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Mamma discriminata, condanna per Basell

Una dipendente era stata demansionata dopo il congedo per maternità. Il giudice del lavoro: "La donna posta in condizione di svantaggio in un momento delicato"

FERRARA. Era rimasta a casa dal lavoro per un tormentato periodo di maternità, segnato prima da una gravidanza non portata a termine e poi dalla nascita di una bimba. Ma alla ripresa dell’attività professionale l’avvocato Barbara Speranza, legale di impresa di Basell, ha scoperto che nel frattempo il suo ruolo era stato demansionato e che anzi l’azienda aveva assunto un’altra avvocatessa - nell’ufficio che fino a quel momento aveva gestito in autonomia - come suo diretto superiore.

Accadeva nel settembre 2016 e la vicenda ha innescato un’azione giudiziaria contro Basell, accusata di discriminazione di genere, conclusa lunedì (11 settembre) con la condanna della società da parte del Giudice del Lavoro Alessandra De Curtis «a far cessare l’attività di supervisione gerarchica» nei confronti dell’avvocato Speranza da parte della nuova collega, nonché a risarcire la dipendente, a pagare le spese legali, a esporre il dispositivo del decreto sulle bacheche aziendali per 20 giorni e a pubblicarlo a sue spese sugli organi di stampa. Il giudice ha dunque riconosciuto che nei confronti dell’avvocatessa, assunta nel 2007 e arrivata al ruolo di Senior Counsel per l’Italia e la Spagna, c’è stata una discriminazione indiretta da parte di Basell. L’azione giudiziaria, condotta dagli avvocati Sara Passante e Alberto Piccinini con lo speciale procedimento antidiscriminatorio previsto dal Codice per le Pari Opportunità, ha visto il sostegno anche della Consigliera di Parità della Provincia di Ferrara.

Il Tribunale ha sottolineato che l’avvocatessa Speranza per anni era stata unico responsabile “di sito”, svolgendo in piena autonomia un ruolo strategico e riportando direttamente al responsabile del settore Europe, Asia, International. Per questo inserire un nuovo diretto superiore (figura sovraordinata non prevista negli altri Paesi) le ha sottratto «autonomia nei settori cui era preposta come responsabile». Poco plausibili, ha aggiunto il giudice, le motivazioni esposte dall’azienda riguardo a quella riorganizzazione aziendale, adottata peraltro «proprio nel momento cruciale del rientro dalla maternità» rilevando poi come non sia affatto emerso «in modo convincente quale fosse la necessità di inserire nella scala gerarchica una figura ulteriore».

La decisione della società ha «posto la dipendente in una situazione di particolare svantaggio in un momento particolarmente delicato, rappresentato dalla ripresa dell’attività lavorativa dopo un lungo periodo di assenza determinato da due gravidanze e dalla maternità», e per questo deve qualificarsi come discriminazione indiretta. Tanto più che le condotte discriminazione sono state «significative» e «di particolare entità», come ostacolare la ripresa dei contatti con i molti dei suoi clienti ed escluderla dalla mailing list aziendale. Se l’introduzione di una nuova figura di “Supervisore” è stata ritenuta discriminatoria da parte del giudice, non è stato però accolto il ricorso nella parte relativa alla discriminazione retributiva, così come è stata rigettata l’ipotesi che il demansionamento fosse stato frutto di una vendetta da parte di un altro dirigente, accusato in precedenza di atteggiamenti sessisti e già sanzionato dall’azienda.

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