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Al Pd mancano due punti. Caccia ai voti moderati
l’incontro con i candidati a Roma 

Al Pd mancano due punti. Caccia ai voti moderati

Renzi: «Già una volta ho detto che mi sarei dimesso in caso di sconfitta e non è andata bene...». Per queste elezioni vietato personalizzare: «Vota la squadra, scegli il Pd», è lo slogan

ROMA. «Se recuperiamo 2-3 punti rendiamo contendibile il 60% dei collegi». Lo definisce «un nonnulla», Matteo Renzi. Ma fa la differenza tra «vincere e perdere». È il divario che un Pd dato al 23% nei sondaggi deve recuperare. Recuperare, con parole d’ordine come «serietà e responsabilità», i voti moderati. Battere nei collegi «un centrodestra a trazione leghista», per essere primo gruppo parlamentare. E protagonisti nella partita del governo. La sconfitta porterebbe con sé invece il redde rationem dentro il Pd. Se prendesse le forme di una debacle potrebbe portare alla richiesta di dimissioni da segretario. Ma Renzi per ora glissa, fa spallucce: «Già una volta ho detto che mi sarei dimesso in caso di sconfitta e non è andata bene...» sorride, pensando al referendum. Vietato personalizzare: «Vota la squadra, scegli il Pd», è lo slogan. Il segretario chiama a raccolta i candidati dem al teatro Eliseo di Roma. Prima fa «addestrare» i loro staff in un seminario con Facebook e Google: si può reagire ai troll, insegnano con ironia i “guru”, alla «Voltaire», alla «Game of Thrones» o alla «Pablo Escobar». Poi il segretario annuncia che la campagna sarà chiusa, il 2 marzo in «oltre cento piazze» Pd: «Io sarò a Santissima Annunziata, a Firenze».

Renzi stesso dirigerà la campagna dei candidati in apposite chat su whatsapp: «Cercheranno di buttarla in rissa – avverte – noi stiamo al buonsenso. Organizzate tè o aperitivi, ma non nelle sere di Sanremo, con non più di dieci persone, per smontare le balle: il tam tam è la nostra forza». All’Eliseo non c’è Paolo Gentiloni, impegnato nell’incontro con Erdogan: «In bocca al lupo al candidato del collegio Roma 1», lo evoca Renzi. Non ci sono esponenti della minoranza come Andrea Orlando, ma perché – fa sapere – impegnato nel collegio. C’è un emozionato Pier Carlo Padoan. C’è, in prima fila, Maria Elena Boschi, che il segretario spiega di aver mandato a Bolzano, «dove fu candidato anche Mattarella», perché da ministro «si è occupata di autonomie». E ancora. I candidati di Milano Lisa Noja e di Rieti Paolo Anibaldi, entrambi disabili: «Abbiamo un problema –si scusa il segretario – con le barriere architettoniche, anche in questo teatro». Spunta il sindaco dem di Macerata, Romano Carancini: «Siamo gli estremisti del buonsenso contro chi strizza l’occhio a pistoleri e imprenditori della paura». La prodiana Sandra Zampa dà il destro a Renzi per ricordare che «anche secondo Prodi votare LeU, il partito di D’Alema, porta al governo Salvini». Ma Pietro Grasso risponde per le rime: «Il voto utile è un argomento da cabaret. Prodi non vuole disconoscere il figlio Pd».

All’Eliseo ci sono infine Vincenzo Alfieri e Piero De Luca, che Di Maio ha definito impresentabili. Ma Renzi prosegue il suo duello col leader M5s: «Il suo attacco sguaiato vuol dire che ci teme. Impresentabili sono suoi candidati come Sara Cunial, che dice che il vaccino è genocidio, ed Emanuele Dessì che sta con i picchiatori del clan Spada. Se Di Maio è uomo rinunci all’immunità e si faccia processare». «Ho sempre rinunciato all’immunità», replica Di Maio. Ma Renzi lo sfida a un confronto tv: lo scontro continua.

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