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Eutanasia, l’appello di Andrea: «Politici, ascoltate la voce di Irene»

Andrea Curiazi porta avanti la battaglia che fu della moglie per il diritto di scelta sull'eutanasia: "Abbiamo vissuto talmente tanto che ci siamo dimenticati la morte"

Eutanasia, dalla storia di Irene un appello per la legge "Irene voleva morire viva, essere padrona della sua esistenza, voleva andare in Svizzera, avere l'eutanasia. È morta invece tra ansia, dolori, consumata da un cancro ai polmoni perché in Italia non c'è una legge. Andrea Curiazi, suo marito, ha vinto il suo pudore e, seguendo il desiderio di Irene di una legge, ha registrato un video per la nuova campagna dell'associazione Coscioni che chiede la legalizzazione dell’eutanasia in Italia. Un video, indirizzato agli "illustri rappresentanti del popolo italiano", che arriva mentre Marco Cappato, dell'associazione Coscioni, è sotto processo a Milano per avere aiutato dj Fabio, un video registrato pochi giorni dopo l'approvazione del biotestamento. "Il biotestamento non basta. Quello che è successo a Irene capita anche a chi non può permettersi i costi economici, o non è più nelle condizioni di affrontare il viaggio, o non ha chi si assume la responsabilità penale di assisterlo nel complicato trasferimento. Ci batteremo perché questo non avvenga più: in Parlamento c'è già una proposta di legge di iniziativa popolare per l'eutanasia legale, depositata 4 anni e mezzo fa e mai discussa nemmeno per un minuto", dice Cappato

ROMA. «Mi sono fatto carico di questa battaglia, perché Irene ha espresso la volontà di voler decidere di decidere e di scegliere di scegliere. Poi siamo stati travolti dalla vita. Abbiamo vissuto talmente tanto che abbiamo smesso di pensare alla morte». Andrea Curiazi ha lo sguardo distrutto e la voce che trema mentre racconta la storia di sua moglie Irene. Consumata da un cancro ai polmoni al quarto stadio e morta il 24 agosto, due giorni dopo aver completato i documenti per la morte volontaria in Svizzera. Voleva ripercorrere le orme di dj Fabo e Davide Trentini. Ma lei non ha fatto in tempo ad arrivare alla clinica Dignitas.

Quali erano le volontà di Irene?

«Avrebbe voluto morire in Svizzera, ma quando abbiamo completato la documentazione era già tardi. Ora noi portiamo avanti questa battaglia per lei assecondando quella che è stata una sua chiamata alle armi, mi ha anche definito il suo braccio armato in uno dei testi che ha presentato alla clinica. Abbiamo deciso di dare seguito a questa battaglia perché crediamo che ci siano tantissime persone come lei, molte hanno condiviso con me la loro esperienza. E la battaglia essenzialmente è politica. Quello che noi vorremmo ottenere con il nostro appello è una presa di posizione, che per quanto possa risultare tardiva è comunque necessaria e potrebbe creare uno scarto reale (e qui la voce di rompe, ndr) rispetto al destino delle persone».

Cosa chiedete?

«Chiediamo che almeno un politico, un leader di partito, chiunque abbia a cuore il tema della libertà, si faccia carico di questa nostra battaglia e la porti nella prossima legislatura».

Lei avrebbe potuto chiudersi nel suo dolore, perché la scelta di continuare a combattere per Irene?

«Questa scelta è figlia del rispetto delle volontà di mia moglie, il semplice fatto di potermi impegnare a fondo di qualche cosa per lei mi fa sentire un po’ vivo, vedere la sua mano che agisce sulla realtà è una cosa importante che me la fa sentire più vicino. Poi credo che sia necessario dare seguito al percorso intrapreso a fine legislatura per ascoltare le istanze di tanti malati o di tante persone che malate non sono, ma vivono la loro quotidianità vicino a malati terminali, di sapere di poter scegliere.».

Anche a livello burocratico il vostro è stato un percorso a ostacoli.

«Assolutamente sì. Il fatto di dover necessariamente interloquire con la Svizzera, allo stato delle cose, non facilita. C’è una distanza culturale e fisica. Abbiamo perso tempo per invii di materiale in cartaceo tra Roma e la sede della Dignitas, anche dover compilare tutta una serie di documenti in una fase terminale della vita, non aiuta. Si tratta di carte che presuppongono una certa presenza mentale oltreché fisica e lei nell’ultima parte della sua vita faceva fatica a mettere a fuoco con gli occhi, quindi immaginatevi cosa può essere stato. Altra cosa potrebbe essere avere un medico che è quello che ti ha seguito nel tuo percorso di malattia che interloquisca per te e garantisca le tue condizioni senza doverti far carico di dimostrare quanto sei un malato terminale, credo che potrebbe essere una facilitazione notevole dal punto di vista fisico e psicologico. L’obiettivo è terminare la vita senza essere costretti a offrire in sacrificio l’autonomia, quella che tu reputi essere la tua dignità, alla malattia stessa».


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