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Donna e serial killer, firma De Marco

Lo scrittore abruzzese oggi alla Feltrinelli presenta il suo nuovo romanzo “L’uomo di casa”

Una sorta di cold case scotta ancora dietro una calma apparente, dietro la copertina del nuovo romanzo di Romanzo De Marco, L’uomo di casa, edito da Piemme. Lo scrittore abruzzese, che ha intessuto una trama piena di suspense tra un passato scomodo e un presente pericoloso, è il protagonista del primo evento off di GialloFerrara 2017. Oggi, alle 18, Alberto Amorelli lo presenta alla Libreria Feltrinelli di Ferrara.

Dal noir al thriller c’è stato un cambio di passo?

«È stata una scelta ragionata quella di cambiare genere - spiega -. Il noir ha già detto molto e forse troppo, mentre il thriller sta vivendo una rinascita in Italia, sia con autori freschi come Zilahy e D’Andrea, sia grazie ai grandi come Carlotto e Dazieri che sono ripartiti da qui. Nuovi lettori necessitano di nuovi spazi da esplorare; basta serie di commissari caratterizzati geograficamente. Non serve scimmiottarli».

È ambientato negli Usa ma si sa che gli autori italiani non apprezzano i colleghi che scelgono mete straniere…

«L’amico Raul Montanari mi ha obiettato la stessa cosa, ma i miei riferimenti me lo impongono. Mi sono formato sui classici anglosassoni come Connolly e la Cornwell. È stato pure un piccolo riconoscimento nei loro confronti. Volevo prendere le distanze dalla Milano di cui ho scritto a lungo».

Tanto che nella villetta di Sandra, la protagonista, ci abita sua sorella da 10 anni.

«Conoscendo il luogo attraverso i gesti e le esperienze di qualcuno a me vicino - aggiunge De Marco -, sono riuscito a percepire qualcosa della loro mentalità. L’America ha suggestionato me per primo e non solo quella povera, anche quella sontuosa di Richmond. Mio nipote studiava là e andavo spesso a trovarlo. Le mie ambientazioni non sono mai state uno sfondo trasparente, bensì un personaggio in più del romanzo».

Perché il cattivo è un serial killer, per di più, una donna?

«Tutti i delitti avvengono fuori scena perché mi premeva approfondire le conseguenze psicologiche su chi fosse rimasto, così i parenti delle vittime o i poliziotti che falliscono, non tanto i crimini in sé. L’idea di una donna era alla base della storia. Ho cercato di ribaltare certi stereotipi. I personaggi maschili, meno delineati e più superficiali, restano in secondo piano, mentre quelli femminili emergono, siccome li ho resi più sfaccettati e misteriosi».

Già dal titolo s’intende che le apparenze ingannano…

«Il tema della maschera, della vita segreta, è il nucleo del romanzo. Ogni personaggio, esclusa Sandra, all’inizio sembra qualcuno per poi risultare tutt’altro alla fine. Il thriller, però, non lascia spazio alla critica sociale. È una sorta di meccanismo a orologeria. Ho espresso giusto qualche impressione sulla malapolitica nell’amministrazione delle megalopoli, che ha penalizzato le periferie imbellettando i centri. Hanno buttato la polvere sotto il tappeto. Ispirato alla serie tv Desperate Housewives? Sicuramente il contesto del vicinato era funzionale. La serie non mi è piaciuta, piuttosto ho assistito più volte agli scambi di torte tra mia sorella e le amiche vicine, agli inviti a turno a cena e all’organizzazione dei comitati di quartiere».

Matteo Bianchi

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