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MANGIAFILM IN LIBRERIA

La cucina al cinema in 700 voci

Intervista a Gelsi, autore del dizionario che cita quattromila pellicole

I libri di cucina sono da anni diventati un genere, quando un tempo erano solo dei ricettari.

Negli scaffali delle librerie si trovava dal cooking design alle biografie degli chef stellati, dalla tecnologia alla tradizione, dai sapori di una volta a quelli di sole molecole chimiche. Mangiafilm - dizionario enciclopedico della cucina al cinema di Salvatore Gelsi, Tre lune, pag. 528, €. 22,00 sembra una delle tante stranezze messe in pentola. Ne parliamo con l'autore:

Perché mai un dizionario enciclopedico su cucina e cinema?

«Il volume è diviso in tre parti, nella prima ci sono 700 voci alfabetiche: si va da Abbacchio a Bordeaux, da Caponata a Drink e così via per tutto l'alfabeto trovando un repertorio di citazioni, battute, scene, spot pubblicitari. Tutti da leggere i 25 piccoli ritratti di attori, registi o generi cinematografici di personaggi che hanno fatto della gastronomia una propria specifica mania. E questa come si dice oggi è story teller, narrazione in 4000 film citati.

Il senso dell'opera è mostrare come il cinema e anche gli altri media da sempre abbiano avuto la necessità di parlare o far vedere l'atto della preparazione del cibo, la tavola, la fame e l'abbondanza per raccontare la vita dell'uomo in ogni epoca e in ogni luogo.

La sezione chiamata food porn, raccogliendone oltre 300, dal 1895 (da Lumière e Mèlies) al 2015, penso sia in grado di mostrare come in moltissimi modi si è andato a definire e a connettere questo legame visivo.

Credo comunque che il cinema non sia lo strumento più adatto per riflettere o leggere la realtà, ma sa cogliere bene le mode e le mentalità, naturalmente in modo indiretto, accanto al tempo che scorre insieme al nostro gusto... immaginario per la vita».

Il cinema è stato in grado di farci capire che siamo ciò che mangiamo?

«Soltanto in parte, molte volte non è tanto il regista ma lo sceneggiatore ad aver bisogno del cibo quale descrittore di particolari scene o personaggi. Soltanto negli ultimi trent'anni possiamo vedere come molti film, in fondo, prestano il fianco a una sociologia dei nostri tempi.

Ciò che abbiamo visto sul grande, come sul piccolo schermo, a distanza di tempo fornisce indicazioni puntuali su quell'epoca, la ricostruisce parzialmente nella sua mentalità».

Oggi cosa ci dicono i media?

«Mostrano come sia cambiata l'attribuzione di senso dato al cibo: la ricerca di esotismo, purezza, singolarità, unicità in quello che mettiamo in bocca, insomma non è più un alimento. E' cambiata la preparazione, lo chef è diventato un protagonista - nell'ultimo decennio - l'eroe dei nostri tempi, ha perfino surclassato i campioni dello sport nella considerazione sociale, una specie di mago, quando non pretende di essere uno scienziato…

Non c'è più fame, semmai quella è riservata ai documentari o ai film di animazione, il cibo significa eccesso, abbondanza, fino a diventare bulimico. Noi siamo bulimici di parole e immagini quando scegliamo dalla carta dei vini o leggiamo il menù, ma anche quando riempiamo il carrello del supermercato. Oggi si consuma e si ingerisce in fretta, il resto lo buttiamo via.

Come dice Woody Allen “Le grandi domande dell'umanità sono: chi siamo, da dove veniamo e cosa c'è per cena stasera?”».

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