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Usa, il febbrone da crescita e i cerotti del tycoon

Presentando ieri le elezioni italiane, l’ unico giornale Usa vicino a Trump, l’autorevole Wall Street Journal, riesumava per noi la (speravamo) desueta formuletta di “malato d’Europa”, con relativi partiti e leader politici non all’altezza delle sfide». Che dire? Tutto da sottoscrivere, parola per parola. Ma un sussulto di orgoglio porta a replicare: «E voi? E il vostro Presidente?» E la politica dei dazi che è bastato annunciarla per far zoppicare la strada che vi è più cara e da cui prendete il nome, appunto Wall Street?

Nel caso degli Stati Uniti la parola “malattia” è riduttiva. In sedici mesi di presidenza Trump un febbrone di crescita economica, già in divenire con Obama, ha permesso al Paese maggiore ottimismo e maggiore ricchezza: l’ottimismo regalato alle masse di ceto medio nonché alle piccole imprese, la ricchezza appannaggio dei soliti ricchi. Adesso però quest’ondata si misura, e rischia di infrangersi, nella traduzione macro-economica dell’ “America first”, lo slogan più riuscito della campagna presidenziale, che porta dritto a una universale guerra dei dazi. Washington trova sul ring per primi suoi storici, fedeli alleati: gli europei, e si vedrà quanto pulito giocherà con loro, o se approfitterà, come ha fatto finora, delle loro divisioni per aggravarle.

Gli altri avversari non sembrano invece malridotti come l’Europa. E soprattutto non incrociamo i guantoni solo per difendere le rispettive industrie, ma per conquistare maggiore spazio sul pianeta. Un’impresa dove, come si diceva all’inizio, lo stato di salute dell’atleta è pari alla sua resistenza. Trump arriva al combattimento pieno di cerotti. Nei suoi 16 mesi alla Casa Bianca è stato sbeffeggiato da tutta la nomenklatura nazionale, a partire da quella che per dovere istituzionale dovrebbe sottrarlo con dal degradante spettacolo del Russiagate, per finire a quella che trae legittimità da lui come la Corte Suprema: una recentissima nomina presidenziale di stampo conservatore non ha impedito che il 26 febbraio bocciasse il suo desiderio di nuocere ai “dreamers”.

Basterebbe paragonare queste vicissitudini con quelle del Presidente cinese Xi Jinping, che lo stesso 26 febbraio è stato investito “leader a vita”, una carica niente affatto onorifica, raggiunta dopo anni di oscura carriera politica all’interno di quel Pc dove, per citare Mao, l’ascesa «non è un ballo di gala».

Quando seppe la notizia, Trump disse di non esserne preoccupato. E invece dovrebbe, perché, anche se il Presidente fa di tutto per non renderlo evidente, nella testa dell’intellighenzia politico- militare americana di cui lui volente o nolente fa parte, il “competitor” strategico di questo secolo è Pechino, non Mosca. Anche Obama ne era convinto. Dunque, dopo averlo tenuto sotto pressione con la crisi coreana per più di un anno, subito dopo la visita di novembre scorso negli Usa in cui il leader massimo aveva detto in sostanza che «Usa e Cina possono solo collaborare», l’inquilino della Casa Bianca gli ha indirizzato due gradevoli messaggi: tattiche pronte all’uso e costi doganali.

L’altro nemico alle porte, il presidente russo Vladimir Putin, si prepara a una rielezione, il 18 marzo, che vincerà a man bassa restando al Cremlino fino al 2024 (c’è chi dice: «e oltre»). In risposta al programma Usa di mini-testate, lui ha fatto sfilare un missile indistruttibile e un sottomarino nucleare armato di droni. Nessun tipo di sanzioni gli impedisce di riarmare come vuole, perché sui terreni di crisi è il più abile di tutti e vince sempre lui. Anche in Medio-Oriente? Così sembra. La stampa americana ha riferito che dal 7 all’8 febbraio, nel Kurdistan, pattuglie americane e curde hanno battagliato con forze dell’esercito siriano, appoggiate da militari o da mercenari russi e dalle rispettive aviazioni, sconfiggendoli. Obbiettivo, la raffineria di Deir ez-Zor. La notizia, molto importante, non ha conferme né smentite. È finita nel calderone dove ribolle la minestra dei rapporti fra Trump e Putin, dalla quale un grande quotidiano progressista, il New York Times, sulle elezioni italiane tirava ieri la conclusione che, comunque vada, alla fine vincerà il Nuovo Zar.

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