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Tra Lega e 5Stelle divergenze nel segno degli immigrati


Verba volant, scripta pure. Comincia già a rivelarsi di carta velina, il tanto sbandierato contratto che tiene insieme la maggioranza giallo-verde: il “decreto dignità”, poco dignitoso fin dal nome, mette a nudo la netta differenza di basi di consenso tra Lega e Cinque Stelle.

A segnalarlo non sono sottili disquisizioni politologiche o voluttà di polemiche ad oltranza, ma le voci che popolano le cronache: quelle di chi fa impresa, grande o piccola che sia, dall’industria al commercio all’agricoltura; ma ancor più quelle di esponenti leghisti di primo piano. Gli uni e gli altri concordi nel bocciare un provvedimento decantato come una rivoluzione da chi l’ha scritto, vissuto come un’involuzione da chi dovrà gestirlo.

Non è un contrasto passeggero, quello tra i due partner di governo. Il Carroccio sa bene che a spianargli la strada verso il successo elettorale è stato soprattutto il popolo dei produttori del Nord: che dopo averlo premiato nel 2008, gli aveva girato le spalle nel 2013, e che oggi ha avuto qualcosa più di un semplice ritorno di fiamma. I numeri parlano chiaro. Nei 46 distretti produttivi del settentrione, la Lega ha raddoppiato pressoché dovunque i voti rispetto alle precedenti politiche, e soprattutto a Nordest ha toccato significativi massimi storici. Cinque anni fa, tra Veneto e Friuli-Venezia Giulia aveva superato il 40% in 8 distretti su 19; stavolta è arrivato a 11, con punte del 46 a Trissino (oreficeria) e ad Altivole (calzature sportive). Ma ha avuto risultati importanti anche in Lombardia, come il 44 di Leffe (tessile-abbigliamento) o il 43 di Castelli Calepio (gomma-plastica).

Sono dati che, peraltro, suggeriscono una contraddizione interna al mondo leghista, e al tempo stesso propongono un ulteriore motivo di contrasto con quello pentastellato. L’economia dei distretti del Nord si basa in misura consistente sugli immigrati, senza la cui presenza molte fabbriche chiuderebbero i battenti. E sulla politica dell’immigrazione le divergenze tra i due partner di governo sono tutt’altro che marginali.

È come se per la Lega gli stranieri dovessero restare di giorno, durante l’orario di lavoro, per poi sparire fino alla mattina seguente; mentre i Cinque Stelle dissentono pubblicamente dalla linea muscolare di Salvini. E altri focolai covano nella casa di un governo che vive su una precaria intesa tra i suoi due inquilini.

A testimonianza che tra il dire (le promesse elettorali) e il fare (le misure reali) passa il classico mare, per giunta tempestoso. Sulle cui opposte sponde siedono due Italie diverse, che la caccia esasperata al voto ha messo una contro l’altra. E senza mai dimenticare quella terza Italia, composta da quattro persone su dieci, che disertando le urne ha dimostrato di non avere fiducia in nessuno. È alla politica, non al lavoro, che va restituita la dignità.

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