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Ecco mago D’Astoli Da Cento in Lega Pro «Vi stupirò ancora»

Dall’Eccellenza al Lumezzane: «Io un duro? Chiedo rispetto E alla Spal con Cancellato in forma saremmo andati in B»

FERRARA. Eh sì, per certi versi è facile, oggi, fare l’allenatore di calcio. Che ne so, al Real Madrid, al Barcellona o al Paris Saint Germain. Entri col tuo presidente nella boutique, guardi la merce esposta, valuti e compri. Così un anno ti regali Bale, l’anno successivo Suarez o David Luiz. È tutto alla tua portata, non hai che da scegliere. Per capire, invece, l’altro calcio bisogna fare l’allenatore di una piccola squadra. Una a caso: il Lumezzane, Lega Pro (l’ex serie C). Allora vedrai che qualche problema in più salterà fuori. Ogni volta costretti ad inventarsi qualcosa, a fare di un mediano una mezza punta. Ogni volta con la bava alla bocca perché ti piace quel centravanti (di nome e che fa gol) ma non puoi permettertelo. E allora il club dell’altro calcio vira su un’operazione al risparmio, spalma i contratti, lima le cifre. Chiede sconti. È una specie di via finanziaria alla sopravvivenza. Questo altro calcio è come un abito che sta a pennello a personaggi come Giancarlo D’Astoli. Fino alla scorsa stagione alla Centese (Eccellenza), oggi ammirato tecnico proprio del Lumezzane. Girala come vuoi, ma la storia di D’Astoli, giovane 62enne, è per molti versi legata a doppio filo a Ferrara e Cento. Anzi, prima a Cento poi a Ferrara. È per questo che abbiamo pensato di telefonare al Gianca, per sentire come sta, per sapere come ha fatto a saltare dall’Eccellenza alla Lega Pro. Il numero del telefonino è lo stesso, bagaglio di antichi rapporti e belle avventure. E anche la voce è la stessa, così come la grinta. Calabrese di parola. Alberi con qualche decennio sulle spalle, ma dritti e che non si piegano.

Buon giorno mister, si fa un gran parlare di lei. Dalla Centese in Eccellenza al Lumezzane in Lega Pro. Cosa è successo, ha trovato l’elisir di lunga vita?

«No, è solo che a me piace sperimentare. Poi alla Centese, un paio d’anni fa, non potevo dire di no. Era un debito d’onore che dovevo saldare».

Perché?

«Perché è stata la prima società a credere in me quando io non ero nessuno. Era il 1985 e presidente era Gianni Fava».

Anni d’oro, quelli, per la Cento del calcio...

«Molto belli, sì. Io, tra l’altro, ho chiuso a Cento la carriera da giocatore. Vincemmo un campionato di C2 con mister Paolo Specchia. Certi momenti non li scordi più».

Che emozioni sta assaporando, adesso, in Lega Pro?

«Mah, questo è un campionato strano. Ma ce la stiamo mettendo tutta. Qui a Lumezzane, evidentemente, avevo lasciato buoni ricordi. Così il presidente Renzo Cavagna mi ha richiamato».

Che ricordi ha della Spal?

«Buoni. Era la stagione 1999-2000. Facemmo un discreto campionato, la gente ci seguiva. Guardi, le confesso una cosa che non ho mai detto: se in quel campionato, nella parte finale della stagione, non si fosse infortunato bomber Cancellato, io la Spal la portavo in B!».

Ha seguito il mercato, come le sembra la Spal attuale?

«Credo che la dirigenza abbia costruito una bella squadra, tutta Ferrara merita di arrivare in serie B».

Lei la B l’ha fatta sia da calciatore che da allenatore. Treviso: possiamo parlarne?

«Non mi procura grande entusiasmo parlare di quel periodo. Sì, era serie B, ma quella società non esisteva, non si poteva programmare nulla. Per questo l’avventura finì presto».

Lei passa per essere un duro. Molti addetti ai lavori dicono: “D’Astoli? Grande allenatore, pessimo carattere”. Cosa c’è di vero?

«Ci sono diritti e doveri, serve il rispetto. E con certi calciatori fai fatica».

A gestirli?

«Anche. Ho trovato giocatori che volevano spaccare lo spogliatoio e mettere in secondo piano le mie idee. Così non va. Sono quasi 50 anni che vivo nel calcio, si fa fatica a fregarmi.... (sorride)».

E di Ferrara cosa serba nel cuore?

«Tutto sommato una bella esperienza. La città è magnifica. Guardi, io ho girato tanto, ma città belle come Ferrara ne ho viste poche. Poi mia figlia abita a Gualdo (frazione di Voghiera, ndr), io da voi ci sono spesso».

Che obiettivo ha col suo Lumezzane?

«La quota salvezza».

A proposito di giocatori: lei ne ha allenati tanti. Chi le è rimasto più impresso?

«Dovrei fare diversi nomi. Ne faccio uno: Simone Inzaghi. Lo ebbi quando allenavo a Brescello, si vedeva già che sarebbe arrivato in alto».

Mister, oggi il calcio non è in coma, ma sicuramente è in prognosi riservata. L’eccessivo potere delle tifoserie, le cifre che girano, le mafie o qualcosa di simile. Lei come vive tutto ciò?

«Per me il calcio è lo specchio della vita. Certo, molto è peggiorato. Una volta se eri giovane e bravo giocavi, ma giocavi soprattutto perché eri bravo. Altrimenti stavi fuori. Oggi ci sono quelli in quota, i fuori quota.... Come facciamo a tirare fuori i nostri talenti? E poi c’è il problema della sicurezza degli impianti».

Quale potrebbe essere la sua medicina?

«Stadi organizzati, sicurezza per tutti, tutti a sedere. La disciplina porta inevitabilmente a buoni risultati».

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