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Del Grande prigioniero in Turchia, vittima di un atto ositle del sultano senza regole

Un atto ostile. Verso l’Italia e l’Occidente. La Turchia di Erdogan rinuncia anche alle buone maniere in uso nella diplomazia internazionale, quella sottile linea di piccoli compromessi necessari per risolvere situazioni di crisi. Stavolta no. Le autorità di polizia - ed è impossibile che il “sultano” di Ankara non abbia dato il suo assenso - hanno impedito al console italiano e a un avvocato di fiducia di incontrare Gabriele Del Grande, bloccato in quel paese dal 9 aprile scorso. Un atto ostile, perché a carico del nostro connazionale non pende nessuna accusa precisa, se non quella di aver ficcato il naso in quella terra oscura che è il confine tra la Turchia e la Siria. Un luogo di scambio di armi, di contrabbando di petrolio, di traffici di merce umana.

Alexandra, la compagna di Del Grande: ''La sua prima telefonata arrabbiato in isolamento'' "Gabriele è arrabbiato, non sa niente di quello che succede fuori dalla sua cella di isolamento. Non gli fanno incontrare un avvocato, non gli dicono di cosa è accusato". Alexandra D'Onofrio, 35 anni, antropologa e regista compagna del reporter toscano Gabriele Del Grande fermato dalle autorità turche il 10 aprile scorso, racconta la prima telefonata ricevuta dal giornalista e blogger toscano martedì 18 aprile. Alexandra e gli amici di Gabriele raccolgono informazioni e solidarietà sulla pagina Facebook di "Io sto con la sposa", titolo del primo documentario di Gabriele, dove ci sono anche le date di mobilitazione per la liberazione di Gabriele. Da martedì il giornalista è in sciopero della fame e Alexandra lo farà con lui, a staffetta con tutti i suoi sostenitoriintervista di Giulia Santerini


Del Grande, 34 anni, toscano di Lucca, era andato nella provincia turca di Hatay per raccogliere sul campo materiale utile per il suo prossimo libro. È uno scrittore e regista con la passione di documentare la realtà di un mondo globalizzato in cui ciò che accade in Medio Oriente si ripropone sotto i nostri occhi smarriti, nelle nostre città, sull’uscio di casa. Costa fatica e coraggio questo tipo di narrazione, anche a costo di urtare la suscettibilità di apparati statali a scarso contenuto di democrazia.


Una nuova generazione di autori ha infatti scelto di abbandonare le comodità domestiche e, per ispirarsi, rischia in prima persona calandosi nelle realtà più dure: la chiamano letteratura della verità. Come quella di Zerocalcare, autore di una graphic novel di successo dedicata a Kobane, città simbolo della resistenza curda di fronte al dilagare dell’orrore e del fanatismo del sedicente Stato islamico. Del Grande ha realizzato un docufilm, “Io sto con la sposa”, presentato nel 2014 a Venezia: è la storia di un gruppo di profughi siriani e di volontari italiani che riescono con ironia a beffare le polizie europee.


Ora è lui in mano alla polizia turca, detenuto in modo arbitrario in un centro di accoglienza. La Turchia ha imboccato la via del regime autocratico. Il fallito golpe della scorsa estate ha dato il pretesto a Erdogan per imprigionare centinaia di magistrati, ufficiali delle forze armate, docenti universitari, giornalisti. Il referendum istituzionale di domenica scorsa ha sancito l’incarnazione del potere in un sol uomo, in un mix di nazionalismo e di islamismo anti-occidentale. Un paradosso per un Paese considerato un tempo, in forza del suo vasto e ben armato esercito, un caposaldo della Nato, dell’Alleanza atlantica. Una nazione amica però non trattiene illegalmente un cittadino europeo, non impedisce il colloquio con la rappresentanza diplomatica italiana.
Il sospetto è che Erdogan voglia utilizzare questa vicenda in chiave interna, per aumentare il suo prestigio, azzoppato dalla vittoria risicata di quello che doveva essere un plebiscito personale e invece ha rivelato una Turchia spaccata a metà. La prolungata detenzione di Del Grande dunque assume il valore di un messaggio al suo popolo: il “sultano” vuol dimostrare che sa farsi rispettare da tutti fuori dai confini nazionali, innanzitutto in Europa. Alla Germania, nel corso della campagna elettorale, aveva riservato l’accusa di essere ancora nazista. Una provocazione dal retrogusto tragico.


Nel caso Del Grande non c’è business o realpolitik che tenga: il nostro connazionale va liberato immediatamente. La Farnesina deve mettere in campo tutte le opzioni diplomatiche per riportarlo a casa al più presto. Come ha scritto ieri “il Tirreno”, il quotidiano della sua Toscana, la cui prima pagina era tutta dedicata a lui, non si può non essere contro la violazione dei diritti umani e contro la sopraffazione poliziesca. Ci si schiera invece per la libertà di pensiero e di espressione. Senza se e senza ma. È la nostra cultura, la nostra civiltà: #freeGabriele.

@VicinanzaL
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