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Economia. La visione in controluce di un paese che cerca aiuti

L’analisi

«In un attimo c’è il tempo / per decisioni e revisioni / che un attimo invertirà». Finisce con una citazione di Thomas Eliot il rapporto congiunturale d’autunno presentato ieri dalla Confindustria. Leggere versi dopo una scarica di slide non è proprio frequente, e ancor più raro è il connubio tra la poesia e la “scienza triste”, come si dice dell’economia. Ma i rappresentanti degli imprenditori italiani devono aver deciso di finire in lirica per rafforzare il messaggio: sbrigatevi.

Quella frase contiene i due poli del rapporto presentato ieri: positivo nelle stime sulla crescita, negativo in quelle sul lavoro dei giovani. E dà il senso di un’urgenza, la necessità di cogliere l’attimo; con il che si salta subito nella prosa della prossima manovra economica, alla quale l’associazione padronale chiede molti più soldi in forma di sgravi alle imprese che assumono.

Buone notizie. Ormai è noto, tutti gli istituti e gli enti stanno correggendo al rialzo le loro previsioni, e così fa anche la Confindustria che prevede per quest’anno un aumento del Pil dell’1,5%. Fino a pochi mesi fa lo scenario della crescita economica era molto più asfittico, e quello dell’ufficio studi di Confindustria era stato addirittura catastrofico nel caso (poi realizzatosi) di vittoria dei No al referendum. Invece, complice una crescita globale più pimpante, l’economia italiana ha avuto un piccolo salto in avanti. Di questo passo, prevede viale dell’Astronomia, recupereremo a fine 2018 tutta la produzione persa con la seconda parte della recessione (2011-2014). Resteremo ancora lontani dal livello del 2008, cioè dell’anno nel quale la grande crisi è cominciata: alla fine dell’anno prossimo il Pil sarà ancora sotto del 4,7% se si prende quella pietra di paragone. Ma l’occupazione sarà risalita, con 160.000 occupati in più rispetto a dieci anni prima (più 0,7%).

Cattive notizie. Nonostante l’Italia stia beneficiando dei venti della ripresa mondiale, rimangono molte criticità, alcune delle quali gravi. La prima è nel livello del debito pubblico, inchiodato a 132,6% del Pil quest’anno, che scenderà in modo quasi impercettibile l’anno prossimo. Il fatto che non si riesca ad aggredire questo moloch neanche dopo anni di avanzo primario e nonostante il pur moderato rialzo del Pil è fonte di preoccupazioni, considerando il fatto che potrebbe finire entro breve l’era dei tassi di interesse bassi o negativi. Ma soprattutto, le cattive notizie sono sul fronte lavoro. E qui c’è un apparente paradosso: come mai, se abbiamo 160mila occupati in più rispetto all’anno in cui siamo precipitati nella voragine della crisi, gli imprenditori italiani lanciano l’allarme lavoro?

Il fatto è che quella ripresa riguarda il numero degli occupati, ma è dovuta in gran parte alla quota dei più anziani, in virtù delle riforme pensionistiche che hanno allungato l’età pensionabile; e comprende un aumento del part-time. Tant’è che, se si vanno a guardare le unità di lavoro dipendente equivalenti a tempo pieno, si registra ancora, nell’arco 2008-2018, una riduzione del 3,1%. E per i giovani il quadro è fosco: la stima che la Confindustria fa della nostra emigrazione giovanile (51.000 fuggiti nel 2015) registra una perdita per l’economia di 14 miliardi di euro. Il puzzle dei numeri, letto da vicino, aiuta a spiegare i paradossi.

La crescita non basta, ormai è evidente: non (solo) perché è ancora timida, ma anche e soprattutto perché è composta da lavori a bassa produttività, poco pagati, spesso a part-time. E nonostante il combinato disposto di jobs act e decontribuzione, è quasi tutta in contratti a termine (8 su 10, nell’ultima variazione registrata dall’Istat). Tant’è che mentre l’occupazione cresceva gli italiani continuavano a impoverirsi.

Problemi che la Confindustria non nega, ma che chiede di affrontare con gli stessi strumenti usati finora: uno su tutti, la decontribuzione. Che agisce sul costo del lavoro, abbassandolo, ma che a oggi non ha ancora portato un sensibile aumento del lavoro “buono”, quello che porta più produttività alle imprese e più reddito ai lavoratori.

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