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Diritto all'oblio, i saggi nominati da Google bocciano la sentenza Ue

In 41 pagine il comitato di esperti interpellato dall'azienda di Mountain view cerca di trovare un compromesso tra le prescrizioni dell'Europa in materia di privacy e il diritto all'informazione e a conservare la memoria dei dati. Ma la conclusione è che il problema sia stato affrontato in modo sbagliato e parziale

Quando, a maggio scorso, la Corte di Giustizia Ue ha stabilito che ogni cittadino europeo ha il diritto a ottenere la deindicizzazione dai motori di ricerca di notizie "irrilevanti o non più rilevanti" al suo riguardo, Google – oltre ad adeguarvisi – ha reagito creando un comitato di esperti per sviscerare il complesso rapporto tra memoria e dimenticanza in rete. Dal punto di vista filosofico, giuridico, ma anche pratico: come si fa, senza intaccare il diritto di cronaca e la libertà di espressione?

Oggi il comitato, dopo mesi di discussioni, contributi in rete e un tour in sette capitali europee, ha prodotto le sue linee guida. Ma la lettura delle 41 pagine che ne risultano non riesce a togliere il dubbio che sia il principio di fondo a essere sbagliato, e il "compromesso" raggiunto – il cosiddetto "diritto all'oblio" va tutelato da Google solo per quanto riguarda le sue varianti nazionali, in Europa, e non in tutto il globo – viziato all'origine.

"Sono del tutto contrario a una situazione legale in cui un'azienda commerciale è costretta a diventare il giudice dei nostri più fondamentali diritti", scrive in appendice il co-fondatore di Wikipedia e membro dissenziente del comitato, Jimmy Wales, prima di aggiungere che finché il Parlamento Europeo non correggerà la sentenza stabilendo un appropriato controllo giudiziario e salvaguardie per la libera espressione "le raccomandazioni a Google contenute nel rapporto saranno profondamente errate". "La protezione dei diritti umani è compito dello Stato", gli fa eco un altro componente in dissenso, l'ex alto rappresentante Onu in materia, Frank La Rue.

A questo modo la soluzione del comitato appare insufficiente in tutti i sensi: da un lato, scontenta chi vorrebbe ridurre o cancellare il principio stabilito dalla Corte UE; dall'altro, chi vorrebbe vederlo applicato davvero. Come le autorità europee per la privacy riunite nell'Article 29 Data Protection Working Party, che lo scorso novembre aveva stabilito proprio che "limitare la deindicizzazione dai domini Ue sulla base del fatto", ricordato non a caso nel rapporto, "che gli utenti accedono ai motori di ricerca attraverso le loro versioni nazionali non può essere considerato un mezzo sufficiente a garantire in modo soddisfacente i diritti dei soggetti titolari dei dati secondo la sentenza". Una posizione ben riassunta da un terzo critico, l'ex ministro della giustizia tedesco Sabine Leutheusser-Schnarrenberger: "Internet è globale, quindi la protezione dei diritti degli utenti deve essere globale".

Il problema è che quella protezione appare desiderabile sulla carta ma molto meno nella sua applicazione pratica, che specie regimi non democratici potrebbero usare per giustificare interventi censori. Da questo punto di vista sono certo benvenute le distinzioni proposte dagli esperti arruolati da Google sulle categorie di dati reperibili sui motori di ricerca, e su come ciascuna si ponga rispetto al delicato rapporto tra interesse pubblico e identità personale; ma il catalogo è costretto a presupporre che la nozione di "diritto all'oblio" avanzata dalla Corte Ue sia la base del dibattito – lo dice all'Espresso lo stesso docente di Oxford, Luciano Floridi, in parte rammaricandosene – quando invece è proprio della bontà di quella nozione che dovremmo discutere.

Il rapporto ci prova, nonostante tutto, segnalando una serie di interventi che sarebbero possibili con un diverso quadro normativo: per esempio, un approccio sequenziale in cui la revisione di una richiesta è messa in atto prima da chi pubblica, poi dal motore di ricerca, poi ancora delle autorità garanti e infine da un giudice; o quantomeno che consenta di distinguere categorie di contenuti da deindicizzare subito e che invece richiedono uno scrutinio giudiziario. Ma, allo stato attuale, non resta che accettare la premessa stabilita dalla Corte Ue. I limiti della riflessione del Comitato hanno senonaltro il merito di ricordarci che forse non è così solida come sembra.

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