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L'arcivescovo Perego: io con deboli e migranti contro l'ideologia che indebolisce la sicurezza sociale

Intervista all'arcivescovo di Ferrara a due mesi dall'insediamento. La movida? I giovani sono il nostro futuro, nel bene e nel male

Monsignor Perego, a oltre due mesi dal suo arrivo a Ferrara, si è già fatto una prima idea sulla città e sulla diocesi?

«È una città, Ferrara, che trova nel suo patrimonio culturale una straordinaria risorsa per il futuro, a cui va aggiunta la grande tradizione di Comacchio e il suo patrimonio ambientale. La diocesi è ricca di storia, di esperienze e figure ecclesiali straordinarie, una diocesi che ha bisogno di avere il coraggio di continuare a camminare e di non sedersi di fronte alle delusioni, alle fatiche».

La cosa più bella e la cosa più brutta che ha sperimentato in queste prime settimane di episcopato?

«Tutti gli incontri con le persone, le associazioni, le parrocchie sono stati all’insegna della cordialità e di una grande simpatia. Mi ha commosso la richiesta di un parroco che, prima di entrare in ospedale, mi ha chiesto di presiedere nella sua chiesa con amici e parrocchiani la celebrazione del sacramento dell’Unzione dei malati: un segno bello che la Chiesa è una famiglia. Mi sono spiaciuti i commenti sul mio conto di alcune persone, spesso anonime, sulla stampa e sui social che hanno sentenziato giudizi, talora anche offese senza neanche conoscermi: segno di una grande povertà e immaturità culturale».

Il suo ministero è caratterizzato da una particolare attenzione agli ultimi e ai poveri. Quali le prime azioni che ha fatto e che farà in questa direzione?

«L’incontro con i detenuti di Ferrara, con gli anziani del Betlem, con i poveri alla mensa, con i richiedenti asilo in Caritas e nelle diverse comunità, con i malati all’Ospedale di Cona, con alcune donne richiedenti asilo in Caritas e in altre comunità sono state alcune occasioni in questi primi mesi per incontrare le persone più povere e fragili. Con il Consiglio degli Affari Economici diocesano e il Collegio dei Consultori si è voluto destinare un primo fondo per aiutare le famiglie su cui grava la disoccupazione o pesa la perdita del posto di lavoro e iniziative a tutela e promozione del lavoro. Stabiliremo i criteri di accesso al fondo, seguendo anche l’esperienza di altre 120 diocesi in Italia, tra le ultime la diocesi di Bologna. La partecipazione mia e di altri due ferraresi alla prossima 49° settimana sociale dei cattolici italiani, che si terrà a Cagliari a fine ottobre, sul tema “Il lavoro che vogliamo”, sarà l’occasione per avere ulteriori stimoli e ragioni per un lavoro sociale in diocesi di Ferrara-Comacchio, partendo dalla costituzione dell’Ufficio diocesano per la Pastorale Sociale, della Giustizia, della Pace e della salvaguardia del Creato».

Questione parrocchie. I preti ferraresi invecchiano e la coperta diventa sempre più corta. Come intende affrontare questo problema pastorale?

«È un trend comune a molte diocesi italiane. Si dovrà lavorare in due direzioni: da una parte un pastorale vocazionale e giovanile che proponga anche un percorso vocazionale al presbiterato; dall’altra un ripensamento della vita parrocchiale attraverso unità/comunità pastorali di più parrocchie con un solo parroco, con la collaborazione e la partecipazione attiva dei laici e dei diaconi».

Parliamo di migranti. Ha fatto “pace” con Salvini e i leghisti ferraresi che in passato hanno criticato la sua teoria dell’accoglienza?

«Non sono mai stato in guerra con nessuno. È evidente che su alcune posizioni, come sulla lettura e sulle risposte alla realtà dell’immigrazione del mondo della Lega, ci siano distanze e incomprensioni. Come Pastore di una Chiesa mi sento libero e indipendente, a diverso titolo dei politici, di intervenire a servizio e tutela delle persone in difficoltà, anche dei migranti, quando riscontro posizioni ideologiche che rischiano di indebolire anche la sicurezza sociale sia dei cittadini che dei migranti».

Movida giovanile sotto il duomo. Il suo predecessore monsignor Negri, arrivato da poco nel 2103, si scagliò contro quello che definì un postribolo a cielo aperto. Lei non ha detto ancora niente?

«I giovani ferraresi sono il nostro futuro, nel bene e nel male. Più che scagliarsi contro di loro, in particolare del mondo giovanile che anima le serate nei locali della piazza del Duomo, credo che occorra moltiplicare le occasioni di ascolto, educazione e di accompagnamento. Anch’io vedo e sento i giovani in piazza, le proteste al mattino di alcuni commercianti, i commenti sui giovani: ma questi sono i nostri giovani e dobbiamo partire da loro. Il prossimo Sinodo che Papa Francesco ha voluto dedicare ai giovani, alla fede e al discernimento sarà occasione per riflettere e incontrare il nostro mondo giovanile».

Ci può descrivere una sua giornata tipo. Cosa fa in pratica l’arcivescovo di Ferrara-Comacchio?

«Ogni giornata è diversa. Mi alzo alle 6,30 e dopo il breviario, la colazione e il telegiornale, leggo i giornali e poi dalle 9 inizio le udienze dal lunedì al venerdì, fino alle 13. Vado a pranzo, faccio seguire ancora la lettura del breviario, poi alle 16 riprendo le udienze o le visite fino alle 19. Seguono cena, lettura e tra le 23 e le 24 vado a letto. Celebro la S. Messa talora al mattino prima delle udienze e altre volte alla sera, molte volte nelle comunità, nelle parrocchie, poche volte finora in Duomo. Il sabato lo dedico in genere allo studio, salvo imprevisti. La domenica la trascorro nelle parrocchie».

A questo proposito chi lavora a fianco a lei la descrive come una persona instancabile, sempre in movimento, che ricorda il Mosconi (vescovo nel secolo scorso per oltre vent’anni a Ferrara anche lui cremonese) prima maniera. Dove trova tanta energia?

«Grazie a Dio ho una buona salute e questo mi permette un lavoro intenso. Sono stato abituato dalla mia famiglia e da mio padre operaio a dare importanza al lavoro. Credo poi che il ministero episcopale e presbiterale debba essere fortemente attento alla vita e ai problemi, alle gioie e alle speranze delle nostre comunità, con una presenza che non può essere latente».

Quando fu consacrato vescovo nel duomo di Cremona lei disse che portava a Ferrara due valige, una di ricordi e l’altra di sogni. Adesso ce lo può anche dire. Che cosa sogna per la nostra diocesi?

«Sogno una Chiesa di Ferrara-Comacchio aperta, attenta alla gente, fedele al Vangelo, capace di valorizzare la cultura, l’arte e l’ambiente della nostra terra, con la gioia e la speranza nel cuore che non le faccia guardare con paura e ansia il futuro» .



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