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Crisi Italia-Francia. Se la politica muscolare porta in un vicolo cieco

L'opinione

La politica italiana sui migranti provoca una crisi diplomatica con la Francia. In Parlamento il ministro dell’Interno tiene il punto sulla linea sovranista, ma i rapporti con Parigi sono ai minimi termini. A rischio, dopo il rinvio dell’incontro del ministro dell’Economia Tria con il suo omologo transalpino, anche il vertice all’Eliseo. Senza scuse ufficiali francesi non si fa, intima Salvini a Conte che si accoda.

Certo, la Francia non è la più titolata a definire “cinica” e “vomitevole” le scelte italiane. Non servivano le intemerate salviniane per rammentare ai cugini latini Bardonecchia e Ventimiglia. Ma lo scontro con Parigi, così come le tensioni con Madrid, che accoglie i disperati dell’Aquarius, ma paventa una denuncia dell’Italia per violazione dei diritti umani, non serve a Roma. Nonostante il consenso popolare, nelle scelte di Salvini è palese la mancanza di una strategia di lungo periodo, capace di fare fronte a un fenomeno che l’Italia non può affrontare da sola. Che farà Roma di fronte alle prossime richieste di sbarco? Chiuderà ogni volta i porti? Attenderà che si faccia avanti il paese di turno? Improbabile. Anche perché le partenze saranno molte: come mostra anche l’arrivo a Catania di un migliaio di persone salvate dalla Marina italiana.

Certo, Salvini può costringere le Ong, cui già Minniti aveva ristretto la libertà d’azione, a ridurre il loro impegno, ma la sua politica muscolare conduce il paese in un vicolo cieco. Si veda la simpatia per il gruppo di Visegrad guidato da quell’Orban al quale vanno le simpatie ideologiche del leader del Carroccio. Ungheria, Polonia, Repubblica ceca e Slovacchia, ora anche l’Austria che pure non ne fa parte formalmente, hanno interessi diversi da quelli dell’Italia. Quei paesi non vogliono la riforma del trattato di Dublino non perché sia troppo penalizzante per l’Italia, ma perché rifiutano la ripartizione solidale di quanti vengono accolti in Europa. Visegrad guarda, semmai, all’Italia come un’immensa prigione a cielo aperto, sbarrata da sigillati centri di detenzione destinati a chi viene dal Sud del mondo.

Un rischio, quello dell’Italia carceriere per conto terzi in nome della difesa delle “frontiere comuni”, percepito ora dallo stesso Salvini. Tanto che il ministro punta a spostare più a sud quelle frontiere. E, sulle orme di Minniti, annuncia un viaggio in Libia e rapporti con Tunisia, Marocco, Algeria, Niger, Egitto. Anche se quello di Salvini appare un minnitismo monco. L’ex-titolare del Viminale, infatti, aveva messo in campo, pur in due tempi, una politica imperniata sul contenimento dei traffici e il rispetto dei diritti umani. A partire dalla Libia, dove, su impulso italiano, sono oggi presenti, nel tentativo di porre fine alla brutale violenza di cui sono vittime gli ospiti dei famigerati campi locali, le organizzazioni Onu che si occupano di profughi, rifugiati e migranti. Per Salvini questo secondo aspetto non pare rilevante. Tanto che l’Italia potrebbe cercare, nel frammentato panorama del potere libico, solo nuovi, arcigni, custodi della frontiera marittima: magari in uniforme.

Insomma, il modello da replicare è quello del patto Merkel-Erdogan. Magari finanziato con parte delle risorse del “fondo Turchia”, quello che l’Europa, su pressione tedesca, ha varato per ottenere dal “Sultano” la chiusura della rotta balcanica. O, più realisticamente, costituendo un nuovo “fondo Libia”. Un’opzione che, comunque, necessita del pieno sostegno franco-tedesco: oggi assente, nonostante l’enfasi sul rinato asse Roma-Berlino forgiato con il ministro dell’Interno di Berlino Seehofer, peraltro in disaccordo sull’immigrazione con la Merkel che, sul dossier, ha la parola finale. Insomma anche una politica muscolare nulla ottiene se non in una relazione collaborativa con i paesi chiave dell’Unione.

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