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Siria.Tutto resta come prima e si continua a morire

L'opinione

Tutto (quasi) come prima. Il lancio dei missili contro la Siria cambia poco o nulla di quanto avviene sul terreno, non chiarisce la strategia della Casa Bianca verso le milizie filo-Usa sempre più in rotta, non rompe lo stallo diplomatico di una guerra che dopo sette anni è sempre più complicata da gestire. «Missione compiuta», rivendica Trump, si tratta di «una sola azione mirata» gli fa eco il capo del Pentagono generale Mattis ed è proprio questo il punto di debolezza dell’attacco di venerdì notte contro i siti “chimici” di Assad. Un raid mirato e di precisione, che ha colpito dove voleva colpire, ma militarmente limitato. Le forze armate del dittatore siriano non sono state intaccate ed è ancora tutta da verificare se sia stata effettivamente colpita la sua capacità di produrre armi chimiche (che prosegue da anni in totale violazione delle leggi internazionali e con il beneplacito di Putin).

Trump ha messo a segno due punti. 1) Ha dimostrato che (al contrario di Obama) la sua amministrazione non è disposta ad accettare il superamento di quella “linea rossa” - l’uso delle armi chimiche - che il suo predecessore alla Casa Bianca aveva tracciato ma non era riuscito a far rispettare (la Siria è il peggior fallimento di Obama in politica estera). 2) Ha coinvolto nell’azione militare la Gran Bretagna (cosa abbastanza scontata) e la Francia di Macron creando un nuovo asse, con l’assenza dell’Europa in quanto tale, per una possibile ridefinizione della strategia occidentale in medio oriente. Oltre ad aver utilizzato a piene mani l’intelligence di Israele.

Può rivendicare, come ha fatto, anche un terzo punto: il compromesso (quasi un accordo) che ha raggiunto con la Russia. I militari americani e quelli russi si sono scambiati messaggi, informazioni e logistica prima, durante e dopo il lancio dei missili e al di là delle “dure” dichiarazioni ufficiali (solo di facciata) per Casa Bianca e Cremlino la vicenda non poteva andare meglio. Trump ha salvato la faccia e ha ottenuto quello che voleva, cioè inviare un preciso messaggio ad Assad (niente armi chimiche, per il resto fai quello che vuoi) evitando qualsiasi incidente o conflitto con la Russia. Putin, che può infischiarsene di salvare la faccia o meno (una delle differenza tra regimi autoritari e democrazie), ha dimostrato di essere ancora il “king maker” della situazione siriana e forse non è neanche troppo dispiaciuto - pensando a una possibile “strategia d’uscita” di Mosca - per la botta “dimostrativa” data dalle forze occidentali ad Assad.

Questo terzo punto è quello che meno piace all’opinione pubblica americana, all’opposizione democratica e anche a diversi esponenti del Grand Old Party. Con l’inchiesta sul Russiagate che va avanti - il procuratore speciale Robert Mueller III ha ancora diverse carte da giocare - e con il ruolo che gioca Putin nella regione mediorientale (e non solo) gli Stati Uniti restano palesemente in difficoltà. «La nostra strategia non è cambiata», ha rivendicato al Palazzo di Vetro l’ambasciatrice americana alle Nazioni Unite Nikki Haley. Ed è proprio questo il punto dolente (per gli Usa). Perché i cento e passa missili lanciati sulla periferia di Damasco e ad Homs non hanno minimamente indebolito il regime di Assad (forse il contrario), hanno frustrato le milizie filo-occidentali sul terreno e non hanno scalfito il ruolo dell’Iran come terzo protagonista (con Putin ed Assad).

Quello che certamente l’attacco dei missili non ha fatto è aiutare le vere, grandi vittime, di una guerra civile che dura da oltre sette anni e che ha provocato centinaia di migliaia di morti: i siriani, intesi come civili, uomini, donne, vecchi e bambini. Che continuano a morire senza un perché e senza che nessuno (tranne qualche spicciolo di organizzazione umanitaria e di volontari) sia in grado di dargli una sia pure piccola speranza in un futuro migliore.

@alfloresd

©RIPRODUZIONE RISERVATA



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