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Piccolo è bello ma quella della Croazia non è una favola
IL COMMENTO 

Piccolo è bello ma quella della Croazia non è una favola

Grande entusiasmo intorno a un Paese giovane che in poco tempo ha già raccolto molti successi in diversi sport. Ma è lo stesso Paese che intorno al pallone ha saputo dare il peggio con una Calciopoli che ricorda in peggio quella dell’Italia del 2006. Il fascino dell’impresa nella finale contro la Francia resta ma occhio a non confonderla con la poesia

Non sarà Davide contro Golia, perché Davide anche se è piccolo non è proprio a digiuno di allori e poi, vedremo più avanti, non è che incarni tutta questa poesia. La Francia è favorita ma intriga non poco il rito del quasi impossibile: un Paese di 4 milioni di abitanti, poco più di quelli della Toscana, che scrive la leggenda è qualcosa di immenso. Ma la Croazia, va detto, non è una Cenerentola: esiste da 27 anni, dopo la disgregazione della Jugoslavia. E dal 1992 in poi, da quando ha avuto proprie nazionali, non ha vinto poco, anzi. Per cominciare una Davis nel tennis nel 2005 (con una finale persa nel 2016), una sequenza di ori nella pallanuoto (uno olimpico nel 2012, due mondiali nel 2007 e 2017), un argento olimpico nel basket al debutto nel 1992 a Barcellona, trascinata da un’icona come Drazen Petrović. Nel calcio ha mancato la qualificazione solo a Euro 2000 e ai Mondiali 2010, nel 1998 ha chiuso al terzo posto.

Dunque, non è una scoperta questa nazionale piena di talenti. La tentazione di prenderli a modello verrà a tanti e certo il loro modo di sviluppare l’attività giovanile, al pari della vicina Slovenia campione d’Europa del basket, è fatta di ampia cura dell’attività scolastica, di impianti e tecnici all’avanguardia. Ma c’è anche un non troppo edificante rovescio della medaglia ed è bene tenerne conto per una valutazione seria, al netto dell’euforia. Innanzitutto il dato più evidente: fra i 23 convocati dal ct Zlatko Dalić solo due giocano in patria. Tutti gli altri si dividono fra Spagna, Germania e Italia e un giocatore lo si trova anche in Inghilterra, Belgio, Francia, Turchia, Ucraina, Austria e Russia. Il campionato croato è un fiorire di società sull’orlo del fallimento, molti giocatori non vengono pagati e i contratti spesso sono carta straccia. A Zagabria ci sono due squadre che giocano nella prima serie e che fanno riferimento a un’unica proprietà, uno scandalo mai risolto che semina dubbi sull’attendibilità dei risultati. Di fatto il pallone croato è in piena Calciopoli con un pericoloso intreccio fra la proprietà della squadra più titolata, i vertici federali, alcuni personaggi di primo piano della politica e anche con giri di tangenti sui trasferimenti dei principali calciatori, anche all’estero. Qualcosa che ricorda quel che accadde in Italia nel 2006, solo un po’ peggio. Al pari di ciò che si trova sugli spalti, dove la densità di teste vuote per metro quadro è molto più alta. Durante le qualificazioni a Euro 2016, la nazionale croata pagò carissima una svastica disegnata con il diserbante sul prato dello stadio di Spalato che ospitava una sfida con gli azzurri. Era una partita a porte chiuse per via di precedenti esibizioni filo-naziste e in stile Ku Klux Klan degli ultrà della Dinamo Zagabria e dell’Hajduk Spalato, acerrimi nemici in patria e fraterni alleati in idiozie legate alla nazionale. Si fecero notare anche a Livorno nel 2006, in occasione della prima sfida amichevole degli azzurri freschi campioni del mondo proprio contro la Croazia, disegnando una gigantesca svastica umana sulla curva dello stadio intitolato ad Armando Picchi.

Insomma, il piccolo che vince è bello ma le favole sono tutta un’ altra cosa.

twitter: @s_tamburini

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