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Vai alla pagina su I delitti di Igor - Ezechiele

Anche mamma Rosy era nella banda Pajdek 

I giudici ferraresi: indagatela come basista. Quella notte la vittima Pierluigi Tartari era già condannato a morte

FERRARA. Mentre la vicenda di Igor resta drammaticamente aperta, un’altra - legata a doppio filo a quella del fuggiasco - si avvia alla chiusura del cerchio. Le motivazioni della condanna all’ergastolo di Patrick Ruszo e Constantin Fiti, due dei tre aguzzini (con Ivan Pajdek) del pensionato di Aguscello Pierluigi Tartari, disegnano il modo sempre più nitido i contorni di quella banda che seminò il terrore nel Ferrarese nell’estate del 2015 e di cui anche Norbert/Igor è stato uno degli elementi-chiave prima di staccarsi dal gruppo poco prima dell’omicidio di Aguscello. Nel quadro ora entra anche a pieno titolo Ruzena Sivakova, la madre di Patrick Ruszo, la badante che all’indomani dell’arresto del figlio si disperava, urlava il suo dolore di madre tradita e ripeteva che quel ragazzo le aveva «rovinato la vita».

Per i giudici al contrario Mamma Rosy è stata a tutti gli effetti una componente della banda: è stata lei a indicare ai complici la villetta dove si poteva fare «un buon bottino», era lei, impiegata come badante nella casa vicina a quella di Tartari, ad accogliere la banda in casa, a custodire la refurtiva. I sospetti sono diventati certezze per le numerose incongruenze, omissioni e bugie emerse nel corso della sua deposizione al processo Tartari, puntualmente smentite dalle intercettazioni. Rosy era tutt’altro che ignara di quanto era accaduto quel 9 settembre 2015. Anzi, era lei la basista. Non solo, con goffo cinismo si era preparata un alibi: una lunga e insensata telefonata al suo compagno (che si era pure assopito durante la conversazione) mentre la rapina era in corso; e dopo il delitto fece di tutto per trovare i soldi necessari a far scappare il figlio Patrick. Per questo, concludono i giudici, gli atti della sua deposizione devono essere trasmessi alla procura perché la donna sia indagata non solo per ricettazione e non tanto per falsa testimonianza, «quanto per il suo possibile concorso nell’ideazione della rapina».

Uno dei punti più importanti delle motivazioni riguarda la volontà dei tre banditi di uccidere Tartari. Fin dall’inizio, scrivono i giudici, il pensionato «doveva morire»: lo hanno ucciso perché avrebbe potuto riconoscerli, ma anche per avere tutto il tempo di utilizzare le sue carte di credito. Le motivazioni riservano un paio di passaggi anche a Igor, là dove ricorda che il Russo due mesi prima della rapina mortale (a cui non partecipò dopo la spaccatura con la banda Pajdek) compì insieme ai complici un furto proprio ai danni del fratello della vittima, Marco.
«Si tratta di una sentenza ottimamente motivata, che ricostruisce in modo chiaro gli avvenimenti e che è totalmente da condividere - commenta l’avvocato Eugenio Gallerani, legale di parte civile di Marco e Rita Tartari - Viene sottolineato come le dichiarazioni della Sivakova siano smentite dai fatti, e non solo dal memoriale-confessione di Pajdek».
Dove sia finita nel frattempo Mamma Rosy però non è dato sapere.
Alessandra Mura

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