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Scissione Pd, è solo un affare di dirigenti

Il commento

C’è chi scomoda Livorno, Gramsci e Bordiga, con la nascita del Partito comunista nel 1921. E chi Saragat, 26 anni dopo, con lo sforzo inutile di Pertini per evitare che una costola dei socialisti desse vita a un nuovo partito. Ma solo il tempo dirà se la probabile scissione nel Pd sarà da archiviare nei libri di storia o tra i faldoni di cronaca, come le innumerevoli altre che - soprattutto dalla Bolognina in poi - hanno segnato la sinistra italiana.

O forse l’intero panorama politico, se si guarda agli ultimi anni: la destra che perde per strada Fini e Alfano, i radicali che si spaccano in due dopo la morte di Pannella, gli stessi Cinquestelle che hanno visto in parlamento la formazione di nuovi gruppi ispirati al grillismo ma non più dipendenti da Grillo.

Eppure, nonostante la frequenza, le scissioni capaci di fare la storia sono davvero poche. Accade, di solito, quando il riposizionamento delle classi dirigenti resta sullo sfondo, secondario rispetto all’impatto sul sentimento popolare. Quando se ne andarono Cossutta e Bertinotti, per esempio, nessuno pensava a funzionari di partito sconfitti da Occhetto in cerca di rivincita, perché c’era di mezzo l’eredità storica del comunismo, nei mesi in cui l’Unione Sovietica si andava sgretolando: andarsene dal Pds o restare non era solo una scelta di politica interna, ma un bilancio di una vita e di un sistema di valori.

Il secondo tempo di quella partita si tenne pochi anni dopo, sul fronte democristiano: si archiviava l’era del proporzionale e Casini strappò con Martinazzoli, gettando l’occhio verso destra. Fu forse quella l’ultima scissione storica della politica italiana, perché pose la maggioranza silenziosa degli elettori di fronte a una scelta di campo. C’erano certamente di mezzo immobili, simboli, patrimoni, carriere; ma tutto veniva in secondo piano, agli occhi dell’opinione pubblica, rispetto al significato politico del momento.

Tutto ciò che è accaduto dopo, dal comunista Vendola che abbandona Ferrero al leghista Tosi che lascia Salvini, non ha mai superato i confini del Risiko politico: così come appunto le diverse scissioni in Forza Italia, o quelle tra i vecchi eredi del Movimento sociale che ciclicamente si lasciano per poi cercare di ricomporsi sotto nuove sigle. Ufficialmente c’è sempre una motivazione ideale, ma è nascosta così bene tra le pieghe dei riposizionamenti politici che è davvero difficile vederla: più che i partiti si scindono le alleanze tra dirigenti, più che le idee si sfidano le correnti.

Che la fase attuale del Pd appartenga alla categoria della storia o a quella della cronaca, si diceva, è ancora da capire, ma a un primo sguardo la possibile scomposizione e ricomposizione del Centrosinistra sembrerebbe guidata più da legittime scelte pragmatiche che da alte motivazioni ideali. Per un pezzo di partito pronto a uscire pur di non stare più con Renzi, c’è una parte di sinistra (quella di Pisapia) pronta ad allearsi con lui; in mezzo ci sono centinaia di eletti - dal parlamento ai consigli comunali - che, a cascata, si supereranno a destra o a sinistra, completando quel rimescolamento generale già avviato nei mesi scorsi, quando renziani e Giovani turchi presero a tenaglia i bersaniani, con l’apporto di alcuni reduci di Vendola entrati nel Pd.

Scomodare la storia, insomma, in questo caso potrebbe essere eccessivo. Ma uno spunto di riflessione resta, e riguarda la difficoltà dei grandi partiti di massa a rimanere uniti senza un buon motivo: laddove c’è il maggioritario, questo motivo si chiama spesso legge elettorale; nel Paese del Consultellum al Senato e dell’Italicum senza ballottaggio alla Camera, invece, la convivenza difficile perde naturalmente di interesse. E con una nuova legge elettorale alle porte, certo di impronta più proporzionale della precedente, mettersi in proprio può diventare un affare.

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