Quotidiani locali

LA DOMENICA

Spot classisti, scivolone ministeriale

Il fondo domenicale del direttore della Nuova Ferrara sulla scuola

FERRARA. Le scuole che strizzano un occhio alle famiglie dei potenziali studenti presentandosi con il biglietto da visita di istituto scelto dalla vipperia locale, incolonnando dati che raccontano di un basso tasso di ragazzi immigrati, disabili il minimo indispensabile e neppure troppi figli di disoccupati, tradiscono il mandato educativo, sono un insulto alla pubblica istruzione. Il ministro Valeria Fedeli dice bene. Ma non la racconta tutta. Il richiamo contro le pubblicità classiste dei licei, di per sé sacrosanto, nasconde un particolare determinante per inquadrare la vicenda: le pietre dello scandalo altro non sono che risposte puntuali a specifiche domande del ministero.


Facciamo un passo indietro. Dalle materne alle secondarie di secondo grado, ogni istituto statale o paritario è chiamato a presentarsi attraverso il portale “Scuola in chiaro”, strutturato per mostrare tutte le offerte nel raggio di trenta chilometri, e metterle a confronto. Partendo da due pilastri: l’ormai consolidato Piano dell’offerta formativa - la mappa per orientarsi tra percorsi di studio, regolamenti e progetti di istituto – e la novità del Rapporto di autovalutazione, una sorta di radiografia dell’anno precedente incasellata in decine di quadri di insieme, e per ciascun argomento una sintesi dei punti di forza e delle zavorre.


Capitolo uno, paragrafo uno, lettera A: status socio economico e culturale delle famiglie degli studenti. Lettera B/1: quota di studenti con famiglie svantaggiate. Lettera B/4: quota di studenti con cittadinanza non italiana. Eccole le voci sotto cui i presidi hanno dovuto annotare i numeri, quelle più scivolose piazzate proprio in apertura di un modulo che, riempito con scrupolo, può sviluppare anche duecento (inaffrontabili) pagine. Numeri, e parole per spiegarli.

Lo schema ministeriale prevede una doppia valutazione a chiudere ciascun paragrafo: un brano per sintetizzare ciò che di buono emerge dalle tabelle e uno, a specchio, per elencare gli aspetti negativi della situazione. Da comporre seguendo il filo di domande guida come “Ci sono gruppi di studenti che presentano caratteristiche particolari dal punto di vista della provenienza socio economica e culturale (es. studenti nomadi, studenti provenienti da zone particolarmente svantaggiate)?” e come le altre che indugiano sulla concentrazione di studenti disabili o affetti da disturbi evolutivi e sulle possibilità economiche di mamme e papà.


Cercateli attraverso il portale, leggeteli i Rapporti di autovalutazione delle scuole superiori ferraresi e dei licei-bene che hanno dato scandalo. Troverete presidi zelanti al punto da indicare la capacità di spesa e il background culturale delle famiglie di ciascuna singola sezione e colleghi sornioni che se la cavano confessando di non conoscere ciò che forse non è troppo chiaro neppure al Fisco; vedrete compilatori che hanno saltato parecchi quadri ed altri che hanno preso la palla al balzo per lanciarsi in spot centrati sulla bassa concentrazione di stranieri che favorisce l’apprendimento o sulla presenza di rampolli che danno prestigio alla scuola e calamitano finanziamenti privati. Annotazioni classiste. Che a leggerle sui giornali provocano una (sacrosanta, ribadisco) ondata di sdegno, ma che restituite al loro contesto appaiono come un esito diretto dello schema valutativo imposto da viale Trastevere. Con quelle domande lì, che risposte ci saremmo dovuti aspettare?
Qualche preside ha esagerato, patologicamente, ma occorre riconoscere che è stato messo nelle condizioni di farlo, allettato e stimolato.


Ci sono errori individuali e c’è un problema di fondo, in questa storia. Che buona scuola è (con o senza hashtag) quella che si auto valuta e va a caccia di studenti partendo dalla composizione socioeconomica delle sezioni e nulla dice delle capacità del corpo docente? Che scuola è quello che indica alla virgola il tasso di immigrazione e disoccupazione e poco e pochissimo racconta dei professori, di cui restano sconosciuti - per esempio - percorso di studi e punteggio di laurea, anche solo la percentuale di assenze che tanto bene ci starebbe nelle tabelle verdino ministeriale? Che sistema è quello che invitare le famiglie a scegliere per comparazione, quando dell’indice fondamentale, la qualità dell’insegnamento, concede giusto una sbirciata in filigrana dalle pagelle dei ragazzi dell’anno prima? Amara considerazione: sono questa scuola e questo sistema. Con buona pace di presidi, professori, tecnici e bidelli.
Buona domenica.
Luca Traini

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