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La Silicon Valley libera per scelte consapevoli

Fb-Cambridge Analytica, Zuckerberg: "E' stato un mio grande errore, mi dispiace" Si è aperta con un'ammissione completa di colpa e con le pubbliche scuse la testimonianza del Ceo di Facebook di fronte al Congresso Usa. "È stato un mio errore, un mio grande errore, chiedo scusa" ha spiegato Mark Zuckerberg, in riferimento alla gestione dei dati da parte del social network e dello scandalo Cambridge Analytica. Traduzione a cura di Alphalanguages - H24

Decine di milioni di persone hanno seguito in diretta le due audizioni di Mark Zuckerberg. E hanno condiviso con milioni di altre le impressioni, le critiche, gli apprezzamenti e le ironie sulle risposte del fondatore di Facebook a senatori e deputati americani. Anch’io ho letto e scritto post e tweet, e ho scorso su Instagram le foto degli eventi di Washington. Non ho saputo resistere alla tentazione di fare qualche screenshot della all-news Msnbc, che mostrava come a ogni singola parola pronunciata nelle aule del Congresso corrispondesse un effetto sulla quotazione di Facebook al Nasdaq. E li ho twittati. In buona sostanza, la venuta a Canossa del più conosciuto tra i Signori degli Over the top ha coinciso con picchi nell’uso dei social network e con crescite dei loro valori di borsa. Un successo pieno, dal punto di vista del quinto uomo più ricco al mondo.

Fb, botta e risposta col senatore: "Condividerebbe il suo hotel di ieri sera?", Zuckerberg imbarazzato "No!" Durante la lunga audizione in Senato sullo scandalo di Cambridge Analytica,Mark Zuckerberg ha risposto a ogni domanda con grande sicurezza e mantenendo la linea che ha scelto ormai da tempo: ammissione degli errori e di ferma volontà di rimediare alle intrusioni di soggetti terzi interessati a usare e abusare dei dati degli iscritti. Unico momento di impasse: quando un senatore gli ha chiesto provocatoriamente se aveva voglia di condividere il nome dell'albergo in cui aveva dormito la sera prima.


Pochi commentatori si sono però concentrati sui messaggi sottostanti le dieci ore di puntuali repliche di Zuckerberg alle domande di un centinaio di parlamentari, convinti a intervenire sull’onda del caso Cambridge Analytica. Sono messaggi che segnano una svolta epocale. Sostenuto da litri di succo d’arancia, l’ex studente di Harvard, 33 anni, ha parlato alle commissioni senatoriale e della House of Representatives, ma ha di fatto voluto spiegare all’opinione pubblica mondiale che Facebook è consapevole di aver compiuto errori nella gestione dei dati personali degli utenti. Ha addirittura ammesso, rispondendo al deputato democratico Ben Luján del New Mexico, che «...per motivi di sicurezza raccogliamo informazioni su persone non iscritte a Fb», pratica che finora i top manager dell’azienda avevano negato. La questione è particolarmente grave, perché a quelle persone non erano state chieste autorizzazioni. Di conseguenza Zuckerberg ha dovuto dichiarare d’essere d’accordo sulla necessità di dotare di regole efficaci un ecosistema che è stato lasciato crescere e prosperare nell’anarchia.

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Attenzione: la totale libertà d’azione concessa alle energie concentrate a Silicon Valley non fu frutto di distrazione bensì di una ventennale scelta politica consapevole delle amministrazioni, del Congresso e delle autorità di controllo americane. Grazie a condizioni senza precedenti, Google, Apple, Amazon, Facebook e decine di altre aziende hanno raccolto ricchezza quasi ovunque, perfino nei paesi più poveri (ma non in Cina), e garantito un controllo capillare di persone, organizzazioni, società, governi che nessuna agenzia di intelligence avrebbe mai potuto progettare e realizzare. Insomma, con gli Ott il sistema americano ha visto lievitare i propri ricavi e la propria influenza, risparmiando nel contempo i miliardi di dollari dei contribuenti che servivano a finanziare Cia, Nsa e le altre agenzie di sicurezza.

La fase esplosiva e fuori controllo è però ora agli sgoccioli, e i toni cambiano. Niente più smargiassate. Zuckerberg – di fatto a nome anche di Page, Brin, Bezos, Williams e degli altri – ha concordato con il democratico Paul Ruiz, eletto in California, che è venuto il momento di creare una “digital consumer protection agency” che valuti come i dati degli utenti vengono trattati dalle aziende che li raccolgono e immagazzinano. Inaudito, finora: quasi una bestemmia.

Joe Barton, repubblicano del Texas, ha chiesto che Facebook diventi “una piattaforma pubblica neutrale” , che non avvantaggi o svantaggi qualcuno grazie all’uso dei dati che gli utenti le affidano. Zuckerberg s’è detto d’accordo: “La mia missione è dare la parola alle persone” non ai poteri che possono strumentalizzarle: il riferimento al caso Cambridge Analytica è chiarissimo. Soprattutto, Zuckerberg ha detto che Facebook s’impegna a adottare in tutto il mondo le garanzie sui dati personali che l’Unione Europea introdurrà in maggio con l’adozione della Gdpr, la General Data Protection Regulation. Non accadeva da anni che misure progettate e deliberate nel vecchio continente fossero indicate come quelle più avanzate e adeguate ai tempi. Arriviamo tardi, ma arriviamo.

©RIPRODUZIONE RISERVATA
 

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