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Raid Macerata, costa caro cavalcare la pantera identitaria
l'opinione

Raid Macerata, costa caro cavalcare la pantera identitaria

Luca Traini non ha idea di cosa sia la pantera identitaria, ma presto scoprirà che ha anche la sua faccia oltre a quelle, ben più note, di Matteo Salvini e di Roberto Fiore, il neofascista che guida Forza Nuova. Perché la pantera identitaria usa tutti loro, solo talvolta senza che ne siano consapevoli, per aggredire e dividere i popoli, le comunità, le famiglie, gli stati.

Domenica sera il leader della Lega è corso a La7 da Massimo Giletti a giurare che lui non c’entra con il suo candidato di un anno fa alle comunali, diventato giustiziere in odio ai neri. E a spiegare che se ogni anno centoventimila italiani sono costretti a emigrare perché qui non trovano un lavoro adeguato, non è comunque una ragione sufficiente per sostituirli con altrettanti immigrati troppo scuri di carnagione: fossero polacchi o macedoni (non rom, per carità) passi, ma maghrebini o subsahariani proprio no. Il partito di Fiore ha addirittura diffuso un comunicato nel quale si schiera con l’autore della strage perché “il popolo vive nel terrore e i cittadini si sentono soli e traditi” per colpa di chi – lo Stato – “pensa solo a reprimere i patrioti e a difendere gli interessi dell’immigrazione”. Quasi che le pallottole del 3 febbraio nelle vie e nelle piazze di Macerata non abbiano spaventato nessuno. Un patriota, Traini, come Anders Behring Breivik, il neonazista norvegese che a Oslo e Utoya nel luglio 2011 uccise oltre settanta giovanissimi iscritti al partito laburista, giudicati corresponsabili della mancata chiusura delle frontiere ai profughi mussulmani da Africa e Asia. O come Gianluca Casseri, l’attivista di CasaPound che sette anni fa a Firenze uccise a pistolettate due senegalesi e ne ferì gravemente altri.

La pantera identitaria è folle eppure lucida, feroce quanto vorace. Traini, Breivik, Casseri colpiscono alla cieca tra la folla credendo di agire in nome e per conto di quanti non sopportano che la società venga inquinata da culture percepite come estranee e, dunque, pericolose. In quel contesto, conta poco la provocazione che li trasforma in assassini: l’omicidio di una ragazza sconosciuta, il chiasso notturno in una strada, la mercanzia che ingombra un marciapiede. Perché se Pamela fosse stata uccisa e fatta a pezzi da uno di Civitanova anziché da un nigeriano (per ora non formalmente accusato dell’omicidio), Traini non sarebbe corso a sparare sui passanti indigeni (Che nessuno dica che a massacrare le ragazze sono solo gli stranieri).

In un saggio di vent’anni fa, dunque prima dell’attacco alle Torri Gemelle, il saggista e romanziere libanese Amin Maalouf affrontò con coraggio il tema delle diversità culturali e religiose in un saggio preveggente intitolato “L’identità”. Nella prefazione alla ristampa del 2005 scrisse: “Non dubito che per molti anni ancora il problema dell’identità avvelenerà la Storia, indebolirà il dibattito intellettuale, diffondendo ovunque l’odio, la violenza e la distruzione. Ma non basta deplorare un’evoluzione così inquietante né basta scaricare la colpa sull’Altro, chiunque egli sia. Dobbiamo cercare di domare la pantera identitaria prima che ci divori. E, per iniziare, è essenziale che la osserviamo con attenzione”. L’osservatore attento deve tenere conto, oggi, della crescente convergenza nei paesi dell’Ue tra i populismi e gli estremismi reazionari e xenofobi, che diventano maggioranza in paesi come Austria, Ungheria, Polonia e Bulgaria e spaventano Francia, Slovacchia, Svezia, Lettonia, Danimarca. Per individuare la portata del fenomeno, bisogna scorrere l’inchiesta di questa settimana dell’Economist, che fa il quadro della situazione paese per paese. L’Italia sta vivendo, secondo l’anonimo autore del servizio, una situazione anomala dovuta al ruolo di cuscinetto svolto dal Movimento 5 Stelle, non classificabile di destra o di sinistra. Prendiamola per buona, con cautela però. A preoccupare sono la Lega “nazionale”, alla ricerca di voti costi-quel-che-costi, e le destre estreme di Forza Nuova e CasaPound, con le quali nulla voleva avere a che fare il partito dichiaratamente antifascista di Bossi e Maroni. Ma poiché al peggio non c’è argine, dalla deificazione del Po si è passati alla caccia al nero.

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