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IL COMMENTO

Ecco il Sistema calcio: tra favori e clientele l’Italia perde un miliardo

Sponsor, scommesse, televisori invenduti e molto altro ancora provocano il tracollo. Ma il problema più grave è la totale mancanza di credibilità

Quel che non si vede è molto peggio di ciò che emerge. La crisi del nostro sport principe, fuori dal Mondiale dopo 60 anni, è ben rappresentata dalle lacrime di Gigi Buffon, ma la sconfitta con i braccianti svedesi del pallone apre uno scenario devastante. È come per un iceberg che ti viene addosso: da lontano sembra piccolo, quando è a un passo ti rendi conto che è enorme e che la parte emergente è solo un terzo del resto. E a quel punto non puoi fuggire neanche tuffandoti, perché c’è un muro sommerso come i guai che il nostro calcio ha compreso solo in parte. E che, soprattutto, ha pesanti ripercussioni sul Sistema Italia nella sua interezza con un miliardo di euro che prenderà il volo se consideriamo anche l’indotto. Non ci sono solo mancati premi del Mondiale, sponsor in fuga, scommesse che alimentano anche il fisco o televisori che resteranno nei magazzini.

ASSERRAGLIATO. L’immagine del presidente Carlo Tavecchio asserragliato nel fortino a difesa della poltrona, è deprimente ma non è che l’ultimo tentativo di salvaguardia di un ruolo da pasticcione utile a un sistema di potere. Dove tutti quelli che sono amici degli amici possono fare ciò che vogliono, perfino taroccare il sistema informatico della Federcalcio inventandosi una partita parallela che comincia un minuto dopo quella vera per vendere biglietti agli abbonati di una curva chiusa per razzismo. Lo ha fatto la Lazio ma non è stata la prima e tutti se ne sono accorti quando è scoppiato lo scandalo degli adesivi di Anna Frank e la maglia della Roma. Da tempo è un mondo di regole fatte con la gomma da masticare. Sempre la Lazio ha beneficiato della rateizzazione in 23 anni (dal 2005) del debito da 150 milioni con il fisco. Un favore inimmaginabile per qualsiasi altra azienda, il simbolo dello strapotere di un mondo abituato a vivere al di sopra delle possibilità e al limite dei sospetti.

I RAPPORTI CON GLI ULTRÀ. Per non parlare dei rapporti perversi con le frange peggiori del tifo, costate fiori di guai ai dirigenti. E che dire, poi, della riforma dei campionati, promessa dopo ogni fallimento sportivo. Perché quello di lunedì è solo il più eclatante. La Nazionale, dopo il trionfo del 2006, nel 2010 e 2014 è arrivata ultima e i ct, Marcello Lippi e Cesare Prandelli, hanno subito restituito giacca e distintivo. Gian Piero Ventura ha solo fatto sapere di essersi dimesso per poi inscenare una supercazzola per lucrare una buonuscita.

LE RIFORME MANCATE. Di riduzione delle squadre di A se ne parlò nel 2010 e nel 2014 ovviamente senza poi neanche tentare di farla questa riforma. Tavecchio l’ha annunciata più volte, l’ultima il 19 settembre 2016: «Proporrò la A a 18 squadre, darò un ultimatum alle Leghe». Poi l’ultimatum devono averlo dato a lui, visto che il 9 gennaio 2017, meno di quattro mesi dopo, ha precisato: «Pura utopia ridurre la Serie A a 18 squadre».

Oggi, con le Leghe di A e B commissariate, l’occasione sarebbe d’oro. Invece accade che il dilettantismo che anima questo gruppo di potere ha portato a rinviare a dopo questo play-off anche la partita dei diritti tv della A, con il risultato che il miliardo annuo preteso dai presidenti è ancor più un miraggio di quanto non lo fosse al momento del diniego dei circa 700 che potevano arrivare da Sky e Mediaset e da altre piattaforme. Sul mercato internazionale, inoltre, si sono messi in mano a un unico interlocutore, che può lucrare corpose commissioni e decidere tutto. Ai soldi che il calcio perde con il flop della Nazionale ci sarà dunque da mettere in conto anche il crollo del valore della Serie A con conseguenze ulteriori sulla qualità del gioco e sulla capacità di far emergere nuovi talenti.

LA SETE DI POTERE. Anche qui il problema nasce dalla sete di potere del gruppo che lo detiene e che lo gestisce in funzione clientelare, un po’ come avviene in politica, solo che qui la spregiudicatezza è estrema. In nome dell’egemonia Tavecchio ha fatto accordi anche con chi si era incatenato per protesta in occasione della sua prima elezione, l’attuale vicepresidente Renzo Ulivieri. Ed è passato sopra alla riforma più urgente, quella delle seconde squadre. Nei principali campionati le big possono far giocare nelle terze e quarte serie e talvolta nella Serie B le formazioni riserve, con un indubbio arricchimento dell’attrattiva e con maggiori prospettive allenanti per i giocatori più giovani. Da noi esiste invece l’istituto della multiproprietà, che di fatto è un favore al grande sponsor di Tavecchio, quel Claudio Lotito che così può spostare giocatori e risorse fra due società (Lazio e Salernitana) e infischiarsene del resto. Questo ovviamente in buona compagnia dei suoi colleghi che investono briciole nei vivai, dove è più comodo far affluire carne da scarpe bullonate, ragazzi raramente talentuosi da paesi lontani e gestiti da intermediari che lucrano cospicue commissioni. Già, il parassitismo: i procuratori hanno drenato, lo scorso anno, il 20% di ciò che le società incassavano dai diritti tv. Comunque un chiaro schiaffo al buon senso ma lo è ancor di più in un mondo che ha generato debiti miliardari e che si basa su plusvalenze di bilancio su valori sovrastimati e inappellabili di giocatori semisconosciuti. Poi accade che le società falliscano una dopo l’altra, alcune anche a tornei in corso. Segnale di controlli farlocchi, di un circuito che si autoalimenta con il consenso, con anticipi di soldi di diritti tv concessi solo agli amici, come testimoniato da fior di inchieste che di tanto in tanto aprono lo scrigno del malaffare e che poi si richiudono fra prescrizioni e rogatorie di incerta efficacia, al pari di fidejussioni bancarie che sembrano soldi del Monopoli.

L’ALTERNATIVA? NON C’È. Tavecchio per statuto non può essere commissariato neanche dal Coni. Il presidente Giovanni Malagò per ora gli ha solo consigliato di farsi da parte. E se anche riuscisse a convincerlo, servirebbe un progetto chiaro, impersonato da volti credibili per ripartire al riparo da infiltrazioni dei soliti pupari. Ma al momento non c’è.

twitter: @S_tamburini

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