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L’uso dei dati personali minaccia la democrazia

Se le inchieste sulle fake news fossero state un diversivo o un abbaglio? O addirittura un modo pilotato per far credere che a spostare le quote di elettorato necessarie a far pendere la bilancia a favore della Brexit, di Trump o dei Cinquestelle avessero avuto un ruolo soltanto le storie inventate da manipoli di falsari dell’informazione a San Pietroburgo e a Vales in Macedonia? E se invece, alla luce delle rivelazioni su Cambridge Analytica (CA), le tecniche dei guastatori delle democrazie risultassero più subdole e manipolatorie, volute conseguenze dell’azione sinergica dei mix di data science e tangenti, di ricatti sessuali e lavaggio dei cervelli all’ammasso sui social?

È presto per dare risposte. La sensazione è che le stamperie digitali di fake e i sofisticati laboratori comportamentali come CA abbiano operato e lavorino separati ma colpiscano uniti. Le notizie false spacciate per vere agiscono a largo spettro, puntando sul fatto che la disinformazione viaggia veloce grazie alle condivisioni sociali (Facebook, Twitter, Instagram, YouTube, Snapchat etc.). Diversamente, gli specialisti dell’azienda controllata dal miliardario suprematista americano Robert Mercer attraverso la holding Strategic Communication Laboratories puntano a raggiungere il singolo consumatore o elettore con messaggi personalizzati – non necessariamente notizie false – grazie alla puntuale conoscenza del suo profilo, dei suoi desideri e aspirazioni, delle sue tendenze, delle sue scelte del passato e delle sue tendenze attuali. Lo spiegò bene, oltre un anno fa, Federica Lucera, brillante giovane cervello italiano in fuga, master a Oxford e Chicago, poi data scientist di CA. Intervistata da Giovanni Minoli sulle attività svolte su incarico di Trump durante la campagna elettorale del 2016, disse: «Cambridge Analytica svolge molte funzioni: data science, ricerca nel senso di polling (indagini elettorali ndr) e marketing digitale. Ciò era funzionale a trovare i cittadini più inclini a essere persuasi a votare per Trump. Ai quali mandavamo messaggi sulle policy d’immigrazione o sul servizio sanitario».

Dietro questa potenza di fuoco in termini d’influenza c’è l’esperienza maturata nell’ultimo decennio da più soggetti nel campo della pubblicità digitale alimentata dai big data. Anzitutto bisogna sapere che l’obiettivo – vendere uno specifico prodotto a scapito di un altro, sia esso “The Donald” anziché Hillary o un nuovo modello Bmw anziché Toyota – non fa differenza. Gli strumenti per raggiungerlo sono i messaggi veicolati via mail e social network ai singoli consumatori o elettori per ottenere che mettano mano ai portafogli oppure, nel secondo caso, che si comportino nel modo desiderato una volta nel seggio.

Per convincere i potenziali acquirenti o gli incerti cittadini si usano le piattaforme definite “programmatiche”, il cuore delle quali pulsa nelle Dmp (le Digital management platform) che sono, insieme, deposito e fabbrica dove i dati personali raccolti da innumerevoli fonti vengono trattati, confrontati, ripuliti, aggiornati, cuciti su misura per l’obiettivo che i clienti richiedono. Il fine di tanto lavorío è ottimizzare la consegna dei messaggi in modo da raggiungere target raffinatissimi. Si realizza così il sogno di qualsiasi pubblicitario o spin doctor ingaggiato da un candidato: la comunicazione “customizzata” per ciascun utente.

È paradossale che il primo allarme sulle implicazioni delle modalità di distribuzione della pubblicità digitale applicata ad altri universi, come la politica, sia venuto nel 2013 da Michal Kosinski che insegna a Cambridge: «La prevedibilità dei comportamenti dedotti dai dati personali può avere notevoli effetti negativi» in forma di minacce per «il benessere, la libertà, o addirittura la vita dei singoli individui». Lo ascoltarono in pochi, e persino quei pochi non capirono che la massa di dati personali immagazzinata da Facebook, Google, Amazon, Apple, Twitter, operatori della pubblicità come Wpp, aziende sconosciute al grande pubblico come Criteo può costituire un pericolo per le società democratiche e un’opportunità per quelle rette da regimi dittatoriali.

©RIPRODUZIONE RISERVATA



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