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CLIMA

Per Trump non sarà facile svincolarsi dagli accordi di Parigi

Lo schema di gioco del populista Trump è lanciare la parola d'ordine e indicare il bersaglio, in modo chiaro e semplice come nel suo stile, a volte un pò rozzo e quindi, lasciare ai tecnici il compito di districare la matassa. Salvo poi, come nel caso del decreto blocca-immigrati, presentare un decreto che le Corti Federali hanno ritenuto illegittimo. Facendo inciampare il presidente e provocando la defenestrazione dei collaboratori del suo entourage.

Scott Pruitt è uno degli uomini più ascoltati e influenti alla Casa Bianca, fedelissimo del Tycoon e vero deus ex machina delle politiche ambientali ed energetiche: è il "braccio armato" del negazionismo climatico trumpiano. Un falco messo alla guida dell'Agenzia ambientale federale EPA per smantellarne l'indirizzo obamiano, piegarla alla svolta del ritorno al carbone e trasformarla in una potente macchina di propaganda.

Pruitt, sotto l'egida di Trump, ha istituito un gruppo di lavoro per valutare modalità e criteri dell'uscita da Cop21, proseguendo nella campagna contro gli accordi internazionali sul clima. Compito non facile, per i complessi aspetti giuridici, diplomatici e politico-istituzionali da affrontare. Uscire da Cop21 non è proprio così lineare come Trump racconta, e soprattutto formalmente non è una banalità. L'Accordo di Parigi è un trattato internazionale in vigore dal 4 novembre 2016, l'art. 28 del trattato prevede, per consentire l'avvio dei suoi meccanismi, che per tre anni dalla sua entrata in vigore nessun Paese possa notificare la decisione di rigettarlo e che, presentata tale comunicazione, debba passare almeno un altro anno perché possa entrare in vigore. In conclusione almeno fino al 4 novembre 2020 nessuno degli Stati firmatari può legalmente uscire. Poichè le prossime elezioni presidenziali americane sono fissate il 3 novembre 2020 Trump dovrebbe essere prima rieletto per poi cestinare i trattati. Oppure, potrebbe decidere che quello di Parigi è in realtà un negoziato che richiede l'approvazione del Senato. Passando la palla al Congresso che con una votazione gli garantirebbe di svincolarsi. Ipotesi strategica avallata da una recente lettera di 22 senatori repubblicani che hanno esortato il presidente a ritirarsi dall'accordo.

The Donald avrebbe infine la possibilità di oscurare il principio che sostiene l'Accordo di Parigi, la convenzione quadro delle Nazioni Unite sui cambiamenti climatici. Questa sarebbe l'alternativa più estrema, perché porterebbe gli Stati Uniti fuori da tutta la diplomazia globale sul clima. Insomma tre soluzioni non facili, che il miliardario newyorchese dovrà valutare attentamente considerato anche il totale isolamento internazionale all'indomani della sua dichiarazione di fuoriuscita da COP21. La fugace presenza degli Usa (la cui delegazione era capeggiata dallo stesso Pruitt) al recente G7 Ambiente ha confermato quanto Trump aveva espresso ai leader a Taormina: "l'ambiente e il clima non sono una priorità". Per poi passare dalla linea dura a quella più morbida, tenendo ancora un piede dentro gli indirizzi ambientalisti della Road Map di Bologna, attraverso mediazioni che hanno portato Washington ad assecondare alcune richieste dei G6, ad esempio: nel settore della riforma fiscale ambientale per la green economy con la “rimozione degli strumenti che non sono coerenti con gli obiettivi di sostenibilità” o nella lotta all'inquinamento dei mari implementando forme di coordinamento transnazionale. In ogni caso è meglio attendere le prossime mosse dell'amministrazione americana. Solo dagli atti ufficiali capiremo se Trump intende spingersi fino in fondo.

Intanto, il nuovo asse Cina-Europa potrebbe andare oltre le frontiere del clima. Ma soprattutto sul fronte interno statunitense le crepe si fanno sempre più visibili e pesanti. Non è vero che abbandonare COP21 conviene all'industria made in Usa, come d'altronde è certo che l'economia americana pagherebbe per un salto nel passato in campo energetico un costo altissimo e, le due cose potrebbero sovrapporsi. Difficoltà che spingerebbero Mr Trump a riposizionarsi nuovamente, magari dando la colpa ai burocrati e alla congiura di Obama.

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