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Bach e Pärt armonici con l’Hilliard Ensemble

Sono durati quarant’anni a cantare quella roba lì. Ma ‘quella roba lì’ è la musica delle sfere celesti, come l’ha intitolata la musicologa Daniela Gangale nel bel programma di sala che presentava il...

Sono durati quarant’anni a cantare quella roba lì. Ma ‘quella roba lì’ è la musica delle sfere celesti, come l’ha intitolata la musicologa Daniela Gangale nel bel programma di sala che presentava il concerto dell’Hilliard Ensemble per Ferrara Musica. Ora tutto è finito, anzi finirà il 20 dicembre, quando i cantori dell’Hilliard si congederanno definitivamente dalle scene con l’ultimo appuntamento pubblico alla Wigmore Hall di Londra.

A Ferrara questo Ensemble si presentò durante un Aterforum che portava in Italia, novità assoluta, la musica del compositore estone Arvo Pärt. Era l’inizio degli anni ’90, poi sono tornati in alcune regolari stagioni concertistiche, ogni volta con successo. L’altra sera sul palcoscenico del Teatro Comunale Abbado si sono presentati in otto, quattro voci femminili (due soprani e due contratenori) e quattro maschili (tenori e bassi) per un programma dedicato a Johann Sebastian Bach ed anche a Pärt.

Canto a cappella, ovviamente, trattandosi dell’Hilliard, tanto gli strumenti erano le voci che si ricorrevano nel canone e nel contrappunto, ognuna con un proprio timbro e tutte assieme come una delicata e impalpabile armonia. Musica delle sfere celesti, non solo per il contenuto dei testi, ma anche per la bellezza delle esecuzioni. Immaginate quattro timbri diversi che entrano all’unisono come flauti dolci su un verso quale “Jesu meine Freude” (Gesù mia gioia) e più avanti si spezzettano in contrappunti e fiorettature sulle poche vocali della lingua tedesca, per tornare all’unisono e smorzare su una nota tenuta a fior di labbra, ognuna col suo timbro ben diviso e ben udibile, ma tutte assieme in perfetta armonia. Ecco, questo è il canto bachiano dell’Hilliard Ensemble: e da Bach al nostro contemporaneo Arvo Pärt il passo è brevissimo, nonostante i 250 anni che li separano: perché l’estone, come il tedesco, commuove. Non c’è melodia spianata eppure è così melodiosa la sua parola cantata. Non c’è veemenza eppure è così irruente, non c’è virtuosismo eppure è così meravigliante. È la melodia che vibra dentro lo spettatore che fa apparire melodiosa quella cantata. Tutto qui.

Athos Tromboni

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