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Perego nuovo vescovo di Ferrara rilancia: il meticciato è già realtà

«Do udienza a Salvini, ma indietro non si torna. Ong modello attuale dello spirito cooperativo»

CREMONA. «Il meticciato è una realtà ineludibile». Detto così, senza giri di parole. Ribadito con i numeri: mezzo milione di famiglie miste in Italia, un milione che fa ricorso a badanti immigrati, uno studente straniero ogni dieci e altrettanti lavoratori, con punte che a queste latitudini sono anche doppie e triple.

«Non sono opinioni, ma dati certi. Neppure l’immigrazione risolverà il problema demografico». Detta così, affrontando di petto una questione che divide – e nella Ferrara in cui arriverà da vescovo ha già acceso polemiche – la prima risposta di un dialogo che necessariamente parte dall’attualità, dà la misura dell’indole di Gian Carlo Perego. Uomo pacato, ma tenace e deciso. Sono le dieci del mattino, all’ordinazione mancano sei ore, lo incontriamo nel seminario di Cremona. Le parole sull’immigrazione come linfa vitale per l’Europa e la difesa delle Ong attive nel canale di Sicilia hanno avuto un’eco vasta.

Matteo Salvini ha chiesto un incontro per “spiegargli alcune cose”. Il vescovo vuole correggere il tiro? «Assolutamente no, indietro non si torna».

Le sono piovute addosso accuse pesanti. «Le offese non risolvono i problemi, accetto invece di buon grado l’invito al confronto, ma partendo dai fatti. Se Salvini, che qualche volta ho incrociato nei dibattiti televisivi, chiederà udienza, gliela darò volentieri. Ma non si può travisare la realtà per fini politici».

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A che realtà fa riferimento? «Siamo un Paese che sta invecchiando rapidamente, se ci chiudiamo moriamo. Penso a Ferrara che ha quattordici morti ogni sette nascite, o a Bondeno: quindici su quattro. E parlo di realtà attuali, non di prospettive. Come dice anche il cardinale Scola, se non siamo capaci di promuovere una cultura dell’incontro non abbiamo speranza».

Invecchiano anche i sacerdoti. Nella diocesi di Ferrara-Comacchio gli ultra settantenni sono 52 su 182. C’è un problema di ricambio. Ha già pensato come risolverlo, o almeno tamponarlo? «La parabola del clero italiano, come l’ha indicata una indagine conoscitiva della Cei, prevede che nei prossimi anni ci saranno diecimila sacerdoti in meno. E’ un problema reale che molte diocesi stanno affrontando, riorganizzandosi, con lo strumento delle unità pastorali, o comunità pastorali come le hanno chiamate a Milano, una forma di collaborazione fra parrocchie che in alcuni casi prevede il mantenimento delle autonomie giuridiche».

Un modello anche per Ferrara? «Lo prenderemo in considerazione, ragionando con gli organismi delle parrocchie. A Ferrara ha già avuto positivi contatti con il clero e da settembre andrò a trovare i parroci a casa loro, uno ad uno, incominciando da quelli delle realtà più colpite dal terremoto».L’avranno informata che, a cinque anni dal sisma, molte chiese sono ancora chiuse. «Sì, ho ricevuto la relazione di chi nella diocesi si occupa degli interventi. Ma ho anche visto segnali positivi, riaperture e ripartenze e debbo ringraziare i sacerdoti e le comunità religiose per gli sforzi che stanno compiendo in questa fase di vera emergenza. Ho avuto anche un incontro con monsignor Pompili, vescovo di Rieti, diocesi devastata dal sisma della scorsa estate, e ci siamo confrontati sulla questione».

Dopo i primi incontri ferraresi, si sarà chiesto: dove mi hanno mandato? «Durante gli esercizi spirituali per diventare vescovo ho letto con molto interesse il testo di monsignor Antonio Samaritani sulla spiritualità nella storia di Ferrara, un patrimonio fede, santità e cultura. Troverò una comunità attenta e strutturata, con una Caritas molto attiva, un seminario vivo e buone relazioni inter-religiose, a partire da quelle con la comunità ebraica che a Ferrara ha un nucleo importante e un museo che voglio presto visitare. Ritengo che lo scambio culturale e il dialogo con le altre fedi siano strumenti importanti per crescere».

La questione dei poveri e della necessaria vicinanza alle loro istanze è uno dei fondamenti della sua pastorale e della sua azione sacerdotale. Sarà ancora tra le priorità? «Certamente. La sfida è proprio quella di riflettere sulla testimonianza della carità. Ed essere vicino alle persone più bisognose, ripartire dagli ultimi».

La soglia di povertà a Ferrara ha superato il 10%. Verranno potenziati gli interventi per i più bisognosi?
«L’attenzione per i poveri è fondamentale. Io provengo dalla diocesi di don Primo Mazzolari che su questa prospettiva ha anticipato molto i tempi. Bisogna promuovere un’azione locale, quella che ci compete, ma con un pensiero e un respiro globale. Occorre guardare al mondo, anche con le Ong, come la ferrarese Ibo. Il modello è nuovo, ma lo spirito è quello della cooperazione, bianca e rossa».

Rimarrà ancora direttore della Fondazione Migrantes? «No, il 23 maggio la Cei eleggerà il mio successore, scegliendo da una terna di cui ancora non si conoscono i nomi».

Ha già incontrato monsignor Luigi Negri, il suo predecessore? «Sì, abbiamo avuto più di un colloquio e il fatto che rimanga in città lo considero un dono per la diocesi».

Nell’intervista di congedo, Negri confidava alla Nuova l’auspicio che il poster affisso sopra l’ingresso dell’arcivescovado, a testimonianza del martirio dei cristiani, non venisse rimosso dal suo successore. Rispetterà il desiderio? «Ciascuno ha i suoi simboli, tutti importanti. I cristiani sono perseguitati in 59 Paesi; è un popolo di 250 milioni di persone che corrono pericoli per la propria fede: ricordarlo è un atto doveroso. Ma non conosco quel poster… vedremo».

Al suo insediamento c’è anche il sindaco di Ferrara e presidente della provincia, Tiziano Tagliani. Vi siete già conosciuti? «Ho avuto un primo approccio molto cordiale con lui, l’ho sentito attento alle tematiche del territorio. Credo ci siano i presupposti per ben collaborare»

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