Su questo sito utilizziamo cookie tecnici e, previo tuo consenso, cookie di profilazione, nostri e di terze parti, per proporti pubblicità in linea con le tue preferenze. Se vuoi saperne di più o prestare il consenso solo ad alcuni utilizzi clicca qui
Esci

Un ingorgo sul voto provinciale

Castello Estense, sede della Provincia di Ferrara

Il fondo del direttore

Fabrizio Toselli, Marco Fabbri, Fabio Bergamini, Alice Zanardi, Nicola Minarelli, Roberto Lodi o Barbara Paron. I relitti della riforma istituzionale naufragata nel referendum del 4 dicembre riducono ad una manciata di nomi la rosa dei sindaci tra cui poter scegliere il prossimo presidente della Provincia - elenco ristretto per le scadenze elettorali del 2019, ulteriormente sfoltito alla luce dei progetti di fusione avviati. Un ingorgo amministrativo, rispetto al quale anche il decreto Mille ...

Paywall per contenuti con meter e NON loggati

Paywall per contenuti senza meter

Fabrizio Toselli, Marco Fabbri, Fabio Bergamini, Alice Zanardi, Nicola Minarelli, Roberto Lodi o Barbara Paron. I relitti della riforma istituzionale naufragata nel referendum del 4 dicembre riducono ad una manciata di nomi la rosa dei sindaci tra cui poter scegliere il prossimo presidente della Provincia - elenco ristretto per le scadenze elettorali del 2019, ulteriormente sfoltito alla luce dei progetti di fusione avviati. Un ingorgo amministrativo, rispetto al quale anche il decreto Milleproroghe varato martedì non ha effetti concreti: prolunga di un mese il mandato di Tiziano Tagliani, ma non riesce a riallineare le scadenze di presidenza e consiglio, tanto meno a far coincidere i rinnovi di tutte le Province italiane. Alla faccia dello sbandierato election day.

Stando alla decisione del governo, a Ferrara l’elezione del presidente (elezione di secondo livello, elettorato attivo e passivo riservato agli amministratori comunali) dovrebbe tenersi il 31 ottobre. Se pure fosse rinviata a dicembre come continua a chiedere l’Unione delle Province, da queste parti cambierebbe nulla. Sia l’una sia l’altra data trovano fuori gioco i due terzi dei sindaci del territorio, quelli dei Comuni che vanno al voto nel 2019, per effetto della legge Del Rio che riserva la guida della Provincia a chi ha ancora davanti a sé almeno diciotto mesi di mandato da primo cittadino.

Fuori il capoluogo, fuori Argenta, fuori Copparo e altre tredici realtà. Tredici, comprese Goro, Fiscaglia, Tresigallo e Formignana che non sono in scadenza naturale di consiliatura ma hanno intrapreso la strada delle fusioni che, se mai proseguisse dopo i refendum consultivi, passerebbe necessariamente da un commissariamento. L’impasse non riguarda solo la presidenza. L’ampio turno amministrativo di primavera mette a rischio anche la tenuta del consiglio che sarà rinnovato in gennaio e la composizione della squadra delegata a governare in Castello. Non perché ci siano limiti alle candidature, al contrario: perché ci saranno candidati da tutto il territorio. Con il mandato che si interrompe allo scadere di quello comunale, quanti tra i neoeletti dovranno lasciare il posto in Provincia a distanza di pochi mesi? Basteranno le surroghe o bisognerà tornare al voto?
Il quadro potrebbe mutare. Cambierebbe se i relitti della riforma incompiuta venissero finalmente spazzati via e la materia riordinata. In un senso o nell’altro. Ma il Movimento Cinque Stelle aveva la definitiva abolizione delle Province nel programma elettorale, mentre la Lega sostiene da tempo la necessità di recuperarle, con elezione diretta. E il patto di governo nulla dice.
Buona domenica. —
Luca Traini