad anadre avanti. «Voglio solo protezione, solo quello».

Dooshena John, 20 anni nigeriana. «Quando avevo cinque anni mia mamma e mio padre sono morti e sono stata affidata ai nonni. Purtroppo mio zio ci maltrattava, ci faceva stare molto male e sono scappata. Ho avuto paura di morire tante volte».

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Elle Zay, 20 anni nigeriana. «Sono scappata per motivi legati alla mia famiglia. Mio nono ha ucciso mio padre per motivi di soldi. E quando ha fatto fuori lui si è rivolto a me. Voleva indietro una grossa cifra che io non potevo pagare. Sono fuggita e adesso mi cercano. Ho viaggiato per una settimana e sono arrivata in Libia», anche lei qui si ferma e nessuno ha il coraggio di farla continuare. «Dalla Libia finalmente in Italia».

Abideni Ogbalaja, 35 anni nigeriana. «Sono scappata dalla Nigeria dove non potevo più stare perché rischiavo la vita. Anche io non so per quale motivo sono arrivata in Libia e quando sono sbarcata non sapevo nemmeno dove fossi». Gli arabi anche in questo caso hanno lasciato ferite fisiche e psicologiche inimmaginabili. Sulla pelle una cicatrice che racconta molto. «Mi hanno rovesciato addosso una pentola d’acqua bollente».

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«Devo essere sincero? Quando il prefetto ha telefonato e ha pronunciato la parola Gorino, mi sono dovuto sedere. Ho immaginato ogni singola reazione. Conosco la mia gente, sono nato qui. Se avessero chiesto un mio parere avrei detto di no che non era il caso e che comunque sarebbe stato meglio aspettare».

Assieme a loro, sull’autobus che avrebbe dovuto portare a Gorino c’erano anche Amina Qulubalì, 36 anni; Afoke Ebrugbè, 20 anni; Sanogo Djeneba, 19 anni, Dosoo Kadi, 20 anni tutte nigeriane. Loro quattro sono state sistemate in una casa famiglia in un comune della provincia. Al contrario delle altre, parlano poco e quando le abbiamo incontrate non era presente il mediatore culturale. Le loro storie sono tristemente uguali alle altre. Ragazzine che trovano la forza di scappare da situazioni di violenza estrema e che prima di trovare la salvezza e un luogo sicuro passano da un orrore all’altro, spinte da una forza che nessuno può pensare di avere.

Oltre a loro, altri due volti. Quello di una ragazza di cui non conosciamo il nome ospite alla Caritas e con la quale non si può parlare e poi quello della speranza di Andrew Joy, 20 anni all’ottavo mese di gravidanza.

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