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Scandalo stadio di Roma. La questione morale di chi gridava "onestà"

L'opinione

L’inchiesta sulla corruzione che ha addirittura preceduto la posa del primo mattone del nuovo stadio della Roma a Tor di Valle conferma quanto illusorio fosse il tentativo grillino di evitare l’infezione del malaffare semplicemente congelando ogni attività amministrativa. Non basta paralizzare la macchina comunale – dalle manutenzioni ordinarie agli interventi sulle fatiscenti aziende municipalizzate – per allontanare da sé gli inquinamenti affaristici che si alimentano di bustarelle, consulenze false, utilità promesse, assunzioni di favore. Due anni di «no» non hanno impedito che a finire nel tritacarne giudiziario-mediatico fosse il futuribile tempio delle imprese giallorosse, l’unica iniziativa promossa e vidimata dal Comune pentastellato.

La certificazione dell’attuale drammatica esperienza amministrativa romana non aveva tuttavia bisogno del timbro della Procura della Repubblica. Il fallimento di Virginia Raggi e dei suoi assessori non si misura in arresti bensì in metri: lineari se si tratta di vie dove le buche e l’assenza di segnaletica orizzontale mettono a repentaglio veicoli e, soprattutto, vite; quadrati quando si guarda alle condizioni pietose del verde urbano, con i parchi e le aiuole trasformati in riusciti esperimenti di giungla urbana; cubi allorché si quantifichi l’immondizia non raccolta ogni giorno. Ma la conta deve riguardare anche gli autobus che bruciano, gli alberi che cadono sui passanti, i servizi sociali via via eliminati.

La sindaca Raggi è sfortunata. La sera prima della retata coordinata dal pubblico ministero Paolo Ielo aveva twittato: «Lo stadio a Tor di Valle è sempre più vicino. Stiamo lavorando senza sosta per accorciare i tempi e realizzare questa grande opera che porterà nuovi posti di lavoro e migliorerà la vita nel quadrante sud della città #unostadiofattobene».

Meno tempo dedicato ai social e più attenzione alle scelte di consulenti e partner strategici l’avrebbe sollevata dall’imbarazzo di dover bloccare per sempre, dodici ore dopo, un progetto del quale di parla da anni. Vero è che, rispetto all’ipotesi messa a punto dalla precedente giunta di centrosinistra, il M5S del Campidoglio aveva ridotto parzialmente le volumetrie, lasciando comunque in piedi un piano che l’allora assessore grillino all’urbanistica Paolo Berdini definì «la più grande speculazione edilizia in Europa».

Terreno fertilissimo per l’azione di moderni palazzinari come Luca Parnasi, ieri arrestato, che in un’intercettazione ambientale comunica ai diretti collaboratori: «Spenderò qualche soldo sulle elezioni, poi con Gianluca vedremo come vanno girati ufficialmente ai partiti politici eccetera.

È un investimento che io devo fare, molto moderato rispetto a quanto facevo in passato quando ho speso cifre che manco te le racconto (pagina 9 dell’ordinanza di custodia cautelare). Il magistrato chiosa: «Emergono distinti dati significativi dello spessore criminale dell’associazione: l’investimento economico nella politica, come strumento di affermazione della propria credibilità e forza come interlocutore; l’accettazione di metodi anche illeciti per conseguire tale risultato; l’esistenza di una scelta criminale datata nel tempo e, ai tempi attuali, anche meno costosa». Parnasi, si badi bene, è uno che finanzia la Lega di Matteo Salvini, come ha provato l’Espresso.

E i politici e i loro attaché ai quali si riferisce ( «spenderò qualche soldo») sono grillini a tempo pieno o di complemento come Luca Lanzalone, presidente dell’Acea, la municipalizzata romana dell’energia, Paolo Ferrara, capogruppo del Movimento 5 Stelle in Campidoglio, e Mauro Vaglio, presidente dell’Ordine degli avvocati di Roma e candidato senatore (non eletto) per il M5S. Oltre a esponenti di Forza Italia e PD come Adriano Palozzi, vicepresidente del Consiglio del Lazio, e Michele Civita, ex assessore regionale all’Urbanistica. Nella migliore tradizione mazzettara, c’era qualcosina per tutti, Cinquestelle compresi. Nulla di nuovo: la questione morale non risparmia nessuno, nemmeno quelli di “onestà, onestà”.

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