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LA DOMENICA

Colpo di coda mortale, c'è poco da festeggiare

Il fondo domenicale del direttore della Nuova Ferrara sulla cattura di Igor in Spagna

FERRARA. C’è poco da gioire nell’epilogo drammatico della fuga di Igor, un colpo di coda che ha fatto tre morti ancora. Il sollievo per l’arresto è istintivo, in Aragona è finito un incubo. Ma i toni trionfalistici a cui abbiamo assistito stridono con la tragedia, deformano la realtà dei fatti. Né può essere consolatoria la circostanza che i nostri inquirenti avessero la Spagna tra le ipotesi estere (in un ventaglio ampio che negli ultimi tempi si era aperto più sull’Austria): non ha evitato la strage, né avvicinato di un solo passo la cattura.


Non stavano cercando il fuggitivo serbo, i due agenti della Guardia Civil e l’allevatore che faceva loro da guida, indagavano su un moltiplicarsi di furti e aggressioni attribuite ai soliti, scontati, romeni. Nessuna allerta Igor, zero consapevolezza del rischio di potersi imbattere in un bandito senza scrupoli, addestrato a sparare per primo. Cercavano qualche balordo, hanno trovato la morte.


La cattura di Igor è scaturita da un caso. Il lavoro imponente dei nostri inquirenti c’entra niente - è onesto dirlo. Il che non significa che sia stato inutile: avrebbe potuto portare all’individuazione del fuggiasco, prima o poi, e può ancora servire ad attribuire nomi, cognomi e responsabilità a chi ha favorito fuga e latitanza, come tutti ci aspettiamo. Ma non ha avuto peso nelle vicende terminate nella caccia all’uomo spagnola dopo la sparatoria, con l’ultimo disperato tentativo di fuga di Igor braccato, l’incidente e la resa, tra le sei del pomeriggio di giovedì e le due di notte.


Ci sarebbe poco da festeggiare, pure non ci fossero tre morti. Ma c’è molto da ragionare.
L’abbiamo scritto sin da subito, già durante i primi giorni della caccia grossa tra Ferrara e Bologna: prima ancora che per le Valli, e poi oltre confine, Igor era sfuggito attraverso le maglie sdrucite della burocrazia italiana. Igor a cui è stato abbonato un totale di ventuno mesi di carcere, che ha potuto utilizzare le scarcerazioni anticipate per tornare più presto alla sua vita violenta - fatti che la Nuova aveva svelato già in aprile e su cui in queste ore ha puntato il dito il comandante generale dell’Arma. Igor a cui è stato concesso di rimanere in Italia nonostante un decreto di espulsione e una condanna del tribunale che ne disponeva il rimpatrio. Igor su cui pendeva un mandato di cattura europeo per stupro in Serbia, che l’Italia non vide per l’abusata questione dell’alias. Igor che è stato nelle condizioni di giocare con le anagrafi della giustizia. Igor che dopo l’agguato mortale del Mezzano fu intercettato da tre carabinieri, ma gli fu permesso di allontanarsi e sparire.
Igor è passato per le falle del sistema. Vanno sanate. Lo si deve alle cinque vittime, forse sei.
 

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